Niente di personale dove tutto è personale

maturità2

Se c’è stata una costante durante la mia crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza, è stata la ricerca di uno sguardo di amore ed approvazione che persi piccolissima con la morte di mio nonno paterno amatissimo. Quanta sofferenza sprecata ha portato questa instancabile ricerca e quanto senso di colpa inutile sperare arrivasse dagli altri o dalle altre qualcosa che, in fondo, avrei raggiunto soltanto voltando lo sguardo allo specchio.

Il cammino è stato spinoso; le ferite riportante tante da non riuscire più a tenerne il conto: sono state infinite le delusioni nel ricevere da altri/e giudizi sul mio conto che sentivo estranei al mio vero essere. Eppure volevo piacere ed essere compiaciuta da questo piacere; da una parte divenire oggetto di desiderio e contemporaneamente restare soggetto desideroso di. Ma uno sguardo è pur sempre uno sguardo: difficilmente ci somiglia del tutto, soprattutto quando sono gli altri a rimandarcelo. Questo sguardo non ci combacia mai.

Tenere insieme queste due istanze (l’essere oggetto e insieme soggetto di desiderio) non è stato affatto semplice, anzi. Ho capito presto, una volta alle superiori, quale poteva essere la strada per piacere ed ottenere risultati soddisfacenti. O almeno era quello che credevo.

Spesso, nel provare a farlo, mi veniva chiesto di prendere a modello amici, coetanei, compagni, come si chiede ad una bambina di infilarsi quel cappottino rosso delizioso; come un’immagine a cui dover aderire perfettamente, qualcosa di universalmente dato. In fondo, questi modelli viventi venivano proposti come tali da persone che incarnavano ruoli di potere perciò era difficile esimersi dal farlo. Queste persone, poi, mostravano tutto il loro orgoglio compiaciuto solo se si riusciva noi altri/e ad incarnare o riproporre abbastanza fedelmente quel tipo di modello; era una gara verso il conformismo più spietato ed avvilente, quella del recitare il ruolo del bravo studente.

Ci sono voluti anni, prima di prendere una distanza sufficiente da ciò cui mi era imposto di aderire o mettere in replica con la speranza della ricompensa nel bel voto. Ci sono voluti anni per trovare le mie risposte ai motivi che mi avevano portata a raggiungere certi risultati e a “fallirne” altri, ad invaghirmi di certe figure-simbolo, rifiutandone altre. Ci sono voluti anni di letture, anni di introspezione e cura nelle relazioni per approdare a certe verità simboliche, ma fondamentali per una reale presa di coscienza di sè. Verità di tutte quelle forme crudeli e castranti di creazione di un mondo, di un immaginario che non mi rispecchiava, non parlando affatto di me.

Una delle letture che mi ha maggiormente colpita è il testo di una donna di cui so molto poco, Elvira Banotti. Conosciuta da molte e molti come la più radicale tra le femministe che negli anni 60′ fondò a Roma, insieme a Carla Lonzi e Carla Accardi, il gruppo di Rivolta Femminile la cui produzione cartacea resta una delle pietre miliari del pensiero femminista italiano. Donna dalle parole crude e taglienti nel suo breve testo dal nome Una ragazza speciale, esordisce scrivendo:

Tra le molte cose che vorrei dire scelgo di partire dall’inizio, dalla mia infanzia e dai perché del mio modo d’essere… io credo che il come ci si muove nell’esistenza conti moltissimo. Vi domando: qual è il “senso” che ci spinge a valorizzarci aprendo le porte alle relazioni? Per me è la Sessualità, un patrimonio somatico che non mi trasporta soltanto verso la genialità ma è condensato di desideri, di intuizioni, di selettività che creando situazioni impreviste valorizza anche gli altri.

