“Il” morte di Sara: sul femminicidio e il movimento delle donne

Enrica_ImmaginexSara

Sara di Petroantonio non è più tornata a casa. Nonostante avesse voluto, come testimonia l’ultimo sms scritto dalla giovane alla madre poche ore prima di essere speronata, uccisa e data alle fiamme dal suo ex. Insieme a lei, pochi giorni dopo, altre donne hanno subìto la medesima sorte per mano di mariti, ex mariti o compagni. Prima di lei molte donne sono morte ammazzate per mano di carnefici che dicevano di amarle.

La morte della ragazza (e di molte altre donne che in questi anni sono state uccise da uomini violenti) è stata annunciata in parte – ancora – da giornali, stampa e tv come un “omicidio” o un “assassinio” qualunque producendo un necrologio senza fine e privo di senso. Il linguaggio usato – maschile neutrale – richiama una totale incapacità di farsi carico delle narrazioni. Nonostante la parola femminicidio sia stata coniata per ribadire la violenza maschile estrema sulle donne, ponendo alla  base il legame relazionale e/o presunto sentimentale che intercorre fra la vittima ed il suo carnefice, si fa ancora molta difficoltà ad utilizzarla appropriatamente nel linguaggio main stream. A ricordarcelo brillantemente e con lucida precisione è Michela Murgia, la quale dalla sua pagina facebook sottolinea per inciso:

La parola “femminicidio” non indica il sesso della morta.
Indica il motivo per cui è stata uccisa.
Una donna uccisa per caso durante una rapina non è un femminicidio.
Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne.
Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto.
Dire femminicidio ci dice anche il perché.

Da anni associazioni di donne (ma anche di uomini vd. Maschile Plurale), femministe, giornaliste e rappresentanti politiche si spendono sul tema più importante e meno accreditato nella cultura opinionista di questo paese: il linguaggio sessista e (a volte) manipolatorio. Quella cosa con cui non solo ci esprimiamo, ma rappresentiamo il mondo in cui viviamo, le relazioni in cui siamo coinvolti/e che simbolizza e dà luogo ad immagini e rappresentazioni nel nostro quotidiano.

Non è una questione da intellettuali o da specialisti.
Non lo può essere quando rappresenta una questione sociale così importante; quando sottende ad una cultura dei rapporti fra sessi così specifica che ci chiama dentro tutti e tutte.

Continua a leggere

Annunci

Messaggio di fine anno da una qualunque irriverente

fbc7e6a4e1579bfedde6f10050f2e2c7

Ci pensate? Quasi settant’anni di storia repubblicana e quasi settanta discorsi di fine anno tenuti da uomini sulla settantina. O giù di lì.
Mi è venuto in mente stamattina a colazione, davanti alla mia fetta di panettone. Tutto regolare: questa è La Tradizione!

Uso della parola che neanche la giustificazione a scuola, grazie alla quale ci si smarca da una riflessione presumibilmente problematica.

Cosa vorrei dire? Cosa vorrei dimostrare?
Nulla di nuovo sotto questo cielo. Difatti, anche la voce di Wikipedia mi ricorda quanto sia importante – ma che dico fondamentale – La Tradizione per noi italiani/e. Alla voce Messaggio di fine anno c’è scritto:

discorso con il quale capi di Stato, sovrani e presidenti si rivolgono al proprio popolo fornendo un consuntivo dei traguardi politici, sociali ed economici raggiunti nell’anno solare, terminando in genere coi propositi per l’anno successivo.

Capi, sovrani, presidenti. Maschile plurale.
E che sarà mai! In fondo è giusto che la carica più alta dello Stato (13 sono gli uomini che contiamo dal 1948 ad oggi) faccia il suo monologo a reti unificate in cui ci racconta la sua storia sull’andamento dell’anno appena trascorso, facendoci dono della sua visione delle cose, con il solito linguaggio “truccato”.

Continua a leggere

Come bestie feroci.

come-animali

Mettete un articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z.
Mettete il solito connubio oppositivo, per la solita rubrica tipo: “gli adolescenti e i neuroscienziati” e la dicotomia è fatta.

Mettete che si abbracciano, in una stretta mortale, le “nuove generazioni” nome in codice per non si sa bene quali persone, di quale sesso, genere o estrazione sociale, usandole come l’alibi perfetto per smenarla su ciò che meno si conosce e si usa consapevolmente in Italia: la Rete. Quella con la Erre maiuscola.

