Sessantacinque anni fa.

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Era l’autunno del ’49, e alla Sorbona un filosofo francese parlava così ai suoi studenti.

Non accorgendosi del suo atteggiamento sdoppiato, rifiutando persino di riconoscere in se stesso l’immagine dei “genitori cattivi”, il bambino “rigido” tenderebbe a proiettare fuori di sé quella sua parte che rifiuta. Egli proietterebbe all’esterno l’aggressività che egli respinge attraverso un processo di esternalizzazione molto evidente in alcuni casi.
Nelle leggende che circolano non soltanto negli Stati Uniti, ma anche nell’Africa francese e in molti altri luoghi sulla sessualità dei negri, si esprime in buona parte, secondo gli osservatori più attendibili, un meccanismo di questo genere; cioè i soggetti proiettano sul negro, considerato come il rappresentante di una sensualità naturale, più violenta e più forte, qualche parte di sé che essi rifiutano.
Lo stesso meccanismo entra in funzione nei riguardi degli ebrei: la costruzione del personaggio dell’ebreo viene attuata spesso attraverso una bipartizione di questo genere. L’antisemita proietta sull’ebreo, come altri sul negro, e ciò vale anche per altre minoranze, una parte di sé stesso che egli rifiuta e di cui si vergogna; questa minoranza appare tanto più detestabile in quanto incarna i comportamenti di cui il soggetto porta in se stesso i germi, che non vuole riconoscere per suoi.
E’ un meccanismo analogo a quello che Simone De Beauvoir ha analizzato nel fenomeno della “lotta dei sessi”. Il fatto si constata all’età di 10 anni nelle classi scolastiche dove i ragazzi e le ragazze vengono educati insieme. Se si interrogano i ragazzi e le ragazze sulle ragioni di questa dicotomizzazione (perché di questo si tratta), si è indotti a ammettere qualcosa di questo genere: ognuno attribuisce all’altro le caratteristiche della sua umanità che rifiuta.

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Dialoghi dello spogliatoio

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Riportiamo qui lo stralcio di una chiacchierata – nata un po’ per caso tra me e Fiammetta per email – che forse può essere uno spunto per capire un po’ meglio certe dinamiche sessiste, certi tabù, legati ad ambienti e situazioni quasi proverbiali, per quanto riguarda i discorsi sul sesso.
Uno di questi luoghi è lo spogliatoio.

Detto per inciso, Jackson Katz, uno dei più noti educatori antisessisti degli USA, lavora molto proprio con le società sportive professionistiche.

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Le parole che a scuola non esistono

leparoleche Ho raccolto qui di seguito qualche citazione. Vi invito a riflettere sul fatto che in nessuna scuola queste parole saranno mai conosciute, lette o studiate – a parte le solite poche e fortunate eccezioni. Sono di autori fuori da qualunque programma scolastico, oppure riguardano temi e “materie” di cui la scuola non può o non vuole occuparsi in maniera adeguata alla loro rilevanza. Ci sarà sempre un aggettivo adatto a tenerle fuori dal luogo dove servirebbero di più, e dove sono richieste di più. Oltre a queste resistenze “di sistema”, va aggiunto il conservatorismo miope di persone – di tutte le età e di tutte le provenienze scolastiche – che abbiamo personalmente registrato e conosciuto, le quali reputano alcuni autori o argomenti di scarsa importanza culturale (evitando di sostenere questa opinione con altro che non sia quel racconto che si autoconferisce quella stessa importanza culturale).
La mia, ovviamente, è una scelta del tutto personale che non vuole essere altro che un esempio.

Non ci accade mai di sentirci esistere prima di aver già preso contatto con gli altri, e la nostra riflessione è sempre un ritorno a noi stessi, che peraltro deve molto alla frequentazione degli altri. Anche un neonato di qualche mese può facilmente distinguere la benevolenza, la collera, la paura sul volto altrui, in uno stadio della sua esistenza in cui potrebbe aver imparato dall’esame del proprio corpo i segni fisici di queste emozioni. E’ dunque il corpo altrui, nel suo gesticolare, ad apparirgli immediatamente investito di un significato emozionale. Egli impara a conoscere lo spirito sia come comportamento visibile, sia nell’intimità del proprio spirito. E lo stesso l’adulto scopre nella propria vita quello che la cultura, l’insegnamento, i libri, la tradizione gli hanno insegnato a vedervi. Il contatto di noi stessi con noi stessi si compie sempre attraverso una cultura, o almeno attraverso un linguaggio che abbiamo ricevuto da fuori e che ci orienta nella conoscenza di noi stessi. Sebbene il puro sé, lo spirito, senza strumenti e senza storia, valga come istanza critica da opporre alla pura e semplice intrusione delle idee che ci vengono suggerite dall’ambiente, si compie nella libertà effettiva solo per mezzo dello strumento del linguaggio, partecipando alla vita del mondo. (M. Merleau-Ponty)

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