Non è affatto inspiegabile, è inaccettabile

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Prima di pochi giorni fa, non sapevo chi fosse Silvana de Mari.

Presentiamola velocemente con qualche link. Questo è un suo terrificante post il cui titolo è tutto un programma: “l’uomo inutilmente maschio: il frutto di una società che ha cancellato la virilità“. Queste parole invece provengono da un suo status pubblico su Facebook, nel quale ripercorre una visione della storia dei femminismi quantomeno singolare:

Le bizzarre rappresentanti del cosiddetto movimento di liberazione femminile hanno creato una società non vitale, dove i vecchi sostituiscono le culle, i morti sono più numerosi dei nati, dove la solitudine e la povertà spaccano il cuore, dove la desolazione regna come norma.

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Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

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Cosa una filosofia di genere

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Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

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Niente di personale dove tutto è personale

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Se c’è stata una costante durante la mia crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza, è stata la ricerca di uno sguardo di amore ed approvazione che persi piccolissima con la morte di mio nonno paterno amatissimo. Quanta sofferenza sprecata ha portato questa instancabile ricerca e quanto senso di colpa inutile sperare arrivasse dagli altri o dalle altre qualcosa che, in fondo, avrei raggiunto soltanto voltando lo sguardo allo specchio.

Il cammino è stato spinoso; le ferite riportante tante da non riuscire più a tenerne il conto: sono state infinite le delusioni nel ricevere da altri/e giudizi sul mio conto che sentivo estranei al mio vero essere. Eppure volevo piacere ed essere compiaciuta da questo piacere; da una parte divenire oggetto di desiderio e contemporaneamente restare soggetto desideroso di. Ma uno sguardo è pur sempre uno sguardo: difficilmente ci somiglia del tutto, soprattutto quando sono gli altri a rimandarcelo. Questo sguardo non ci combacia mai.

Tenere insieme queste due istanze (l’essere oggetto e insieme soggetto di desiderio) non è stato affatto semplice, anzi. Ho capito presto, una volta alle superiori, quale poteva essere la strada per piacere ed ottenere risultati soddisfacenti. O almeno era quello che credevo.

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Una storia di donne, Le Preziose.

Francoise de Sévigné

Francoise de Sévigné

Una manualistica molto spesso poco attenta al come porge gli argomenti ha abituato da molti anni a pensare i periodi storici come separati da abissi invalicabili. La realtà dei fatti invece è che quegli abissi, molto spesso, sono solo comode semplificazioni da parte dei divulgatori, o di chi compila e aggiorna manuali scolastici in maniera troppo poco critica.

Attualmente fuori catalogo (l’ultima edizione è del 2001), La civiltà della conversazione di Benedetta Craveri racconta, su un periodo storico del quale sono diffusi parecchi luoghi comuni, tre cose molto interessanti con un linguaggio intrigante e con assoluto rigore documentale:
– che la divisione tra due periodi storici netti e differenti, la separazione tra Seicento e Settecento, andrebbe seriamente criticata per vedere se e quanto corrisponde ai fatti;
– che anche a distanza di secoli, è possibile identificare quel momento nel quale alcune particolari circostanze storiche – la Restaurazione in Francia, la condizione della nobiltà francese eliminata dalla politica di corte e dal potere della Chiesa, l’esigenza di definire un mondo culturale del tutto inesplorato da parte di molte persone – permettono la nascita in senso moderno di un pubblico, di una “pubblica opinione”;
– che sia stato un movimento creato, pensato e portato avanti da donne a rendere possibile, insieme ad altre condizioni, l’Illuminismo così come lo conosciamo e apprezziamo.

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Io sputo ancora su Hegel. Di una cattiva inclinazione, un piacere.

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La necessità di questo post non è altro che una mia necessità. Non ci sarà nessun fine altro in questo post se non quello di compiacere me stessa nel vedere quali pensieri e parole nascano in me a partire dai pensieri e dalle parole di altre donne. Anche quando i pensieri e le parole delle altre non mi piacciono, accorgendomi poi di non essere affatto sola.

Anzi, questa è più un’occasione per scrivere, da qui, ciò che da tempo mi frullava in testa in modo disordinato e caotico tanto che ci sono volute le altre per mettere tutto nero su bianco. Quindi vorrete scusarmi se oggi, forse, non avrò poi così tanto da dire. Se non disordinatamente. 🙂

Leggevo “estasiata” – fino a qualche giorno fa – di donne che si autodeterminano e considerano il concetto di autodeterminazione in quanto sovraesposizione dei loro corpi nudi. Indipendentemente dal fine per cui si espone un corpo, quel corpo. Indipendentemente dal senso che si dà all’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendetemente dagli effetti che prudurrà l’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendentemente, appunto.

