Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

IMG_20150908_083141-COLLAGE

Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

Continua a leggere

Annunci

Educare gli educatori

educare_confronti

Malgrado la polemica ignorante e becera si sia scatenata in tutta Italia, ci sono già molti disegni e progetti – non solo di legge – per aggiungere gli argomenti “di genere” agli altri insegnamenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi domando che tipo di efficacia potrebbero avere; certo sono graditi, ma il tempo a disposizione a scuola è quello che è. Ha senso “aggiungere” gli argomenti di genere? Certamente ci sono gli argomenti specifici dei gender studies, ma ci sono anche atteggiamenti e letture di intere discipline che andrebbero cambiati, al di là dei singoli argomenti.

Il grosso del lavoro sarebbe considerare le questioni di genere non tanto come una materia, ma come una disposizione includente verso chi, dagli argomenti delle materie e dagli strumenti usati per insegnarle, è di solito escluso in maniera silenziosa. Si tratterebbe di cambiare i libri, le illustrazioni; inserire storie e personaggi che di solito non ci sono; insegnare che sensibilità diverse percepiscono, comprendono e sentono cose diverse ma che hanno stessi diritti d’esistenza; adottare in ogni argomento o situazione altri punti di vista. Un lavoro enorme, e che richiede anche una condizione preliminare.

Continua a leggere

Cosa una filosofia di genere

male-female-brain-built

Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

Continua a leggere

“Querelle” di che?

christine_isabeau

Ricorderete senz’altro, scavando nella memoria scolastica, di una Querelle des Anciens et des Modernes. E’ riportata ovunque, nei manuali di storia della letteratura, e in quelli di filosofia.

Tanto che la parola querelle definisce quella, per antonomasia. Peccato però che non fosse la prima.

La storia europea è ricca di testimonianze di quanto diversamente possano venir recepiti e interpretati i due sessi, le loro peculiarità e i loro rapporti. Nella querelle des sexes si discusse per secoli, spesso in forma di lamento e di accusa (querelle), su cosa e come siano, debbano e possano essere le donne e gli uomini. Le prese di posizione su questo argomento si moltiplicarono nel primo Rinascimento, soprattutto in Italia, in Francia, in Spagna e ben presto anche negli altri paesi europei. Alla loro diffusione contribuì la crescente importanza della parola scritta e della forma scritta acquisita dalle lingue volgari europee, nonchè la stampa, la riproduzione di immagini e gli innumerevoli fogli volanti. Alla querelle parteciparono sia scrittori che scrittrici: gli autori scrissero sia opere ostili alle donne (invettive contro le donne, disprezzo delle donne, misoginia) sia opere a favore delle donne (difesa delle donne, lode delle donne, filoginia); i testi conservati scritti da donne sono per lo più a loro favore o contro le donne dipendeva di volta in volta dal contesto.
Fra le voci della querelle che sono giunte fino a noi, quelle femminili sono in minoranza, ma costituiscono una notevole percentuale di tutti gli scritti di donne di quell’epoca. La disputa ebbe origine nel Medioevo, si sviluppò nel Rinascimento, sotto l’influsso dell’Umanesimo e della riforma religiosa, e proseguì fino all’Illuminismo. (Gisela Bock)

Continua a leggere

S’i’ fosse uomo, S’i’ fosse donna… nessuna differenza?

siamotuttiuguali

Qualche mese fa, per l’esattezza ad Aprile 2014, mi è stato chiesto di scrivere un pezzo per una famosa rivista femminista quale è  DWF; argomento: le parole del femminismo e le nuove generazioni di adolescenti. Decisi di accettare questa sfida e di provare ad offrire un quadro parziale di ciò cui mi veniva richiesto; provare a narrare il rapporto che esiste oggi fra il mondo del linguaggio giovanile e la costellazione di parole assimilabili ai femminismi dei decenni passati. La scommessa era provare a capire quanto del vocabolario femminista è giunto sino a noi, ma soprattutto ai/alle ragazzi/e.

Così ho tentato di interpretare questa sfida scegliendo fra alcune parole a mio avviso importantissime: desiderio e relazione, richiamando la mia esperienza personale sui banchi di scuola.
Ma non sarà di questo che vi parlerò, qui, oggi.

Vi parlerò di cosa ho costruito attorno a queste parole.