In questo scritto c’è un primo, grande atto di rivolta; un partire da sè che non è riducibile alla banalità del parlare in prima persona, ma di una rivendicazione umana dell’essere come si è: ognuno a modo proprio, guardando al nostro modo di condurci nel mondo e di instaurare relazioni. Un punto di vista personale, politico, unico ma riconoscibile proprio perché singolare. Esattamente tutto il contrario di quanto ci insegnano ancora oggi, dove è l’Universale a rispecchiarci tutti e tutte in una cornice che esime dalle particolarità e dalle condizione proprie dell’esistenza umana; un Universale che si allarga fino ad includere anche noi.

C’è voluto il femminismo nella storia del pensiero e nella pratica politica per mettere in luce tutte le crepe prodotte da un “inganno millenario” quale quello a fondamento del pensiero filosofico e contenuto nel concetto di universalità concepito a misura d’Uomo. Appunto.

Sono nata tra il 1932 ed il 1952 seconda dopo un fratello con altre due sorelle e due fratelli. (…) Quello in cui siamo cresciuti è un mondo ormai distante articolato sui principi assoluti del virilismo. Crescevo schermata da una madre intelligente, imperiosa, elegante e raffinata, ma notavo che rafforzava la primogenitura di mio fratello assegnandogli una misteriosa prospettiva di privilegio (con il passare degli anni ho capito poi che il privilegio è un capestro che ti spersonalizza perché sollecita visioni alterate dell’esistenza). Quell’operazione deformante proseguiva attraverso insegnanti che, divulgando discipline scolastiche assurde, rinforzavano o forse penalizzavano in un modo o in un altro ragazze e ragazzi. Alunne ed alunni venivano plagiate/i da narrazioni e interpretazioni favolistiche su una presunta storia del mondo classificata come “universale” ma popolata esclusivamente da figure maschili: una forma di elefantiasi che è deformazione. Farcivano le nostre menti con elementi provenienti da guerre catastrofiche, da miti religiosi e laici inquadrati su fratelli assassini (Caino ed Abele, Romolo e Remo, Giulio Cesare ed il bello gallico, Edipo) le cui ragioni erano per me incomprensibili. Non vi sembra insultante per tutti lo stesso mito fondativo della vita sulla terra attraverso la nascita di Eva dalla costola di Adamo? Non è forse l’uomo a nascere dal corpo della donna?
Operazioni folli che “celebrano soltanto l’aberrazione” di narrative e religioni che tentato di proiettare lungo i secoli l’occultamento del Femminile. Si vuole farci scomparire dalla simbologia creando visioni stravolte, coscienze dissestate che accelerano quegli squilibri oggi così evidenti nelle varie forme di comportamento. Chiediamoci: come viene innestata nella narrazione del mondo la Donna? Quelle nominate lo sono in termini spregiativi, sono caratterizzate come figure subdole e pericolose.

Invidiabile, dal mio punto di vista, il modo dirompente in cui, qui, si tesse una narrazione fra il personale ed il reale; in questo passo c’è tutto il mio medesimo risentimento per un sistema scolastico e normativo umiliante non solo per me, in quanto giovane donna, ma per il  Femminile e la sua potenza occultata, rovesciata, calpestata, raccontato – bene che vada – come subordinato o subdolo. Sono cresciuta così durante le superiori; tra la rabbia di non essere apprezzata né di veder riconosciute le mie capacità, e l’occultamento di me stessa: guardavo all’esempio cui mi veniva chiesto di volgere lo sguardo. Il mio compagno di classe S. era incredibilmente perfetto: ottimi voti, ottimo metodo di studio, ottima presenza, ottimo in condotta, impegno politico quanto bastava a rafforzare la sua affidabilità e credibilità scolastica; opinioni personali e convinzioni distribuite come perle di saggezza da un ragazzino infaticabile studente. Infatti S. passava dalle 5 alle 7 ore sui libri, amava il body building tanto da seguire una dieta ferrea e praticare questo sport la giusta parsimonia che si doveva all’attività fisica a quell’età. Aveva perfino il tempo di riscrivere i suoi appunti, ovviamente presi in classe durante le lezioni per poi generosamente distribuirne fotocopie a chiunque glielo chiedesse. Sì, S. era pure generoso e bello, il che non guastava a definire il quadro generale.

