Rea confessa

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Il letto volante, Frida Kahlo 1932

Di aborto non si parla quasi mai. Quando succede si abbassa lo sguardo e il tono della voce. A meno che non sia un dibattito pubblico, e allora i toni si infuocano: le donne assassine, lo sterminio degli innocenti, il genocidio legalizzato. Anche chi è a favore della legalità dell’aborto e della possibilità di scelta della donna difficilmente è a proprio agio.

Così esordisce Chiara Lalli nelle prime pagine del suo libro A. La verità, vi prego, sull’aborto. E rileggendo queste poche righe non posso che associarle alle recenti dichiarazioni della performer ed artista Marina Abramovic, la quale ha rotto il silenzio dichiarando pubblicamente di aver abortito. In più di una occasione.

L’artista è stata intervistata dal Tagesspiegel (la cui intervista non esiste per intero in italiano, ad oggi) ma è l’estratto con solo alcune delle sue dichiarazioni ad essere riportato su buona parte dei quotidiani online – compreso l’huffingtonpost italiano – e siti spazzatura che hanno provveduto a commentare le dichiarazioni con i soliti titoloni ad effetto. L’intento? Decontestualizzare le dichiarazioni personali di Abramovic dal resto dell’intervista. Tra l’altro molto interessante. La “sconcertante rivelazione”- udite udite! – è quella di aver ricorso alla pratica dell’aborto per tre volte nella sua vita, al fine di difendere il proprio contributo nel mondo dell’arte ed il diritto di restare all’apice della carriera.

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Per mano di donna

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Sono cresciuta per mano di donna.
Mani forti, ruvide, provate dal lavoro di una vita. Una vita passata fra i campi ed i cantucci di una piccola casa di periferia in cui ci si stava in nove, dieci, undici fra creature che crescevano ed altre che venivano al mondo.

Sono cresciuta per mano di donna.
Mia nonna, mia zia; una madre, una figlia che sembravano sorelle. Donne comuni la cui vita è stata scandita da gesti semplici e dalla fatica di tutti i giorni. Tutt’attorno suoni e rumori dettavano i ritmi del dovere e del fare durante i quali loro si prendevano cura di me.

Ma la mia cultura dice altro.
Nella mia cultura i corpi scompaiono per farsi oggetto; le mani che toccano, manipolano, contaminano vengono trasformate in metafisica per la mente. La vita diventa un susseguirsi di eventi in cui qualcun altro, altrove decide per me. Non ci si chiama per nome, ma si nominano cose. Maschile plurale, è la lingua della mia cultura.

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Messaggio di fine anno da una qualunque irriverente

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Ci pensate? Quasi settant’anni di storia repubblicana e quasi settanta discorsi di fine anno tenuti da uomini sulla settantina. O giù di lì.
Mi è venuto in mente stamattina a colazione, davanti alla mia fetta di panettone. Tutto regolare: questa è La Tradizione!

Uso della parola che neanche la giustificazione a scuola, grazie alla quale ci si smarca da una riflessione presumibilmente problematica.

Cosa vorrei dire? Cosa vorrei dimostrare?
Nulla di nuovo sotto questo cielo. Difatti, anche la voce di Wikipedia mi ricorda quanto sia importante – ma che dico fondamentale – La Tradizione per noi italiani/e. Alla voce Messaggio di fine anno c’è scritto:

discorso con il quale capi di Stato, sovrani e presidenti si rivolgono al proprio popolo fornendo un consuntivo dei traguardi politici, sociali ed economici raggiunti nell’anno solare, terminando in genere coi propositi per l’anno successivo.

Capi, sovrani, presidenti. Maschile plurale.
E che sarà mai! In fondo è giusto che la carica più alta dello Stato (13 sono gli uomini che contiamo dal 1948 ad oggi) faccia il suo monologo a reti unificate in cui ci racconta la sua storia sull’andamento dell’anno appena trascorso, facendoci dono della sua visione delle cose, con il solito linguaggio “truccato”.