La riproposizione retorica della parola “Indipendentemente” non è un caso. Innanzitutto per il suo significato semantico; chi muove Indipendentemente da, è colui/lei che si identifica con un Soggetto Autonomo. Tale Soggetto richiama tutto un filone della tradizione di pensiero risalente al mito della caverna di Platone (l’homo ricurvo, vivente nell’ombra della caverna, che trovando l’uscita si erige dritto alla luce del sole) e giunto sino alla modernità con Kant dal cui pensiero e concettualizzazione del Soggetto in quanto Individuo, muoverà tutta l’ontologia individualista posta a grammatica della storia del diritto moderno. Il Diritto, infatti, rappresenta simbolicamente un qualcosa o qualcuno dalla postura diritta, eretta e corretta. Al di fuori o al di là di questa erezione esistono solo inclinazioni: cattive inclinazioni, ci ricorda lo stesso Kant. [vedi Cavarero, per un approfondimento sul tema].

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Filosofia, o dell’arte di chiudere il becco? Tutto quello che ci stiamo perdendo.

 

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«”Ma dove sono le donne? Dove sono le filosofe?” Alla fine degli anni venti, uno sconosciuto filosofo della tradizione orale si interroga pubblicamente. Jean-Baptiste Botoul resta isolato, è il solo che osa formulare in modo davvero brutale questa domanda. “Dove sono le donne, con le loro idee piene di fascino? Dove sono le donne? Le donne!” Insiste. Perché di filosofe proprio non se ne vedono».

Sì, è proprio questo che Frédéric Pagès lascia dire al suo filosofo immaginario – un uomo vissuto tra la fine dell’XIX e la prima metà del XX secolo – in un libello dall’ironia sprezzante intitolato “La filosofia o l’arte di chiudere il becco alle donne”, che sa far sorridere di gusto. Qualità che la filosofia tout court sembra proprio non aver voluto ereditare in quanto la Filosofia (quella con la effe maiuscola), è una cosa seria e perciò il ludus non ammesso. Il giocare con la parola, nemmeno. La parola è signum, segno significante, pensiero e espressione della razionalità; figurarsi il motto di spirito. Figurarsi le emozioni.
Non si ride, non si piange.
Si pensa!, e basta.

Lo sconosicuto filsofo fa notare, ironicamente, come per secoli la filosofia sia stato un esercizio della mente quanto della lingua, esclusivamente ad appannaggio maschile. Come dargli torto. Ma non sono state solo le donne le reiette della tradizione filosofica.

Scrive ancora, Pagés:

«Siamo agli sgoccioli della vita del filosofo [Socrate], condannato a morte da un tribunale popolare. Gli amici sono al suo fianco, in prigione. Giunta con il bambino tra le braccia, Santippe, sua moglie, vede quegli uomini e comprende che la fine del marito è prossima. “Si mise a gridare e ad emettere dei lamenti così come hanno l’abitudine di fare le donne”, ci racconta Platone nel Fedone. Allora Socrate rivolgendo lo sguardo a Critone, disse: “Critone, che la portino a casa”. (…) Questa scena è così ricorrente nelle descrizioni classiche che non si fa neppure caso a quanto sia crudele. Detto ciò, neanche ad Atene presso il più, macho e incallito dei greci, nessun marito in attesa di esecuzione usava respingere in tal modo la propria moglie. Staper compiersi niente meno che un assassinio.
(…) Dobbiamo aspettare Socrate per veder nascere l’idea che le lacrime, espressione dello sfogo eroico, siano indegne di un filosofo. Da allora le donne sono avvertite: vietato piangere. Argomentare, articolare, questo sì.
(…) Ma in seguito si sono visti piangere i filosofi? No».

e poi continua faceto:

«Affronterò il problema da un particolare punto di vista, quello dell’ugola. Se le donne non hanno avuto voce in capitolo, potrebbe essere un problema di organi, di corde vocali? Cerchiamo di essere materialisti. Indubbiamente, i polmoni femminili sono pieni di risorse, attrici e cantanti lo dimostrano quotidianamente. Non tanto con le corde vocali, ma con la cassa toracica. Ciò che chiamiamo “voce” non è soltanto un’emissione di decibel e frequenze oscillanti su uno schermo. È una maniera di presentarsi, di stare in scena, di offrirsi al pubblico. Ci sono volontari per prendere la parola? Salire sul palco, sulla tribuna, in cattedra o semplicemente alzare la mano e intervenire furono a lungo gesti inconcepibili per la donna di onesti costumi o la ragazza per bene. Le attrici hanno pagato cara l’audacia di esporsi allo sguardo pubblico: donne pubbliche, donne corrotte!».

