Storie malEdette e 2. Un aneddoto.

un aneddoto1

Riceviamo e pubblichiamo con piacere, per la rubrica Storie malEdette.

Ci scrive Magda, “ho 22 anni e ricordo con tenerezza e nostalgia la mia adolescenza”. E ancora: “l’articolo della Borromeo mi ha infastidita e offesa, perciò ho deciso di partecipare proponendovi una mia esperienza, racchiusa in una storia. I nomi nella storia sono fittizzi, ma vorrei comparisse il mio nome perché vorrei metterci la faccia”.

Un racconto di vita adolescenziale, bello e potente. Ma soprattutto vero.
Cara Beatrice Borromeo, se vuoi, la tua prossima inchiesta puoi strutturarla cominciando a leggere qui.

Buona lettura a tutte e tutti.
Fiammetta.

Devo aspettare almeno tre minuti prima di poter guardare”. Nene cercò di recuperare la scatola per terra senza perdere l’equilibrio ed estrasse il foglietto per ricontrollare le istruzioni: “Tenere la punta assorbente verso il basso e nel flusso d’urina per la durata di ca. 6 secondi bla bla bla attendere 3 minuti…non leggere il risultato dopo i 10 minuti. Perfetto”. Nel frattempo, stare china in quella posizione le stava facendo venire i crampi ai polpacci. Appoggiò il bastoncino sopra la scatola e la scatola per terra, sullo scricchiolante tappeto di foglie autunnale. Si asciugò con un fazzoletto, si alzò in piedi e si riassestò alla meglio. Cercò di darsi un tono innocente, come se non avesse mai pisciato su un test di gravidanza nel bosco dietro casa. “Domani c’è la versione di latino, ma non riesco a concentrarmi con questo dubbio che mi perseguita da una settimana. Ci mancava solo questo ritardo. Aspetta, com’è che era il vocativo plurale della terza declinazione…cazzo non mi ricordo…”, pensò tra sé e sé.

– ALLORA??

Una voce distante qualche decina di metri la riportò alla realtà. Mattia la stava aspettando seduto sulla sua moto, accanto alla sbarra che blocca l’accesso al sentiero.“Saranno passati tre minuti”, si disse Nene e con il cuore in gola raccolse il bastoncino per leggere il risultato. Dopo aver tirato un sospiro di sollievo e fatto una sorta di balletto sul posto, tornò seria e camminando a passo svelto si diresse verso la moto. Mattia era sull’orlo della crisi di nervi, ma si sforzava di nasconderlo.

– Tutto a posto, amore. E’ solo un ritardo.

– Te l’avevo detto, abbiamo sempre usato il goldone, come potevi essere incinta?

– Che ne so, sono in ritardo di una settimana, essere sicuri non costa niente. E poi scusa, che cazzo mi urli “ALLORA??” Ok, non c’è nessuno, ma un minimo di discrezione…vabbè senti, dammi un bacio, non ne posso più di questa storia.

Si guardarono e Nene si lasciò sfuggire una risatina un po’ nervosa. Fumarono una sigaretta insieme, parlando e scherzando come al solito, prima di rimontare in sella.

– Passiamo davanti ai cassonetti, devo buttare questa roba. Se mia mamma la trova nella spazzatura le viene un colpo.

Più tardi, Nene tornò a casa e potè finalmente occuparsi della versione di latino dell’indomani. Era così concentrata che un’ora le bastò a rivedere tutti gli argomenti su cui non si sentiva pronta e proprio una volta stabilito di poter chiudere il libro, il suo cellulare squillò.

– Pronto? Ciao Giu, tutto a posto. Ah, sì, scusami ho dimenticato di chiamarti! No, niente, è solo un ritardo. Sì, meno male! Non sai che ansia, non ne potevo più di ossessionarmi! Sì ho già studiato latino, spero che andrà bene…Cosa? A mia mamma? Ma stai scherzando, le verrebbe un infarto! Ahahah bella, ciao Giu, a domani! Tutte queste madri entusiaste al momento della prima mestruazione, che celebrano la novella fecondità delle figlie e che poi tacciono timorose il mondo del sesso e dei suoi molteplici piaceri, meriterebbero un premio all’ipocrisia. Nene e gran parte delle sue amiche non avevano mai parlato di relazioni con i genitori. Certo, questi non ignoravano completamente che le loro figlie si interessassero ai ragazzi, ma il sesso restava un intoccabile tabù e se mai l’argomento fosse stato accennato, con ogni probabilità sarebbe stato trattato come una pericolosissima entità da evitare, come qualcosa di sporco che le avrebbe rese delle cattive ragazze.