Se non ti riusciva di emularlo almeno un po’, potevi dirti spacciata. Ti restava solo il bieco compiacimento dell’insegnante, cosa per me impraticabile. Per tutto l’ultimo triennio di studi superiori ho guardato a lui come qualcosa a cui dovevo assomigliare; mi sentivo come Alice nel paese delle meraviglie quando deve oltrepassare quella porticina minuscola per le sue lunghe braccia e gambe. Mi si faceva capire che se volevo essere presa sul serio o venire considerata sufficientemente credibile scolasticamente parlando, dovevo trovare una soluzione e passare quel collo di bottiglia. Ma nessuno era minimamente equiparabile a confronto di S.

S. aveva sempre qualcosa in più: un laboratorio in più a cui partecipava, un progetto a cui teneva, un impegno a cui dedicarsi e per cui venir giustificato se tralasciava dell’altro. Non era raggiungibile. A me non restava che nuotare nel mare della mediocrità comune alla maggior parte. Non ero mica un ragazzo speciale!

Non ho potuto far altro che riconoscermi, aderendo perfettamente al racconto della Banotti quando scrive,

Sarebbe quanto mai opportuno interrogare oggi bambine e bambini sui loro processi di identificazione con le migliaia di figure retoricamente idealizzate nelle favole e nell’educazione scolastica. Perché mai le bambine devono essere sospinte verso il nulla e neutralizzate dall’assenza di riferimenti? Non comporta forse la rinuncia a qualsiasi senso?

ed ancora:

Se ripenso alla mia infanzia rilevo che avevo una mia psicologia segreta e mi sono battuta bizzarramente per non essere incanalata. Nessuno sospettava che avessi la capacità di scoprire le maschere sociali, i sotterfugi, le attrazioni fra adulti, i loro contrasti. (…) Segretamente proteggevo le mie emozioni che si intrecciavano nei pensieri fornendomi energie indispensabili per non essere neutralizzata tanto quanto lo erano le numerose ragazze che ho conosciuto. Vivevo stimoli potenti che sviluppavano il fisico ma anche percezioni che non potevo rendere esplicite: su quelle, intorno a me, c’era un silenzio di piombo.

Se penso a queste come a parole scritte quarant’anni fa, mi viene da deprimermi. Generazioni e generazioni di fanciulle cresciute sotto la falsa predica di un’uguaglianza fra sessi quando tutto quello in cui vengono ancora educate non parla di loro, ne della loro storia. Anni passati su testi privi di figure femminili – se non di rilevanza eccezionale – di narrazioni ipoteticamente neutre; anni in cui ci è stato imposto di studiare e capire concetti, pensieri, categorie fondati su una presunta universalità con un’idea di insegnamento in grado di replicarne altrettanta. Il tutto è stato accuratamente condito con le dovute, assurde, pretese di produrre elaborati scritti o interattivi critici, creativi e fuori dal conformismo. Ma basta aprire uno qualsiasi fra i manuali di filosofia o letteratura per le superiori, per rendersi conto di quell’unica evidenza empirica che molti/e ancora rifiutano. La forma e i contenuti della nostra attuale didattica fanno capo ad una didattica identica a se stessa da decenni, capace di tramandare la convinzione (errata) che sia sufficiente una narrazione asessuata al fine di coltivare cultura e progresso nella società.

Una possibile soluzione di molti dei problemi sociali, relazionali e umani che vive questo tempo e noi insieme ad esso, comincia da qui: dalla realtà della forma che abbiamo dato all’educazione, alla nostra didattica inadeguata ai tempi quanto alle generazioni, riconoscendone limiti e condizionamenti coercitivi.

Io non ho la pretesa di indicare una via per superare questi molteplici ostacoli; credo ci siano energie e personalità tali da poter cambiare questa condizione didattica antiquata. Credo nel valore dello scambio reciproco e della partecipazione di tutte le anime coinvolte, in primis di ragazzi/e.

Intanto magari potremmo cominciare da qualche altra lettura?

Fiammetta

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