Come un racconto. Sulla Filosofia della narrazione.

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«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi», scriveva Karen Blixen.

Mai frase è stata più vera, secondo me. Tutto quel che di più doloroso ha fatto parte del mio vissuto ha trovato ordine ed è stato accuratamente lenito grazie al tempo, ma soprattutto ai buoni racconti e alle buone parole poggiate lì davanti a me come fossero cose. Parole tessute per amiche o amici (persino immaginari) sin da quando ero una bambina, vengono custodite in quei racconti come un filo che tiene insieme le perle di una collana.

Quanto e quale potere assumono sul nostro immaginario, sulla nostra storia – la storia di chi siamo – certe narrazioni? E cosa rappresentano per noi?

Ho subìto il fascino delle narrazioni sin da quando ero piccola. Avrò avuto non più di 4 o 5 quando chiesi ai miei genitori di comprarmi un mangianastri che si sostituisse all’assenza di una narratrice o di un narratore che leggesse solo per me. Quel magico oggetto di desiderio avvolgeva musicassette come un mantello avvolge un segreto; dalla sua bocca uscivano racconti di fiabe e storie fantastiche che mi tenevano incollata per ore alla voce suadente di chi le raccontava.

Forse è per questo che ho particolarmente a cuore il modo in cui le storie vengono raccontate. Il modo in cui la Storia viene raccontata da specialisti/e che, spesso, sembrano aver dimenticato il potere insito nelle narrazioni. La cura nello scegliere determinate parole piuttosto che altre per raccontare certe storie risulta fondamentale a ricreare un certo pathos, un certo interesse anche solo un coinvolgimento da parte dell’uditore. Le storie ti tirano dentro, se sono ben raccontate poiché le storie aiutano a nominare le cose, gli eventi, i fenomeni, mettendoci nella condizione di riconoscere la nostra unicità di soggetti, il nostro chi siamo di fronte a tutti gli altri. Ciò ovviamente non può accadere senza gli altri e le altre; l’altro ci riconosce e allo stesso tempo ci racconta, in quanto sia noi che l’altro restiamo pur sempre «un sé narrabile a prescindere dal testo», scrive Adriana Cavarero in un suo brillante saggio. Questo “sé” narrabile mantiene un aspetto costitutivo di unicità, che però viene disvelato ai nostri occhi solo attraverso il racconto che della nostra storia ci concede qualchedun altro.

Si trova scritto in questo bel testo della Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti:

Essenziale, invece, è la familiare esperienza di una narrabilità del sé che, non a caso, sempre percepiamo nell’altro, anche quando non conosciamo affatto la sua storia. Detto altrimenti, nell’esperienza personale, il sé narrabile è, allo stesso tempo, il soggetto trascendetale e l’oggetto inafferabile di tutti gli esercizi autobiografici della memoria. Soggetto e oggetto sono del resto qui termini inequivocabili. Bisognerebbe infatti limitarsi a dire che ognuno di noi si vive come la propria storia, senza poter distinguere l’io che la narra dal che viene narrato.

E ancora,

Il sé narrabile, come aspetto costitutivo dell’unicità, non è pertanto il frutto di un’esperienza intima e separata, ossia il prodotto della nostra memoria. Non è né l’esito fantasmatico di un progetto, né il protagonista immaginario della storia che vorremo avere. Non è una finzione che possa distinguersi dalla sua realtà. Esso è piuttosto il sapore familiare di ogni sé nella distensione temporale del suo consistere in una sotria di vita che è questa e non altra. (…)

Chi incontriamo è dunque un sé narrabile anche se non ne conosciamo affatto la storia.

Non voglio addentrarmi troppo nei meandri del libro, di cui consiglio la lettura agli e alle appassionati/e di turno. Vorrei semplimente limitarmi a riflettere, partendo da queste parole, su come una nuova narrazione della filosofia possa riportare al centro del suo sviluppo, le storie di alcuni uomini e donne – pensatori e pensatrici dei secoli passati – focalizzandoci sui tratti innovativi e originali del loro singolo pensiero (unico e inimitabile) piuttosto che continuare a rincorrere la cieca ambizione che la Storia della Filosofia possa essere un ineasauribile racconto astratto e universale del pensiero puro o del definiente. Che è poi ciò che fa da secoli la filosofia; risponde a quesiti generali, tipo: “Che cos’è l’uomo?” conferendo ad essi un carattere universale nella speranza di definire un sapere utile ai più. Si trascura così la parte più intrigante del sapere, ovvero l’indagare nella storia di un sé narrabile, specifico e dato, chiedendosi: “chi è quell’uomo lì?, quale la sua storia?”. Una storia in cui buona parte di noi potrebbe riconoscersi perché porterebbe in rilievo un vissuto reale, di un dato uomo e non di un altro qualsiasi, appunto.

Scrive sempre Cavarero:

Sono infatti i filosofi stessi – questi solerti funzionari dell’universale – a insegnarci come il sapere dell’Uomo comandi che la particolarità di ognuno, ossia l’unicità dell’esistente umano, sia inconoscibile. Il sapere dell’universale, che caccia via dal suo statuto epistemico l’unicità incarnata, ha appunto la sua massima perfezione nel presupporne l’assenza. Cos’è l’Uomo lo si può conoscere e definire, ci assicura Aristotele, chi è Socrate, invece, sfugge alla verità dell’episteme.

Dunque, a mio avviso, è proprio su questo carattere dato anche alla Storia della Filosofia su cui bisogna insistere, insistere affinché cambi proponendo un’altra ottica di lettura. Pur se filosofia e narrazione messe a confronto manifestino caratteri opposti, dove la prima assume la forma di un sapere definitorio che concerne l’universalità dei concetti, mentre la seconda si costituisce come un sapere biografico che riguarda l’irriducibilità del singolo, un tentativo di cambio di movimento andrebbe tentata quanto auspicata oggi.

Soprattutto se – come noi – si guarda in un’ottica di divulgazione filosofica che possa ricreare un canale comunicativo e di interesse con e per le giovani generazioni, le quali mostrano spesso (e non a torto) disinteresse nei riguardi di questa materia, percepita ancora come noiosa e pedante.

Allora qual è il movimento che suggeriamo?

Pressapoco quello che suggerisce la Cavarero quando cita Hannah Arendt nel suo saggio: un movimento politico che rimetta al centro la persona, il vissuto, la sua storia, la sua particolarità e unicità nell’aver cambiato il pensiero o, a volte addirittura, la cultura del proprio tempo conducendo la narrazione sul piano della possibilità reale, cioè dell’accaduto invece che dell’universalità astratta. Partendo dalle storie di personagge e personaggi del pensiero, si potrebbe ricreare in classe un contesto più dinamico e maggiormente incline al dibattito poiché in grado di coinvolgere meglio ragazzi/e quanto più facile si renderà il processo di immedesimazione col protagonista scelto e la vita dello stesso. Da lì, una volta posta la storia, si possono aprire svariati canali di riflessione che vengano orientati dal docente dove meglio crede, anche su un terreno più squisitamente filosofico. Magari abbandonando il manuale e procurandosi una monografia.

Insomma, il lavoro non sarebbe tanto diverso da quello che facciamo qui ogni volta che scriviamo un post. Un cambiamento così radicale è possibile nel raccontare la storia del pensiero?
Secondo noi, sì. Tanto vale guardare il bicchiere mezzo pieno e tentare.
Vista da qui, la situazione attuale non sembra essere a vantaggio di alcuno.

Fiammetta.

 

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