Per mano di donna

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Sono cresciuta per mano di donna.
Mani forti, ruvide, provate dal lavoro di una vita. Una vita passata fra i campi ed i cantucci di una piccola casa di periferia in cui ci si stava in nove, dieci, undici fra creature che crescevano ed altre che venivano al mondo.

Sono cresciuta per mano di donna.
Mia nonna, mia zia; una madre, una figlia che sembravano sorelle. Donne comuni la cui vita è stata scandita da gesti semplici e dalla fatica di tutti i giorni. Tutt’attorno suoni e rumori dettavano i ritmi del dovere e del fare durante i quali loro si prendevano cura di me.

Ma la mia cultura dice altro.
Nella mia cultura i corpi scompaiono per farsi oggetto; le mani che toccano, manipolano, contaminano vengono trasformate in metafisica per la mente. La vita diventa un susseguirsi di eventi in cui qualcun altro, altrove decide per me. Non ci si chiama per nome, ma si nominano cose. Maschile plurale, è la lingua della mia cultura.

Sono cresciuta per mano di donna.
Grazie all’arte della cura, un’arte antica come il mondo perfezionatasi nei secoli e trasmessa di generazione in generazione. Questa sapienza fatta di buon senso e sapienza, memorie e pratiche riconoscibili mi è stata passata oralmente. Nessuna traccia se non la fiducia nelle mie mani, negli occhi che osservano, nell’abilità di stare insieme.

Ma la mia cultura dice altro.
La mia cultura parla la lingua della ragione e rimuove una verità di cui nessuno ha ricordo; da dove veniamo?, perché siamo al mondo?, chi ci ha voluto qui? Un’origine comune da molti declinata in tante teorie, in tante storie, in tutte le religioni. Sempre dio, o mio dio, o miei dei. Madre! ti hanno cancellata. Mani vi hanno scordato. Corpo ti hanno rubato.

Sono cresciuta per mano di donna.
Ed io mi riconosco solo quando dico a voce alta che sono figlia degli occhi che per primi si sono posati lucidi su di me, delle braccia che ho avuto addosso da bambina. Porto l’impronta delle mani di donna, mani operose sempre per aria.

Sono cresciuta per mano di donna.
Della bellezza fatta di attimi e routine, dell’accoglienza silenziosa di chi mi ha fatto spazio e mi ha permesso di essere. Essere giocando. Essere creativa. Essere libera per essere me stessa. I miei piedi hanno calpestato la terra, il mio corpo ha riposato, le mie mani hanno costruito, le orecchie hanno sentito batteri cuori, le mie labbra hanno baciato, i miei occhi sono stati asciugati.

Ma la mia cultura dice altro.
La mia cultura dice la violenza e la guerra, parla della delega del mio corpo a qualcun altro, del controllo psico-fisico su di me, della svalutazione del mio lavoro in casa, dice e parla ancora. Parole e nomi che ho imparato a conoscere, anche lì dove le mani mi hanno allevata. Infine, la mia cultura legifera e prescrive. Obietta e impone obblighi, costumi, usanze. Infine giudica e norma. Giudica e sentenzia a piacimento.

Sono cresciuta per mano di donna. Eppure resto figlia del patriarcato, ne porto i lividi addosso. Taccio, anzi parlo. Mi ribello. Faccio rete. Riconosco, ma non mi riconosco.

Che cos’è una donna? Altro.
Dove sono le mie sorelle? Nei libri solo l’ombra.

Ancora a questo punto?, e dove stiamo andando?
Ed io cosa vorrei urlare al mondo?

Che sono nata di donna, per mano di donna.
Ed il nostro tempo è ora.

A mia nonna Iole,
Fiammetta

 

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