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Ricomincio dalle parole. Per quello che vale, non voglio essere salvata.

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Da alcune settimane sul web si è scatenata un’eco di commenti riguardo l’appello di SNOQ contro la pratica della Surrogacy (surrogazione di maternità), a cui oggi si aggiungerà anche il mio. Visto il vespaio di voci e critiche alzatosi sul tema, esortazioni personali sui social a prendere posizione, ritengo giusto che su questo blog (in cui ho già trattato del corpo delle donne e di pratiche mediche sui corpi delle donne) dia la mia lettura.

Dunque, per tentare di fare ordine nella mia mente, mi sento di ri-partire proprio dall’appello divenuto oggetto del “dibattito” online (in realtà si è trattato di numerosi botta e risposta, prese di distanza o di posizione) con un veloce deconstructing cominciando col sottolineare le parole usate nell’appello che si definisce – nel titolo d’apertura – “contro la pratica dell’utero in affitto” per poi esordire:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.

Ora, bisognerebbe mettersi d’accordo con se stesse quanto meno perché parlare di una pratica utilizzando prima le parole “utero in affitto” (definizione della pratica apertamente critica e dispregiativa) e subito dopo il nome tecnico  di “maternità surrogata” denota, a mio parere, una certa ambiguità che non saprei come leggere.

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Fenomenologia di una stronza. Quando è una donna a declinare la realtà.

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Judith Leyster (1609 – 1660), pittrice olandese

Quand’è che è cominciato tutto? Il momento preciso in cui se una donna aveva qualcosa da dire sulla realtà ed il mondo che la circondava è stata screditata, congiurata, condannata, giudicata ferocemente pur di farla smettere o tacere?

Come se il suo punto di vista sulle cose non fosse esso stesso la prova di una capacità fenomenologica, analitica, allorché di pensiero.

Come se le sue abilità o capacità non fossero esse stesse la dimostrazione di una concettualizzazione del mondo propria, autonoma, indipendente.

Per secoli, innumerevoli donne hanno posseduto una visione del mondo e delle relazioni che lo muovevano, a volte trovando i mezzi per esprimerla e raccogliendo il coraggio per difenderla e diffonderla pubblicamente. Più spesso, invece, questa medesima visione si è dovuta piegare o adattare a quella che ne fornivano gli uomini. Un atto che per secoli è stato ritenuto legittimo. Non oserei se lo definissi: patriarcale.

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Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

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Cosa una filosofia di genere

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Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

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Dalla parte del carnefice. Oppure no.

Guido Reni - la strage degli innocenti

Guido Reni – la strage degli innocenti

C’è un’immagine ricorrente dal secondo dopoguerra in avanti nell’immaginario collettivo italiano; quell’immagine è presente in buona parte dei manuali di storia delle superiori ed è la foto di Benito Mussolini appeso a testa in giù in Piazzale Loreto, a Milano. Era il 28 aprile del 1945 il giorno in cui quella foto fu scattata per rimanere a memoria futura: finalmente il duce, il carnefice, aveva ricevuto quello che si meritava!

Questa immagine ha contribuito fortemente, secondo me, nel costruire la simbologia che si racchiude nella figura del carnefice per noi italiani/e: quella del centauro un po’ bestia, un po’ uomo. Non solo. Quell’immagine porta dietro con sé anche un contro agito fortissimo che esplicita la cultura dello stivale, dove a pagare per le colpe di uomini carnefici bisogna includere sempre anche il corpo di una donna come mediatore delle vergogne compiute da questo: accanto a Mussolini, infatti, fu appeso per i piedi pure il corpo di Clara Petacci.