Per comprendere, in parte, la conoscenza e le trasformazioni dei sensi attribuiti a certe parole da parte di ragazzi/e mi è balenata in mente l’idea di creare un questionario da sottoporre loro – in forma anonima –  e da svolgere  nelle terze e quarte superiori grazie alla complicità di alcune donne insegnanti che conosco da tempo. Ho scelto questa fascia d’età perché solitamente sono gli anni in cui si cristallizzano opinioni, pensieri e giudizi (quindi anche pregiudizi), muovendo da ciò che altri/e ci hanno trasmesso. Sono gli anni  in cui avviene il passaggio alla maturità adolescenziale, ma ancora abbastanza lontani dalle prese di posizioni nette o più squisitamente ideologiche e/o politiche. Ovviamente la scommessa non era stata pensata come qualcosa che potesse avere una rilevanza statistica né assomigliarci minimamente, piuttosto il tutto è stato pensato come simile ad una pseudo intervista che potesse restituirmi un piccolo fotogramma  del clima culturale presente in alcune territorialità.

Continua a leggere

Come un racconto. Sulla Filosofia della narrazione.

DS_Profssa_20110625191111

«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi», scriveva Karen Blixen.

Mai frase è stata più vera, secondo me. Tutto quel che di più doloroso ha fatto parte del mio vissuto ha trovato ordine ed è stato accuratamente lenito grazie al tempo, ma soprattutto ai buoni racconti e alle buone parole poggiate lì davanti a me come fossero cose. Parole tessute per amiche o amici (persino immaginari) sin da quando ero una bambina, vengono custodite in quei racconti come un filo che tiene insieme le perle di una collana.

Quanto e quale potere assumono sul nostro immaginario, sulla nostra storia – la storia di chi siamo – certe narrazioni? E cosa rappresentano per noi?

Continua a leggere

Primavera Queer (Si può fare #4)

Spero di sbagliarmi, ma a memoria non ricordo eventi finanziati da una università italiana che durassero più giorni e che fossero centrati sul pensiero queer o che avessero anche solo “queer” nel nome. All’università di Chieti lo hanno fatto.

Un gruppo autonomo di studenti e studentesse (alcun* dei quali già attivisti nei collettivi Laboratorio Le Antigoni e La Mala Educacion) ha promosso a Chieti la Primavera Queer come momento di autoformazione, incontro e discussione intorno alla teoria queer.

queer

Ho avuto il piacere di essere accolto e ospitato da ottime e simpatiche persone, che hanno anche animato il mio intervento con domande e osservazioni per me molto interessanti. Pubblicheranno tutti i materiali audio e video dell’iniziativa: un ulteriore grande merito che va ascritto a questo “gruppo autonomo”.

Cliccate sul nome o sul banner e andate a vedere che programma e che organizzazione. Visto? Parlare di questioni di genere si può fare anche all’università, se si vuole. Ed è facile avere per una settimana ospiti che ne vengono a parlare, perché c’è un grande desiderio di discutere, di ascoltare e di domandare riguardo tutto questo universo di concetti, di storie e di esperienze.

Lorenzo Gasparrini

P.S. Siccome credo, da buon estetologo, che tutte le esperienze significative siano sinestesiche (=si fanno con tutti i sensi), vi consiglio, se siete o passate da Pescara, questo locale: Profumo di Sole. Fanno delle cose che dire buone è molto riduttivo – il loro catering ha aggiunto qualcosa di speciale alla Primavera Queer. Grazie anche a loro.

Filosofia, o dell’arte di chiudere il becco? Tutto quello che ci stiamo perdendo.

 

anotherbrickinthewall

«”Ma dove sono le donne? Dove sono le filosofe?” Alla fine degli anni venti, uno sconosciuto filosofo della tradizione orale si interroga pubblicamente. Jean-Baptiste Botoul resta isolato, è il solo che osa formulare in modo davvero brutale questa domanda. “Dove sono le donne, con le loro idee piene di fascino? Dove sono le donne? Le donne!” Insiste. Perché di filosofe proprio non se ne vedono».

Sì, è proprio questo che Frédéric Pagès lascia dire al suo filosofo immaginario – un uomo vissuto tra la fine dell’XIX e la prima metà del XX secolo – in un libello dall’ironia sprezzante intitolato “La filosofia o l’arte di chiudere il becco alle donne”, che sa far sorridere di gusto. Qualità che la filosofia tout court sembra proprio non aver voluto ereditare in quanto la Filosofia (quella con la effe maiuscola), è una cosa seria e perciò il ludus non ammesso. Il giocare con la parola, nemmeno. La parola è signum, segno significante, pensiero e espressione della razionalità; figurarsi il motto di spirito. Figurarsi le emozioni.
Non si ride, non si piange.
Si pensa!, e basta.

Lo sconosicuto filsofo fa notare, ironicamente, come per secoli la filosofia sia stato un esercizio della mente quanto della lingua, esclusivamente ad appannaggio maschile. Come dargli torto. Ma non sono state solo le donne le reiette della tradizione filosofica.