Nene aveva scoperto il sesso tramite i racconti tra amici, i libri di scienze, la letteratura, Internet, e infine la pratica. Ma mai le era stato fatto cenno della sua esistenza all’interno delle quattro mura di casa. Lei ed i suoi genitori non parlavano molto. Sua madre era reduce di una malattia che l’aveva fatta chiudere in se stessa per diversi anni, suo padre invece era un uomo taciturno ed impacciato e come molti padri, completamente sprovveduto in materia affettiva. Nene e la sua amica Giulia avevano notato come una volta compiuti 12 anni, i loro padri avessero cominciato a prendere le distanze da loro. Questo vuoto che si era creato era qualcosa di così reale da rendere complicato ed imbarazzante un abbraccio, o un qualunque minimo gesto d’affetto. Per ovviare al problema della lontananza affettiva, i padri pensarono bene di iniziare a dimostrare il loro amore attraverso mance occasionali. Un po’ come “Dirti che ti voglio bene mi mette in imbarazzo, perciò ecco 20 euro”.

Nene era sicura che i suoi genitori non sarebbero mai riusciti ad affrontare il disagio della conversazione sul sesso e visto che non avevano detto nulla nemmeno quando aveva presentato loro Mattia, era piuttosto sicura che non ci sarebbe stata altra occasione di parlarne. Si sbagliava. Il sabato successivo, Nene e Mattia stavano facendo l’amore a casa di lui. I suoi genitori erano partiti per il weekend e questo significava potersela prendere comoda. Non succede spesso di avere tutto il tempo e lo spazio a propria disposizione quando si è adolescenti. I due si divertirono insieme tutta la sera, e infine, sudati e ansimanti, si accasciarono l’uno sull’altra. Dopo qualche minuto, Mattia si alzò in piedi e disse:

– Ehm…amore. Il preservativo, ecco, io non ce l’ho.

– Eh?

– Voglio dire, dev’essersi sfilato, dev’essersi incastrato dentro di te.

– Cosa?! Nella mia vagina?! TOGLILO!! TOGLILO SUBITO!

Il ragazzo infilò due dita ed estrasse il preservativo gocciolante. I due si guardarono:

– E adesso che cazzo faccio?

– Non ti impanicare Nene, cerchiamo una pillola del giorno dopo!

– Ma ci vuole la ricetta!

– Non in consultorio!

– Ma è sabato sera!

– Cazzo, è vero. In pronto soccorso?

– Sono minorenne, ci vuole comunque l’autorizzazione dei genitori…merda!

– Abbiamo altre opzioni?

– Certo che no, ho 15 anni, non voglio un bambino! Volevo solo un orgasmo! Prendi la moto, andiamo a casa mia.

– Ma tuo padre ci uccide!

– Tu puoi anche non venire, ma per favore, accompagnami a casa. E’ l’unica cosa sensata che posso fare.

Nene suonò il campanello, erano le 23.45. Suo padre aprì la porta in pigiama. Sua madre era in piedi dietro di lui, mezza addormentata. Il cuore di Nene le batteva all’impazzata nelle tempie e si sentiva le guance bollenti. Tuttavia, per non cadere nel panico, decise di mantenere un approccio pragmatico e asettico.

– Perchè suoni il campanello se hai le chiavi?! Ci hai svegliati.

– Papà, mamma: devo andare al pronto soccorso. Ho bisogno della pillola del giorno dopo, è stato un incidente…

Alle parole “Pillola del giorno dopo”, sua madre si lasciò cadere a terra come nei film.

– Cazzo, Elena! Lo sai che la mamma ha la pressione bassa!

Padre e figlia sollevarono la madre da terra e la riportarono a letto, dove le misero la bottiglia di aceto sotto il naso per farla rinvenire e aspettarono che riaprisse gli occhi. Nene stava per aggiungere che le dispiaceva disturbarli, ma suo padre le fece segno di tacere con aria torva e le disse di aspettarlo alla porta. In piedi, immobile davanti all’entrata, Nene li sentì borbottare qualcosa tra di loro dalla loro stanza, ma non capì cosa si stessero dicendo esattamente. Si sentiva male, si sentiva piccola e sentiva che i suoi genitori la stavano giudicando.

