Per mano di donna

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Sono cresciuta per mano di donna.
Mani forti, ruvide, provate dal lavoro di una vita. Una vita passata fra i campi ed i cantucci di una piccola casa di periferia in cui ci si stava in nove, dieci, undici fra creature che crescevano ed altre che venivano al mondo.

Sono cresciuta per mano di donna.
Mia nonna, mia zia; una madre, una figlia che sembravano sorelle. Donne comuni la cui vita è stata scandita da gesti semplici e dalla fatica di tutti i giorni. Tutt’attorno suoni e rumori dettavano i ritmi del dovere e del fare durante i quali loro si prendevano cura di me.

Ma la mia cultura dice altro.
Nella mia cultura i corpi scompaiono per farsi oggetto; le mani che toccano, manipolano, contaminano vengono trasformate in metafisica per la mente. La vita diventa un susseguirsi di eventi in cui qualcun altro, altrove decide per me. Non ci si chiama per nome, ma si nominano cose. Maschile plurale, è la lingua della mia cultura.

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Dalla parte del carnefice. Oppure no.

Guido Reni - la strage degli innocenti

Guido Reni – la strage degli innocenti

C’è un’immagine ricorrente dal secondo dopoguerra in avanti nell’immaginario collettivo italiano; quell’immagine è presente in buona parte dei manuali di storia delle superiori ed è la foto di Benito Mussolini appeso a testa in giù in Piazzale Loreto, a Milano. Era il 28 aprile del 1945 il giorno in cui quella foto fu scattata per rimanere a memoria futura: finalmente il duce, il carnefice, aveva ricevuto quello che si meritava!

Questa immagine ha contribuito fortemente, secondo me, nel costruire la simbologia che si racchiude nella figura del carnefice per noi italiani/e: quella del centauro un po’ bestia, un po’ uomo. Non solo. Quell’immagine porta dietro con sé anche un contro agito fortissimo che esplicita la cultura dello stivale, dove a pagare per le colpe di uomini carnefici bisogna includere sempre anche il corpo di una donna come mediatore delle vergogne compiute da questo: accanto a Mussolini, infatti, fu appeso per i piedi pure il corpo di Clara Petacci.

A questa figura di stampo mitologico – il centauro – si unisce lo status di straordinarietà che la figura del carnefice ha assunto nella contemporaneità; straordinarietà nel senso proprio di non-ordinarietà, o meglio di a-tipicità appartenente a colui che si manifesta come non-umano. Insomma, si applica a questa figura un processo simile a quello che in psicoanalisi si identifica come pseudo-speciazione cioè l’eccesso di distanziamento e diffidenza nei confronti di persone o gruppi rispetto al sentimento collettivo. Una volta avvenuta l’eliminazione dal sentimento collettivo, queste persone o gruppi cominciano ad essere percepiti non più come appartenenti alla stessa specie o collettività, appunto, ma come qualcosa di altro, di diverso, addirittura come non più umani, bensì cose (per un approfondimento sulla simbologia del centaurismo, rimando a Luigi Zoja, “Centauri. Mito e Violenza Maschile”).

Sarà per questo che la figura del carnefice si identifica sino a sovrapporsi con quella della bestia, del pazzo, del folle, dello squilibrato rafforzata da un agito in grado di perpetuare azioni non riconducibili alla normalità, all’ordinarietà e quindi alla disumanità con l’aggravante odierna di venir declinato erroneamente dai mass media con l’appellativo di raptus.
Chi commette violenze, anche nel tempo, sembra non rispondere all’immagine dell’uomo comune, ordinario per la buona parte degli/delle italiani/e.

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Niente di personale dove tutto è personale

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Se c’è stata una costante durante la mia crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza, è stata la ricerca di uno sguardo di amore ed approvazione che persi piccolissima con la morte di mio nonno paterno amatissimo. Quanta sofferenza sprecata ha portato questa instancabile ricerca e quanto senso di colpa inutile sperare arrivasse dagli altri o dalle altre qualcosa che, in fondo, avrei raggiunto soltanto voltando lo sguardo allo specchio.

Il cammino è stato spinoso; le ferite riportante tante da non riuscire più a tenerne il conto: sono state infinite le delusioni nel ricevere da altri/e giudizi sul mio conto che sentivo estranei al mio vero essere. Eppure volevo piacere ed essere compiaciuta da questo piacere; da una parte divenire oggetto di desiderio e contemporaneamente restare soggetto desideroso di. Ma uno sguardo è pur sempre uno sguardo: difficilmente ci somiglia del tutto, soprattutto quando sono gli altri a rimandarcelo. Questo sguardo non ci combacia mai.

