Una domenica a Bologna

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Continuo a credere che le cose, lentamente, sottotraccia, ma inesorabilmente, possano cambiare per il meglio. Certo, non da sole.

In Italia non solo molti argomenti non sono minimamente dibattuti né sostenuti da istituzioni, dipartimenti universitari, gruppi di ricerca, ma ancora si possono trovare gabbie intepretative tra femminismi che si fanno una inutile battaglia, mentre il coraggio e gli strumenti per cambiare le cose sono in mano a progetti sostenuti da molti ma quasi senza alcun appoggio istituzionale e dei media. Fa molta più notizia il provvedimento di un preside ignorante e disinvoltamente discriminante invece del continuo lavoro di Scosse, per esempio, che pubblica gratis un libro contenente il report dei corsi di formazione per i docenti contro pregiudizi e stereotipi di genere.

Questo, ricordiamocelo, è un paese sostanzialmente privo di gender studies. Perché? Anche per questo:

Può servire da esempio un articolo scritto quindici anni fa per promuovere i women’s studies e indicare l’opportunità di insegnarli anche in Italia, cfr. Paola Di Cori, Studiando se stesse (titolo redazionale), in «Il Sole 24 ore», 3 marzo 1996. Pochi giorni più tardi fu pubblicata una lunga e polemica risposta di Luisa Muraro — Questione di naso, occhio e orecchio, in «Il Manifesto», 26 marzo 1996 — la quale non vedeva quale beneficio sarebbe potuto derivare con la loro introduzione rispetto a quanto le donne stavano già facendo da anni.
(Paola Di Cori, Sotto mentite spoglie).

Il ’96, quasi vent’anni fa. Non c’entra niente? Non credo. Credo invece che i pregiudizi e i poteri coercitivi siano interallacciati tutti, così come le battaglie civili per i diritti siano tutte intersecanti. Si chiama, in una parola, intersezionalità delle lotte. Credo che esistano, per esempio, piani coesistenti e che si muovono in direzioni opposte tra chi crede che l’educazione e la formazione siano gli strumenti con i quali è possibile intervenire nelle relazioni tra gruppi (anche in conflitto), mettendosi in gioco, e chi crede che siano baluardi da difendere pur di mantenere intatto il proprio potere gestionale. Il tutto sulla pelle di chi va a scuola per lavorare e per formarsi. Non mi pare difficile scegliere da che parte stare.

Questa compresenza di poteri e discriminazioni nella scuola e nell’università è ben sentita da chi li subisce. Questo è quello che ho visto a Bologna, la scorsa domenica, quando invitato da Rete della conoscenza per le loro Scuole di formazione a parlare di Identità di genere, sessualità ed educazione: quali pratiche di soggettivazione nelle relazioni e nel mondo dell’istruzione?: mi sono trovato in mezzo a molti tavoli di lavoro (quasi trecento persone in tutto) dove contemporaneamente su tanti argomenti gli studenti che vogliono cambiare lo stato di cose si (auto)formano, al di fuori di canali istituzionali che evidentemente ignorano le loro richieste, le loro domande. Con me ha accettato l’invito a questo tavolo anche Paola Di Cori, che ho citato sopra.

Ho incontrato ragazzi e ragazze ben coscienti di tutti questi problemi educativi, e di come la scuola e l’università dovrebbero rispondere loro. Ho visto e sentito una conoscenza e una coscienza della loro importanza come in ben più alte sfere non esiste manco per sbaglio. Inutile dire, per esempio, che di tutto questo insieme di argomenti affrontato nelle parole e nelle slide di quel giorno (qui in PPT, qui in ODP), nei vari documenti de “La buona scuola” renziana non c’è niente. Mi viene risposto: ma “La buona scuola” non si occupa di questo. Appunto.

Per fortuna di tutti, se ne occupano ancora gli studenti, i quali quando ciò che spetta loro di diritto o ciò che vogliono imparare non gli viene dato né gli si concede il modo di chiederlo e di esprimerne l’esigenza, beh: lavorano per costruirselo da soli, per tutti. C’è solo da ringraziarli.