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Siamo ciò che leggiamo?

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La scorsa settimana sono stata ospite in una scuola superiore di Formia.
L’incontro con alunni/e ed insegnanti aveva come oggetto le forme dei linguaggi che ancora oggi adoperiamo nella didattica quotidianamente. Quale forme di racconto utilizziamo, dunque, per coinvolgere le giovani generazioni in classe?

Ho pensato che, per l’occasione, fosse interessante parlare di fronte ai ragazzi e alle ragazze di ciò che più mi appassiona, ovvero di narrazione filosofica. L’obiettivo era quello di provare a tracciare una linea che avesse come oggetto non solo i filosofi e le donne (filosofe), ma anche il contesto culturale. Compreso il tessuto delle relazioni all’interno del quale si stabilivano i rapporti di potere.

Scrive in proposito Adriana Cavarero nel suo libro Nonostante Platone:

«la cultura occidentale è ricca di figure nelle quali l’ordine simbolico, di cui essa è intessuta, si autorappresenta: a cominciare dal materiale mitico per poi proseguire, attraverso i più disparati documenti letterari, sino al moderno. (…) La figura ha appunto il potere di concentrare in sé, in una sorta di allusività narrante ed immediata, di incarnazione paradigmatica e viva, l’ordine simbolico che la informa e che in lei prende un nome (un nome proprio) significante. Certo questo ordine simbolico trova altri linguaggi per dirsi, ad esempio il trattato filosofico o il testo di legge per rimanere nel campo della scrittura ma l’efficacia della figura è incomparabile per la sua forza comunicativa e per il suo effetto di autoriconoscimento evocato»

Per essere più chiara: la figura del filosofo descritta nei testi non rappresenta solo un ruolo sociale, ma incarna in sé un intero ordine simbolico riconoscibile con il maschile e associato a precise qualità e facoltà umane; ad esempio, il Logos tutto ciò che è riconducibile all’attività razionale. La figura è perciò portatrice di una potenza narrativa e immaginativa (la potenza dell’imago) enorme la cui sede di riconoscimento sta proprio all’interno di una cornice sociale ben precisa, in questo caso quella patriarcale.

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Medea non ha ucciso nessuno

Christa Wolf a Francoforte nel 1999

Christa Wolf a Francoforte nel 1999

Pochi giorni fa la tragica notizia di una madre che ha ucciso i suoi figli. Fioccano quindi i commenti autorevoli e gli articoli a sensazione, com’è ormai tipico nella gestione dell’informazione in occidente. Si diffondono soprattutto le parole di Massimo Recalcati e di Concita De Gregorio, che riportano in continuazione il nome di Medea, la donna assassina dei figli per antonomasia.

Peccato però che Medea non abbia ucciso nessuno.

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Mai più clandestine. L’appello delle donne.

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Non c’è cosa più bella di una voce che si leva vibrante e vivace, in favore della libera scelta. E che si fa quando le voci diventano tante? Ci si chiama per nome, ci si siede tutte attorno e guardandosi tutte negli occhi si cerca di nominare le cose. E la rabbia, e l’ingiustizia, soprattutto quando sono queste ad avere la meglio sui corpi delle donne.

Marciamo in un’epoca post-umana che sempre più ci spinge verso una condizione extra-corporea, dove quella cosa che è il nostro corpo, registra il suo totale annichilimento; con tutte le conseguenti derive. Siamo oltre l’oggettivazione, probabilmente nell’anticamera della de-umanizzazione.

Siamo al punto che una legge – la legge 194 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia – rischia di non essere più applicabile a causa dell’alta percentuale di obiettori presenti nelle strutture pubbliche, con percentuali che variano di poco su scala nazionale in base alle Regioni. Se è vero quanto scritto da Stefano Rodotà, ovvero «il diritto trova così il suo limite nella volontà politica, dalla quale dipende la possibilità stessa di realizzarsi come diritto», allora dobbiamo constatare quanta poca sia la forza politica in campo oggi, al di là degli schieramenti e dei partiti. Ma soprattutto, quanto poco rispetto questa società nutra nei confronti degli stessi individui che la compongono (la popolazione femminile, in Italia, si attesta quasi attorno al 52%), in barba alla Costituzione e ai diritti inalienabili dell’uomo e della donna, ad essa inscritti.

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