Scrive ancora, Pagés:

«Siamo agli sgoccioli della vita del filosofo [Socrate], condannato a morte da un tribunale popolare. Gli amici sono al suo fianco, in prigione. Giunta con il bambino tra le braccia, Santippe, sua moglie, vede quegli uomini e comprende che la fine del marito è prossima. “Si mise a gridare e ad emettere dei lamenti così come hanno l’abitudine di fare le donne”, ci racconta Platone nel Fedone. Allora Socrate rivolgendo lo sguardo a Critone, disse: “Critone, che la portino a casa”. (…) Questa scena è così ricorrente nelle descrizioni classiche che non si fa neppure caso a quanto sia crudele. Detto ciò, neanche ad Atene presso il più, macho e incallito dei greci, nessun marito in attesa di esecuzione usava respingere in tal modo la propria moglie. Staper compiersi niente meno che un assassinio.
(…) Dobbiamo aspettare Socrate per veder nascere l’idea che le lacrime, espressione dello sfogo eroico, siano indegne di un filosofo. Da allora le donne sono avvertite: vietato piangere. Argomentare, articolare, questo sì.
(…) Ma in seguito si sono visti piangere i filosofi? No».

e poi continua faceto:

«Affronterò il problema da un particolare punto di vista, quello dell’ugola. Se le donne non hanno avuto voce in capitolo, potrebbe essere un problema di organi, di corde vocali? Cerchiamo di essere materialisti. Indubbiamente, i polmoni femminili sono pieni di risorse, attrici e cantanti lo dimostrano quotidianamente. Non tanto con le corde vocali, ma con la cassa toracica. Ciò che chiamiamo “voce” non è soltanto un’emissione di decibel e frequenze oscillanti su uno schermo. È una maniera di presentarsi, di stare in scena, di offrirsi al pubblico. Ci sono volontari per prendere la parola? Salire sul palco, sulla tribuna, in cattedra o semplicemente alzare la mano e intervenire furono a lungo gesti inconcepibili per la donna di onesti costumi o la ragazza per bene. Le attrici hanno pagato cara l’audacia di esporsi allo sguardo pubblico: donne pubbliche, donne corrotte!».

Continua a leggere

La scuola contro omofobia e transfobia (Si può fare #3)

image

Come forse già saprete, dopo qualche polemica Vladimir Luxuria è riuscita a incontrare gli studenti del liceo Muratori di Modena.

Ho parlato loro di diritto universale allo studio, affinche’ nessuno debba rinunciare all’istruzione per qualsiasi tipo di bullismo, come quello omofobo, transessuale o legato all’obesita’, ad esempio, o al colore della pelle. Ho invitato i docenti – ha detto ancora l’ex parlamentare – a una sorta di giuramento per essere gli insegnanti di una scuola legata all’inclusione. Poi ho parlato degli episodi di violenza e discriminazione che io stessa ho subito e superato.

In questo video i ragazzi e le ragazze del liceo raccontano cos’è successo, quali erano le loro intenzioni e quali sono stati i loro risultati ottenuti. Ascoltatelo bene, tutto. A me pare chiara una cosa: questi ragazzi volevano conoscere alcune cose, e lo hanno chiesto a chi ne sa. Per fortuna – perché in questo paese, per fare ciò, ci vuole anche la fortuna – è andata molto bene.

Il motivo delle polemiche intorno a questo evento è noto: l’associazione “Sì alla famiglia” di Modena aveva richiesto un contraddittorio. Perché, a loro dire, quest’incontro è stato “una negazione della liberta’ di espressione e del contraddittorio”.

Continua a leggere

“Si può fare!” #2

sipuofare

“Si può fare!” dicevamo ironicamente qualche tempo fa – e lo si fa, infatti. Con tutte le difficoltà ambientali del caso, si può fare molto per portare nella scuola i temi di genere, basta volerlo.

In questo suo racconto, Elisa Artuso ci racconta come ha fatto.

Ci ho provato (e credo di esserci riuscita) con i miei alunni quando abbiamo trattato il tema delle differenze di genere. L’obiettivo era semplice ma per niente banale: dare un po’ di consapevolezza rispetto ai ruoli di uomo e donna, fin da bambini, dimostrare quanto “pesi” l’essere maschio o femmina rispetto alle aspettative che i grandi hanno su di loro e di quanto questo incida sulle scelte e su come si proiettano sul futuro, anche molto prossimo. Per raggiungere il mio scopo ho proposto la lettura di alcuni brani che si prestavano anche alla discussione collettiva e all’esercizio dell’argomentare, del convincere l’altro di un’opinione e del motivare la propria posizione. Bisogna anche farsela l’opinione però.

Lei ha fatto così:

Mi sono (quasi) spogliata in classe

Buona lettura; e se ci volete raccontare anche voi che “Si può fare!”, scrivete a lafilosofiamaschia [at] gmail.com