Sulla competenza de* filosof*. Meglio dubitare

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Una settimana fa, il 18 Novembre, Nicla Vassallo pubblica su Doppiozero questo post.

Per quanto mi riguarda, queste sue parole si vanno a inserire in un film già visto, uno schema già noto, una moda consolidata: banalità a scopo narcisistico. “Sono fig* e voglio farlo vedere a tutt*, quindi scrivo un bel post sulle questioni di genere che oggi vanno tanto di moda, così s’imparano”. Questo fenomeno però, per quanto noto e diffuso (qui, qui e qui qualche lista di esempi raccolta dal sottoscritto), in questo caso è più grave del solito, perché Vassallo pensa di poter dire cose pesanti sulla vita di un po’ troppe persone, non avendone la minima competenza. In che senso? Entriamo nel merito.

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Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

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Cosa una filosofia di genere

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Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

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Qualcosa si muove

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Per parlare della posizione da cui svolgo il mio lavoro, scelgo il familiare linguaggio della politica, vecchi codici, parole come “lotta, maginalità e resistenza”. Scelgo queste parole ben sapendo che non sono né più popolari né più “giuste” – le conservo insieme all’eredità politica che evocano e rappresentano, pur lavorando per cambiare ciò che affermano e per assegnare loro significati diversi, rinnovati.

Così bell hooks, in Elogio del margine, una quindicina d’anni fa. Lei ed altr*, incessantemente, continuano a muoversi per cambiare quelle parole, i loro usi e significati, ed è ancora difficile seguire le tracce di questo cambiamento, perché avviene a diversi livelli e ancora in mezzo a un patriarcato che sta ben attento a non dare notizia di tutto ciò.

A Helsinki, in Giugno, ci sarà un congresso internazionale, Women in the History of Philosophy: Methodological Reflections on Women´s Contributions and Influence, ultimo di una lunga serie di appuntamenti simili sparsi per il mondo, di cui potete sapere tramite il blog Feminist History of Philosophy. Intanto che accadono cose accademiche e internazionali, da noi ci sono insegnanti che non aspettano riforme o chissà quali provvedimenti accentrati per darsi da fare, e che hanno le idee molto più chiare di tant* politic* di professione, teolog*, dirigenti scolastici e genitori:
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Niente di personale dove tutto è personale

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Se c’è stata una costante durante la mia crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza, è stata la ricerca di uno sguardo di amore ed approvazione che persi piccolissima con la morte di mio nonno paterno amatissimo. Quanta sofferenza sprecata ha portato questa instancabile ricerca e quanto senso di colpa inutile sperare arrivasse dagli altri o dalle altre qualcosa che, in fondo, avrei raggiunto soltanto voltando lo sguardo allo specchio.

Il cammino è stato spinoso; le ferite riportante tante da non riuscire più a tenerne il conto: sono state infinite le delusioni nel ricevere da altri/e giudizi sul mio conto che sentivo estranei al mio vero essere. Eppure volevo piacere ed essere compiaciuta da questo piacere; da una parte divenire oggetto di desiderio e contemporaneamente restare soggetto desideroso di. Ma uno sguardo è pur sempre uno sguardo: difficilmente ci somiglia del tutto, soprattutto quando sono gli altri a rimandarcelo. Questo sguardo non ci combacia mai.

Tenere insieme queste due istanze (l’essere oggetto e insieme soggetto di desiderio) non è stato affatto semplice, anzi. Ho capito presto, una volta alle superiori, quale poteva essere la strada per piacere ed ottenere risultati soddisfacenti. O almeno era quello che credevo.

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“Querelle” di che?

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Ricorderete senz’altro, scavando nella memoria scolastica, di una Querelle des Anciens et des Modernes. E’ riportata ovunque, nei manuali di storia della letteratura, e in quelli di filosofia.

Tanto che la parola querelle definisce quella, per antonomasia. Peccato però che non fosse la prima.

La storia europea è ricca di testimonianze di quanto diversamente possano venir recepiti e interpretati i due sessi, le loro peculiarità e i loro rapporti. Nella querelle des sexes si discusse per secoli, spesso in forma di lamento e di accusa (querelle), su cosa e come siano, debbano e possano essere le donne e gli uomini. Le prese di posizione su questo argomento si moltiplicarono nel primo Rinascimento, soprattutto in Italia, in Francia, in Spagna e ben presto anche negli altri paesi europei. Alla loro diffusione contribuì la crescente importanza della parola scritta e della forma scritta acquisita dalle lingue volgari europee, nonchè la stampa, la riproduzione di immagini e gli innumerevoli fogli volanti. Alla querelle parteciparono sia scrittori che scrittrici: gli autori scrissero sia opere ostili alle donne (invettive contro le donne, disprezzo delle donne, misoginia) sia opere a favore delle donne (difesa delle donne, lode delle donne, filoginia); i testi conservati scritti da donne sono per lo più a loro favore o contro le donne dipendeva di volta in volta dal contesto.
Fra le voci della querelle che sono giunte fino a noi, quelle femminili sono in minoranza, ma costituiscono una notevole percentuale di tutti gli scritti di donne di quell’epoca. La disputa ebbe origine nel Medioevo, si sviluppò nel Rinascimento, sotto l’influsso dell’Umanesimo e della riforma religiosa, e proseguì fino all’Illuminismo. (Gisela Bock)

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S’i’ fosse uomo, S’i’ fosse donna… nessuna differenza?

