Per quanto ancora?

Possibile che ci sia ancora chi scambia, dal punto di vista educativo, la causa con l’effetto? Pare di sì. C’è chi parla della necessità “quote blu” nella scuola. Non importa sapere chi abbia scritto questo articolo, né quanta reale diffusione abbiano idee come quelle espresse qui. Credo sia importante valutarle come sintomi, perché nel distorto uso dei ragionamenti e negli ipocriti luoghi comuni che esprime, l’articolo è un buon esempio di come tanto “senso comune” sulla scuola e sulle questioni di genere sia manipolato e manipolabile in un contesto come quello italiano tanto poco informato su entrambe le cose. Leggiamo.

Occorre maschilinizzare la scuola, ossia garantire nelle aule una maggiore presenza di docenti uomini e di favorire una parità di genere. La presenza maschile nelle classi favorisce un più giusto equilibrio tra insegnamento e apprendimento e la figura dell’uomo è vista dagli occhi dell’alunno con più autorevolezza. Più quote blu nella scuola – ha affermato qualche giorno fa il sociologo Stefano Zecchi. Con ciò non si vuole affermare che la figura femminile deve diventare minoritaria, ma occorre privilegiare un certo equilibrio all’interno delle aule non eccessivamente sbilanciato verso l’uno o l’altro sesso. La donna con la sua personalità materna svolge un ruolo troppo protettivo nei confronti degli alunni e gli stessi sembrano quasi vivere all’interno delle mura scolastiche in maniera ovattata e protetta.

Invece di ricordare che l’eccesso di presenza femminile nei livelli bassi dell’istruzione obbligatoria è dovuto proprio alla scarsa considerazione sociale di questo tipo di lavoro – ragion per cui non è socialmente ambito dagli uomini in quanto non prestigioso e anzi ritenuto prettamente “femminile” perché scambiato per lavoro di cura – viene cavalcato uno stereotipo sessista che vede nella figura maschile più autorevolezza, come se fosse per natura così, e non il risultato di un odioso pregiudizio. Lo Zecchi citato non è un sociologo ma un noto filosofo televisivo, che parla di “genderdittatura” e che colpevolizza le donne.

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Messaggio di fine anno da una qualunque irriverente

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Ci pensate? Quasi settant’anni di storia repubblicana e quasi settanta discorsi di fine anno tenuti da uomini sulla settantina. O giù di lì.
Mi è venuto in mente stamattina a colazione, davanti alla mia fetta di panettone. Tutto regolare: questa è La Tradizione!

Uso della parola che neanche la giustificazione a scuola, grazie alla quale ci si smarca da una riflessione presumibilmente problematica.

Cosa vorrei dire? Cosa vorrei dimostrare?
Nulla di nuovo sotto questo cielo. Difatti, anche la voce di Wikipedia mi ricorda quanto sia importante – ma che dico fondamentale – La Tradizione per noi italiani/e. Alla voce Messaggio di fine anno c’è scritto:

discorso con il quale capi di Stato, sovrani e presidenti si rivolgono al proprio popolo fornendo un consuntivo dei traguardi politici, sociali ed economici raggiunti nell’anno solare, terminando in genere coi propositi per l’anno successivo.

Capi, sovrani, presidenti. Maschile plurale.
E che sarà mai! In fondo è giusto che la carica più alta dello Stato (13 sono gli uomini che contiamo dal 1948 ad oggi) faccia il suo monologo a reti unificate in cui ci racconta la sua storia sull’andamento dell’anno appena trascorso, facendoci dono della sua visione delle cose, con il solito linguaggio “truccato”.

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Niente di personale dove tutto è personale

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Se c’è stata una costante durante la mia crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza, è stata la ricerca di uno sguardo di amore ed approvazione che persi piccolissima con la morte di mio nonno paterno amatissimo. Quanta sofferenza sprecata ha portato questa instancabile ricerca e quanto senso di colpa inutile sperare arrivasse dagli altri o dalle altre qualcosa che, in fondo, avrei raggiunto soltanto voltando lo sguardo allo specchio.

Il cammino è stato spinoso; le ferite riportante tante da non riuscire più a tenerne il conto: sono state infinite le delusioni nel ricevere da altri/e giudizi sul mio conto che sentivo estranei al mio vero essere. Eppure volevo piacere ed essere compiaciuta da questo piacere; da una parte divenire oggetto di desiderio e contemporaneamente restare soggetto desideroso di. Ma uno sguardo è pur sempre uno sguardo: difficilmente ci somiglia del tutto, soprattutto quando sono gli altri a rimandarcelo. Questo sguardo non ci combacia mai.