Il padre di Nene borbottava tra sé e sé mentre si metteva la giacca e prendeva le chiavi della macchina. I due uscirono insieme in silenzio e arrivarono al cancello, dove Mattia, inaspettatamente, li aspettava. Nene fu sorpresa di vederlo avvicinarsi a suo padre e dire:

– E’ stato un incidente, mi dispiace. Non volevamo disturbarvi a quest’ora, ma non possiamo andare al pronto soccorso senza un adulto.

Suo padre li guardò tutti e due, uno dopo l’altro, e per qualche pesantissimo secondo non disse niente. Nene si ritrovò di fronte all’ignoto. Non aveva minimamente idea di cosa potesse passare nella testa di un genitore in un tale momento. Non conosceva suo padre, non poteva sapere che cosa stava provando, ma sapeva che non avrebbe più potuto evitare il tanto temuto discorso sul sesso. Quella era l’occasione. Lì, in quel momendo, suo padre si sarebbe aperto e le avrebbe detto cosa pensava dell’accaduto, di lei, del suo comportamento. Avrebbe preso una posizione attiva nei confronti della sua educazione. Le avrebbe dato una lavata di capo etica e morale, mesi di castigo e reclusione, le avrebbe rivolto frasi come “Mi hai deluso”, “Mi sento un fallimento come genitore” e altre cose completamente inutili, che avrebbero solamente accresciuto la distanza che c’era tra di loro. Infine, suo padre si decise a parlare:

– Avete idea della quantità di incidenti gravi che arrivano al pronto soccorso il sabato sera? Se troviamo qualche stronzo obiettore poi è finita, ci passeremo tutta la notte!

E non aggiunse nient’altro. Si avviò verso la macchina in silenzio, seguito dai due. Nene sorrise di nascosto nel buio.

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4 thoughts on “Storie malEdette e 2. Un aneddoto.

  1. Cara Magda, ho quasi 57 anni e a leggere la tua storia ho pianto … ” ricordo con tenerezza e nostalgia la mia adolescenza” … la stessa identica storia potrei scriverla anch’io … non avevo ancora 16 anni … non c’era la pillola del giorno dopo, all’ora c’erano le “punture di ormoni” una magica fialetta … la stesse che facevo alla mia gatta quando andava in calore perché non restasse incinta… e se la sorte era impietosa c’era un mitico Consultorio delle Donne… e un altrettanto mitico volo per Londra … non c’era mio padre … all’ora non ne avevamo bisogno: mi sentivo eroica e stavamo cambiando il mondo. C’eravamo “solo” io, le amiche e il mio ragazzo … e, dopo tanto tempo, ci siamo ancora. Adesso ci sei anche tu … e anche tuo padre. GRAZIE di cuore!

  2. Buongiorno Donatella,

    mi permetto di darti del tu perchè credo che un “lei”, seppur cortese, sia troppo distante per comunicarti quanto sia lieta di aver letto il tuo commento. I miei genitori hanno all’incirca la tua stessa età e le tue parole mi hanno fatto pensare a quando ero adolescente e i miei coetanei ed io accusavamo i nostri genitori di “aver dimenticato cosa significasse essere giovani”, o di essere oppressivi e allo stesso tempo assenti. Purtroppo spesso è vero, altre volte è solo mancanza di comunicazione. L’episodio che ho raccontato non è la storia di una madre e di una figlia che parlano d’amore trapiantando gerani o di un padre che impartisce lezioni di vita davanti a un caminetto, perchè secondo la mia esperienza e quella di gran parte dei miei amici queste cose non esistono. E’ stata questa situazione scomoda, imbarazzante ed urgente a farmi conoscere davvero mio padre, senza neanche bisogno di parole e lunghi discorsi. E’ in quel momento che ho capito che voleva aiutarmi e che si ricordava cosa significa essere giovani, come anche tu ricordi benissimo! =) Ancora grazie mille,

    M

  3. Buonasera Magda, anch’io ho conosciuto davvero mio padre in una situazione scomoda, imbarazzante ed urgente …la sua malattia e poi la sua ultima partenza…dieci anni fa… senza bisogno di lunghe parole né lunghi discorsi, non c’era tempo … e solo allora ho capito che mi aveva sempre amata… e che aveva sempre voluto aiutarmi… nei modi che poteva.
    Ti ringrazio di nuovo per questa magnifica occasione… e per avermi dato “del tu”
    Un abbraccio forte.
    Buona Vita.
    D

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