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Qualche mese fa, per l’esattezza ad Aprile 2014, mi è stato chiesto di scrivere un pezzo per una famosa rivista femminista quale è  DWF; argomento: le parole del femminismo e le nuove generazioni di adolescenti. Decisi di accettare questa sfida e di provare ad offrire un quadro parziale di ciò cui mi veniva richiesto; provare a narrare il rapporto che esiste oggi fra il mondo del linguaggio giovanile e la costellazione di parole assimilabili ai femminismi dei decenni passati. La scommessa era provare a capire quanto del vocabolario femminista è giunto sino a noi, ma soprattutto ai/alle ragazzi/e.

Così ho tentato di interpretare questa sfida scegliendo fra alcune parole a mio avviso importantissime: desiderio e relazione, richiamando la mia esperienza personale sui banchi di scuola.
Ma non sarà di questo che vi parlerò, qui, oggi.

Vi parlerò di cosa ho costruito attorno a queste parole.

Per comprendere, in parte, la conoscenza e le trasformazioni dei sensi attribuiti a certe parole da parte di ragazzi/e mi è balenata in mente l’idea di creare un questionario da sottoporre loro – in forma anonima –  e da svolgere  nelle terze e quarte superiori grazie alla complicità di alcune donne insegnanti che conosco da tempo. Ho scelto questa fascia d’età perché solitamente sono gli anni in cui si cristallizzano opinioni, pensieri e giudizi (quindi anche pregiudizi), muovendo da ciò che altri/e ci hanno trasmesso. Sono gli anni  in cui avviene il passaggio alla maturità adolescenziale, ma ancora abbastanza lontani dalle prese di posizioni nette o più squisitamente ideologiche e/o politiche. Ovviamente la scommessa non era stata pensata come qualcosa che potesse avere una rilevanza statistica né assomigliarci minimamente, piuttosto il tutto è stato pensato come simile ad una pseudo intervista che potesse restituirmi un piccolo fotogramma  del clima culturale presente in alcune territorialità.

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Come una filosofia di genere.

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In molti/e ci state chiedendo in questi giorni che precedono le giornate del 20 e 21 Settembre di “EDUCARE ALLE DIFFERENZE”, cosa rappresenti per noi una “filosofia di genere”, se possa davvero esisterne una, ma soprattutto in cosa consisterebbero i nostri percorsi di genere filosofici.

Proverò, quindi, a spiegare la nostra progettualità in concreto cercando di offrire al meglio la nostra visione; le motivazioni che ci hanno portato ad ideare percorsi filosofici di genere per le scuole superiori.

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Sessantacinque anni fa.

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Era l’autunno del ’49, e alla Sorbona un filosofo francese parlava così ai suoi studenti.

Non accorgendosi del suo atteggiamento sdoppiato, rifiutando persino di riconoscere in se stesso l’immagine dei “genitori cattivi”, il bambino “rigido” tenderebbe a proiettare fuori di sé quella sua parte che rifiuta. Egli proietterebbe all’esterno l’aggressività che egli respinge attraverso un processo di esternalizzazione molto evidente in alcuni casi.
Nelle leggende che circolano non soltanto negli Stati Uniti, ma anche nell’Africa francese e in molti altri luoghi sulla sessualità dei negri, si esprime in buona parte, secondo gli osservatori più attendibili, un meccanismo di questo genere; cioè i soggetti proiettano sul negro, considerato come il rappresentante di una sensualità naturale, più violenta e più forte, qualche parte di sé che essi rifiutano.
Lo stesso meccanismo entra in funzione nei riguardi degli ebrei: la costruzione del personaggio dell’ebreo viene attuata spesso attraverso una bipartizione di questo genere. L’antisemita proietta sull’ebreo, come altri sul negro, e ciò vale anche per altre minoranze, una parte di sé stesso che egli rifiuta e di cui si vergogna; questa minoranza appare tanto più detestabile in quanto incarna i comportamenti di cui il soggetto porta in se stesso i germi, che non vuole riconoscere per suoi.
E’ un meccanismo analogo a quello che Simone De Beauvoir ha analizzato nel fenomeno della “lotta dei sessi”. Il fatto si constata all’età di 10 anni nelle classi scolastiche dove i ragazzi e le ragazze vengono educati insieme. Se si interrogano i ragazzi e le ragazze sulle ragioni di questa dicotomizzazione (perché di questo si tratta), si è indotti a ammettere qualcosa di questo genere: ognuno attribuisce all’altro le caratteristiche della sua umanità che rifiuta.

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Come un racconto. Sulla Filosofia della narrazione.

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«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi», scriveva Karen Blixen.

Mai frase è stata più vera, secondo me. Tutto quel che di più doloroso ha fatto parte del mio vissuto ha trovato ordine ed è stato accuratamente lenito grazie al tempo, ma soprattutto ai buoni racconti e alle buone parole poggiate lì davanti a me come fossero cose. Parole tessute per amiche o amici (persino immaginari) sin da quando ero una bambina, vengono custodite in quei racconti come un filo che tiene insieme le perle di una collana.

Quanto e quale potere assumono sul nostro immaginario, sulla nostra storia – la storia di chi siamo – certe narrazioni? E cosa rappresentano per noi?

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