Tenere insieme queste due istanze (l’essere oggetto e insieme soggetto di desiderio) non è stato affatto semplice, anzi. Ho capito presto, una volta alle superiori, quale poteva essere la strada per piacere ed ottenere risultati soddisfacenti. O almeno era quello che credevo.

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S’i’ fosse uomo, S’i’ fosse donna… nessuna differenza?

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Qualche mese fa, per l’esattezza ad Aprile 2014, mi è stato chiesto di scrivere un pezzo per una famosa rivista femminista quale è  DWF; argomento: le parole del femminismo e le nuove generazioni di adolescenti. Decisi di accettare questa sfida e di provare ad offrire un quadro parziale di ciò cui mi veniva richiesto; provare a narrare il rapporto che esiste oggi fra il mondo del linguaggio giovanile e la costellazione di parole assimilabili ai femminismi dei decenni passati. La scommessa era provare a capire quanto del vocabolario femminista è giunto sino a noi, ma soprattutto ai/alle ragazzi/e.

Così ho tentato di interpretare questa sfida scegliendo fra alcune parole a mio avviso importantissime: desiderio e relazione, richiamando la mia esperienza personale sui banchi di scuola.
Ma non sarà di questo che vi parlerò, qui, oggi.

Vi parlerò di cosa ho costruito attorno a queste parole.

Per comprendere, in parte, la conoscenza e le trasformazioni dei sensi attribuiti a certe parole da parte di ragazzi/e mi è balenata in mente l’idea di creare un questionario da sottoporre loro – in forma anonima –  e da svolgere  nelle terze e quarte superiori grazie alla complicità di alcune donne insegnanti che conosco da tempo. Ho scelto questa fascia d’età perché solitamente sono gli anni in cui si cristallizzano opinioni, pensieri e giudizi (quindi anche pregiudizi), muovendo da ciò che altri/e ci hanno trasmesso. Sono gli anni  in cui avviene il passaggio alla maturità adolescenziale, ma ancora abbastanza lontani dalle prese di posizioni nette o più squisitamente ideologiche e/o politiche. Ovviamente la scommessa non era stata pensata come qualcosa che potesse avere una rilevanza statistica né assomigliarci minimamente, piuttosto il tutto è stato pensato come simile ad una pseudo intervista che potesse restituirmi un piccolo fotogramma  del clima culturale presente in alcune territorialità.

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A che serve fare qualcosa

 

Da 'Totò a colori' - "La scienza va premiata"

Da ‘Totò a colori’ – “La scienza va premiata”

Ancora in molti ci chiedono perché avviare progetti sulle questioni di genere nelle scuole. Si potrebbe rispondere in tanti modi, uno dei quali è: perché non vogliamo che tanti ragazzi e ragazze crescano nella totale ignoranza dei problemi che li riguardano, e che li riguarderanno quando dalla scuola saranno usciti.

Come facciamo a sapere che questi problemi, inevitabilmente, li riguarderanno? Ecco qui un esempio. Quello che segue è uno dei messaggi che riceviamo da (purtroppo) anonimi commentatori – almeno questo si esprime civilmente.

Purtroppo non posso condividere il vostro punto di vista. Trasudate parzialità già dalla presentazione, Ad esempio, uno su tutti. La scuola italiana sarebbe maschilista? Avete mai guardato una statistica su quanti uomini insegnano nella scuola italiana?

Il femminismo degli ultimi tempi sta portando avanti ideologie umilianti, separatiste, aggressive. Non verrà nulla di buono da questo femminismo volgare. E siamo solo all’inizio.

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Tecnica di cosa?

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Questo articolo, che riportiamo per intero, è apparso nel sito “Tecnica della scuola”. Leggiamolo insieme.

Mamme e pornostar

di Pasquale Almirante 03/03/2014

Da quando i bambini devono essere presi in consegna all’uscita da un familiare noto alla scuola, frutto di circolari cautelative, si assiste, non solo a ingorghi di automobili e motocicli, ma anche a una passerelle di mamme di variopinti colori, fogge e forme.

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Medea non ha ucciso nessuno

Christa Wolf a Francoforte nel 1999

Christa Wolf a Francoforte nel 1999

Pochi giorni fa la tragica notizia di una madre che ha ucciso i suoi figli. Fioccano quindi i commenti autorevoli e gli articoli a sensazione, com’è ormai tipico nella gestione dell’informazione in occidente. Si diffondono soprattutto le parole di Massimo Recalcati e di Concita De Gregorio, che riportano in continuazione il nome di Medea, la donna assassina dei figli per antonomasia.

Peccato però che Medea non abbia ucciso nessuno.

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Storie malEdette e 1. Confessioni poco pericolose.

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Si apre oggi la nostra rubrica Storie malEdette rivolta a ragazzi/e, ma non solo.
Un modo alternativo per rispondere al vergognoso e turpe articolo di Beatrice Borromeo pubblicato sul FattoQuotidiano.it, lo scorso 6 Marzo.