A questa figura di stampo mitologico – il centauro – si unisce lo status di straordinarietà che la figura del carnefice ha assunto nella contemporaneità; straordinarietà nel senso proprio di non-ordinarietà, o meglio di a-tipicità appartenente a colui che si manifesta come non-umano. Insomma, si applica a questa figura un processo simile a quello che in psicoanalisi si identifica come pseudo-speciazione cioè l’eccesso di distanziamento e diffidenza nei confronti di persone o gruppi rispetto al sentimento collettivo. Una volta avvenuta l’eliminazione dal sentimento collettivo, queste persone o gruppi cominciano ad essere percepiti non più come appartenenti alla stessa specie o collettività, appunto, ma come qualcosa di altro, di diverso, addirittura come non più umani, bensì cose (per un approfondimento sulla simbologia del centaurismo, rimando a Luigi Zoja, “Centauri. Mito e Violenza Maschile”).

Sarà per questo che la figura del carnefice si identifica sino a sovrapporsi con quella della bestia, del pazzo, del folle, dello squilibrato rafforzata da un agito in grado di perpetuare azioni non riconducibili alla normalità, all’ordinarietà e quindi alla disumanità con l’aggravante odierna di venir declinato erroneamente dai mass media con l’appellativo di raptus.
Chi commette violenze, anche nel tempo, sembra non rispondere all’immagine dell’uomo comune, ordinario per la buona parte degli/delle italiani/e.

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Lontananza, vicinanza.

vicinanza

 Non puoi fare a meno di cercare un senso, che forse si nasconde non nei singoli rumori isolati ma in mezzo, nelle pause che li separano.

Italo Calvino
Un re in ascolto, Sotto il sole Giaguaro

Breve storia di una lontananza.

Gli ultimi mesi di vita, fra quotidianità e prassi giornaliere mi hanno portata a non scrivere quasi più, qui. Contingenze ed incontinenze varie hanno fatto sì che mi allontanassi dalla scrittura, dalle parole, dal loro fluire lento ma inesorabile, dalla riflessione, e dai libri.

A volte la vita ci porta dove non sappiamo, o dove non ci piace andare.
O forse, per andare dove dobbiamo andare [cit. da Totò e Peppino] ci è dato di girare un po’ a vuoto, di starcene un po’ lontani dalla “piazza principale”.

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S’i’ fosse uomo, S’i’ fosse donna… nessuna differenza?

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Qualche mese fa, per l’esattezza ad Aprile 2014, mi è stato chiesto di scrivere un pezzo per una famosa rivista femminista quale è  DWF; argomento: le parole del femminismo e le nuove generazioni di adolescenti. Decisi di accettare questa sfida e di provare ad offrire un quadro parziale di ciò cui mi veniva richiesto; provare a narrare il rapporto che esiste oggi fra il mondo del linguaggio giovanile e la costellazione di parole assimilabili ai femminismi dei decenni passati. La scommessa era provare a capire quanto del vocabolario femminista è giunto sino a noi, ma soprattutto ai/alle ragazzi/e.

Così ho tentato di interpretare questa sfida scegliendo fra alcune parole a mio avviso importantissime: desiderio e relazione, richiamando la mia esperienza personale sui banchi di scuola.
Ma non sarà di questo che vi parlerò, qui, oggi.

Vi parlerò di cosa ho costruito attorno a queste parole.

Per comprendere, in parte, la conoscenza e le trasformazioni dei sensi attribuiti a certe parole da parte di ragazzi/e mi è balenata in mente l’idea di creare un questionario da sottoporre loro – in forma anonima –  e da svolgere  nelle terze e quarte superiori grazie alla complicità di alcune donne insegnanti che conosco da tempo. Ho scelto questa fascia d’età perché solitamente sono gli anni in cui si cristallizzano opinioni, pensieri e giudizi (quindi anche pregiudizi), muovendo da ciò che altri/e ci hanno trasmesso. Sono gli anni  in cui avviene il passaggio alla maturità adolescenziale, ma ancora abbastanza lontani dalle prese di posizioni nette o più squisitamente ideologiche e/o politiche. Ovviamente la scommessa non era stata pensata come qualcosa che potesse avere una rilevanza statistica né assomigliarci minimamente, piuttosto il tutto è stato pensato come simile ad una pseudo intervista che potesse restituirmi un piccolo fotogramma  del clima culturale presente in alcune territorialità.

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