Tenere insieme queste due istanze (l’essere oggetto e insieme soggetto di desiderio) non è stato affatto semplice, anzi. Ho capito presto, una volta alle superiori, quale poteva essere la strada per piacere ed ottenere risultati soddisfacenti. O almeno era quello che credevo.

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Come un racconto. Sulla Filosofia della narrazione.

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«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi», scriveva Karen Blixen.

Mai frase è stata più vera, secondo me. Tutto quel che di più doloroso ha fatto parte del mio vissuto ha trovato ordine ed è stato accuratamente lenito grazie al tempo, ma soprattutto ai buoni racconti e alle buone parole poggiate lì davanti a me come fossero cose. Parole tessute per amiche o amici (persino immaginari) sin da quando ero una bambina, vengono custodite in quei racconti come un filo che tiene insieme le perle di una collana.

Quanto e quale potere assumono sul nostro immaginario, sulla nostra storia – la storia di chi siamo – certe narrazioni? E cosa rappresentano per noi?

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Storie malEdette e 2. Un aneddoto.

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Riceviamo e pubblichiamo con piacere, per la rubrica Storie malEdette.

Ci scrive Magda, “ho 22 anni e ricordo con tenerezza e nostalgia la mia adolescenza”. E ancora: “l’articolo della Borromeo mi ha infastidita e offesa, perciò ho deciso di partecipare proponendovi una mia esperienza, racchiusa in una storia. I nomi nella storia sono fittizzi, ma vorrei comparisse il mio nome perché vorrei metterci la faccia”.

Un racconto di vita adolescenziale, bello e potente. Ma soprattutto vero.
Cara Beatrice Borromeo, se vuoi, la tua prossima inchiesta puoi strutturarla cominciando a leggere qui.

Buona lettura a tutte e tutti.
Fiammetta.

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Storie malEdette e 1. Confessioni poco pericolose.

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Si apre oggi la nostra rubrica Storie malEdette rivolta a ragazzi/e, ma non solo.
Un modo alternativo per rispondere al vergognoso e turpe articolo di Beatrice Borromeo pubblicato sul FattoQuotidiano.it, lo scorso 6 Marzo.

Se volete far conoscere le vostre storie, frequentazioni, incontri sessuali, amori e relazioni raccontandoci le vostre esperienze malEdette e mai dette vissute durante l’adolescenza, scriveteci a:  lafilosofiamaschia@gmail.com. Pubblicheremo i vostri racconti con il rispetto per l’anonimato, in modo da lasciare a voi lettrici e lettori la possibilità di declinare la sessualità nell’adolescenza.

Rispondiamo al sessismo giornalistico, moralista con i racconti di vissuto reali.

Fiammetta

Non ci credo. È di nuovo la sveglia che non ho sentito! E niente, di corsa pure stamattina.
Cazzo!, in prima ora c’è la Pieri: oggi ha detto che spiegava storia. Se quella sa che abito dietro scuola mi uccide e mi gioco per sempre la reputazione.

Okay, devo pensare. Pensare!
Cosa mi metto?, mi trucco?, oddio che capelli di merda. Ma dove vado conciata così? No, ce la devo fare: ho venti minuti e ce la posso fare; ce la faccio sicuro. L’ho fatto in molto meno. Sì, i jeans sopra la sedia.
Poi, il lupetto nero attillato; sì, questo mi sta bene. Niente panico. Mutande, reggiseno, fondotinta, mascara, lucidalabbra: ce l’ho! Me lo porto, però. Quasi, quasi metto su il maglioncino con la zip; lo so, fa schifo ma c’ho solo questo! Lo metto, fa freddo oggi.

Lo zaino è a posto. Esco. Corro? No, se sudo sembro ancora più cesso.
Ho cinque minuti scarsi. Ma a scuola c’arrivo in meno a passo svelto. Ce la faccio.
Oddio, speriamo non me so scordata niente. Ansia.

Giro l’angolo, vedo il cancello; ci sono! Sono arrivata. Anzi, sto arrivando. Ma in classe non lo sanno.
Varco il cancello, m’affretto. La prima campanella è già suonata; porca vacca è già trentadue! Le otto e trentadue. È tardissimo.
Pure oggi bella figura; entro di nuovo durante l’appello. Brava, Fiamma. Brava.

Poi c’è lui. Santiddio. C’ho una fitta allo stomaco. Non ci devo pensare; se ci penso svengo e muoio. Ora, qui.
Lo ignoro e mi siedo, ed è tutto ok. In fondo devo solo sedermi. Salutare e sedermi.
Salgo le scale a due a due; ma quante so? Che fatica!
C’ho il fiatone.

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