Se volete far conoscere le vostre storie, frequentazioni, incontri sessuali, amori e relazioni raccontandoci le vostre esperienze malEdette e mai dette vissute durante l’adolescenza, scriveteci a:  lafilosofiamaschia@gmail.com. Pubblicheremo i vostri racconti con il rispetto per l’anonimato, in modo da lasciare a voi lettrici e lettori la possibilità di declinare la sessualità nell’adolescenza.

Rispondiamo al sessismo giornalistico, moralista con i racconti di vissuto reali.

Fiammetta

Non ci credo. È di nuovo la sveglia che non ho sentito! E niente, di corsa pure stamattina.
Cazzo!, in prima ora c’è la Pieri: oggi ha detto che spiegava storia. Se quella sa che abito dietro scuola mi uccide e mi gioco per sempre la reputazione.

Okay, devo pensare. Pensare!
Cosa mi metto?, mi trucco?, oddio che capelli di merda. Ma dove vado conciata così? No, ce la devo fare: ho venti minuti e ce la posso fare; ce la faccio sicuro. L’ho fatto in molto meno. Sì, i jeans sopra la sedia.
Poi, il lupetto nero attillato; sì, questo mi sta bene. Niente panico. Mutande, reggiseno, fondotinta, mascara, lucidalabbra: ce l’ho! Me lo porto, però. Quasi, quasi metto su il maglioncino con la zip; lo so, fa schifo ma c’ho solo questo! Lo metto, fa freddo oggi.

Lo zaino è a posto. Esco. Corro? No, se sudo sembro ancora più cesso.
Ho cinque minuti scarsi. Ma a scuola c’arrivo in meno a passo svelto. Ce la faccio.
Oddio, speriamo non me so scordata niente. Ansia.

Giro l’angolo, vedo il cancello; ci sono! Sono arrivata. Anzi, sto arrivando. Ma in classe non lo sanno.
Varco il cancello, m’affretto. La prima campanella è già suonata; porca vacca è già trentadue! Le otto e trentadue. È tardissimo.
Pure oggi bella figura; entro di nuovo durante l’appello. Brava, Fiamma. Brava.

Poi c’è lui. Santiddio. C’ho una fitta allo stomaco. Non ci devo pensare; se ci penso svengo e muoio. Ora, qui.
Lo ignoro e mi siedo, ed è tutto ok. In fondo devo solo sedermi. Salutare e sedermi.
Salgo le scale a due a due; ma quante so? Che fatica!
C’ho il fiatone.

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Dialoghi dello spogliatoio

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Riportiamo qui lo stralcio di una chiacchierata – nata un po’ per caso tra me e Fiammetta per email – che forse può essere uno spunto per capire un po’ meglio certe dinamiche sessiste, certi tabù, legati ad ambienti e situazioni quasi proverbiali, per quanto riguarda i discorsi sul sesso.
Uno di questi luoghi è lo spogliatoio.

Detto per inciso, Jackson Katz, uno dei più noti educatori antisessisti degli USA, lavora molto proprio con le società sportive professionistiche.

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Mai più clandestine. L’appello delle donne.

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Non c’è cosa più bella di una voce che si leva vibrante e vivace, in favore della libera scelta. E che si fa quando le voci diventano tante? Ci si chiama per nome, ci si siede tutte attorno e guardandosi tutte negli occhi si cerca di nominare le cose. E la rabbia, e l’ingiustizia, soprattutto quando sono queste ad avere la meglio sui corpi delle donne.

Marciamo in un’epoca post-umana che sempre più ci spinge verso una condizione extra-corporea, dove quella cosa che è il nostro corpo, registra il suo totale annichilimento; con tutte le conseguenti derive. Siamo oltre l’oggettivazione, probabilmente nell’anticamera della de-umanizzazione.

Siamo al punto che una legge – la legge 194 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia – rischia di non essere più applicabile a causa dell’alta percentuale di obiettori presenti nelle strutture pubbliche, con percentuali che variano di poco su scala nazionale in base alle Regioni. Se è vero quanto scritto da Stefano Rodotà, ovvero «il diritto trova così il suo limite nella volontà politica, dalla quale dipende la possibilità stessa di realizzarsi come diritto», allora dobbiamo constatare quanta poca sia la forza politica in campo oggi, al di là degli schieramenti e dei partiti. Ma soprattutto, quanto poco rispetto questa società nutra nei confronti degli stessi individui che la compongono (la popolazione femminile, in Italia, si attesta quasi attorno al 52%), in barba alla Costituzione e ai diritti inalienabili dell’uomo e della donna, ad essa inscritti.

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