Mettete che non ha granché importanza chi ha scritto questo articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z (non rimandiamo al link appositamente). La mia non è una battaglia personale contro quel giornalista, i giornalisti; quello scrittore, gli scrittori; quell’intellettuale, gli intellettuali. La mia è una sfida culturale. E nei riguardi di un certo uso del linguaggio, una certa narrazione implicitamente normativa e sempre piramidale; ovvero calata dall’alto. Dall’alto di chi sa, ha studiato, ha letto, ha capito e ci spiega come dovremmo usare cosa. Parlando al solito pubblico dotto.

Questa non è perciò una crociata ad personam in quanto con grande fatica, qui, cerchiamo di decostruire e ricostruire altro. In un altro modo.

Continua a leggere

Medea non ha ucciso nessuno

Christa Wolf a Francoforte nel 1999

Christa Wolf a Francoforte nel 1999

Pochi giorni fa la tragica notizia di una madre che ha ucciso i suoi figli. Fioccano quindi i commenti autorevoli e gli articoli a sensazione, com’è ormai tipico nella gestione dell’informazione in occidente. Si diffondono soprattutto le parole di Massimo Recalcati e di Concita De Gregorio, che riportano in continuazione il nome di Medea, la donna assassina dei figli per antonomasia.

Peccato però che Medea non abbia ucciso nessuno.

Continua a leggere

A proposito di Educazione Sessuale: Miley Cyrus, quando il successo ti fa maschiA.

18_miley_cyrus_getty

Qualche settimana fa, Lorenzo pone alla mia attenzione questo articolo comparso sul Corriere.it : Come insegnare l’educazione sessuale a scuola?. Mi chiede di fare un deconstructing del pezzo, ma dopo averlo letto più volte penso di dover escogitare un modo diverso per distruggere l’escalation di banalità presenti. La giornalista apre scrivendo:

La recente sentenza della Corte di Cassazione che nega la pedofilia in un rapporto sessuale fra un uomo di 60 anni e una bambina di 11, perché «c’era amore», mostra che di educazione sessuale ne hanno, e tanto, bisogno parecchi adulti, anche in posizioni di potere.

Invece l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato 85 pagine di guida all’educazione sessuale per i bambini da 0 a 16 anni, un po’ ambigua nella presentazione (…)

Mi sembra chiaro, sin dall’esordio, l’equivoco intrinseco; si fa riferimento ad un fatto recente di cronaca – il sessantenne calabrese abusante della bambina undicenne, dove la Cassazione non ha negato il reato di pedofilia, ma ha disposto che non fossero state considerate alcune attenuanti durante il processo d’Appello – accostando ad esso una seconda notizia apparentemente coerente: ovvero, la guida sugli Standard per l’Educazione Sessuale stilata dalla OMS . Ora, cosa porti ad associare una notizia di cronaca giudiziaria ad una d’informazione generale, non saprei dirvi. Dal testo risulta chiaro l’obbiettivo strumentale dell’articolo; scritto per maturare polemica sulle indicazioni, circa l’educazione sessuale, rivolte (giustamente) ad individui in via di sviluppo: dai 0 ai 16 anni. Cosa c’entrano gli/le adulti/e con il testo dell’OMS? E perché dovrebbero essere questi/e ultimi/e ad averne bisogno?

Continua a leggere

Balzaretti, gli stereotipi di genere e il sessismo

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/423400/intervista-balzaretti-e-abbagnato.html

Martedì scorso va in onda su LeIene Show la classica intervista a due. Stavolta protagonisti sono Federico Balzaretti, terzino della AS Roma, ed Eleonora Abbagnato, étoile: il video fa il giro del web in pochissime ore. Merito, una presunta confessione del calciatore che dichiara: «i calciatori gay esistono; le persone intelligenti lo accetterebbero, quelle meno intelligenti no».

federico_eleonora

Così, incuriosita, guardo la clip. E rischio quasi  di vomitare sul monitor del pc; perché l’intervista non ha nulla a che fare – o pochissimo – con la fatidica frase detta da Balzaretti circa l’ostracismo presente nel mondo del calcio, attorno all’omosessualità. In realtà quello  che va in scena è il solito valzer di domande impiccione su: fama, soldi, sesso, gossip, porno, corpo oggetto, morale cattolica, gioco di ruoli e cliché, rapporti di forza, lifestyle.
Il tutto, in un montaggio di appena 7 minuti.

Continua a leggere