Lorenzo Gasparrini

Attenzione all’ “educazione sentimentale”

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Il 7 agosto dello scorso anno è stato presentato, dalla deputata Celestina Costantino (SEL) e altri suoi colleghi, una proposta di legge intitolata “Introduzione dell’insegnamento dell’educazione sentimentale nelle scuole del primo e del secondo ciclo dell’istruzione”. L’espressione “educazione sentimentale” era già comparsa in qualche articolo a proposito di femminicidi, e poi in altri articoli esplicativi; ci sono state delle critiche a questo possibile modo di intepretare il ruolo della scuola riguardo lo studio dei problemi di genere. Leggo però nel testo della proposta qualcosa che non mi convince.

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Qualcosa si muove

Letti tutti insieme, i progetti di cui si parla in questo articolo sembrano l’inizio di un movimento – finalmente! In realtà tante buone iniziative locali sono sintomo di un bisogno diffuso, ma bisogna essere onesti: ancora non fanno “cultura”.

Proprio per questo è importante conoscerli, diffonderli, richiederli, parlarne. Dàje.

Educazione al genere, la mappa delle “buone pratiche” nelle scuole italiane

In varie regioni d’Italia si tengono lezioni che cercano di rompere gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/12/educazione-al-genere-mappa-delle-buone-pratiche-nelle-scuole-italiane/619814/

P.S. Lorenzo Gasparrini – va detto per correttezza – attualmente non insegna a Sapienza, come invece l’articolo dice.

A tavola con Platone

“Sono temi complessi, spesso contigui, non facili da trattare perché chi si riconosce in una cultura sessista, omofobica e razzista fa molta fatica ad abbandonare i suoi presupposti e ad adottarne altri.

Le autrici da subito accantonano la modalità della lezione frontale a favore della maggiore interattività possibile. Non solo, scelgono, il più delle volte, di “accontentarsi” di instillare un dubbio, di produrre una crepa nel muro dell’intolleranza, di sorprendere con la logicità insita nella totale accettazione dell’altro e dell’altra indipendentemente da genere, identità sessuale o paese di appartenenza: accettare senza riserve si traduce nell’esperienza della condivisione, nell’accettazione di se stessi e se stesse.

Da qui l’uso di giochi, esercitazioni, simulate. L’efficacia di questi metodi è ben nota. In questo volume le autrici raccolgono esercitazioni già note ma che, in molti casi, modificano per adattarle ai temi affrontati, ed esercitazioni ideate a partire da riflessioni e reazioni di tante persone incontrate in aula.”

http://www.edizioniferrarisinibaldi.com/store/Products/202-a-tavola-con-platone.aspx

Le cattive ragazze

“Le cattive ragazze” (Sinnos, 2013) è una nuova graphic novel per ragazzi in cui ci sono solo eroine (e non eroi). Racconta avventure e peripezie di 15 donne che – in periodi storici e luoghi diversi – hanno segnato la nostra Storia. Probabilmente nessuna di queste donne si vedeva eccezionale, ma tutte erano coraggiose, anticonformiste, e determinate al punto tale da mandare in frantumi tradizioni secolari. Ci sono le storie vere di Nellie Bly che fu la prima giornalista d’inchiesta a lavorare sotto copertura nel lontano 1885, e quella di Alfonsina Strada, a cui un marito innamorato regalò per le nozze la sospirata bicicletta da corsa e lei nel 1924 diventò la prima donna a partecipare al Giro d’Italia. E si racconta anche la tenacia di chi, per seguire i propri desideri, ha dovuto nascondersi o addirittura vestirsi da uomo. Come Antonia Masanello che combatté nell’esercito dei mille insieme a Garibaldi.

http://www.linkiesta.it/graphic-novel-le-ragazze-cattive#ixzz2UuMJtmn5

Italia e studi di genere: un rapporto difficile

Uniamo due post, apparsi su altri siti, che possono riassumere la difficile situazione degli studi di genere in Italia, a partire da una recente vicenda che ha visto protagonista Laura Corradi e il suo corso all’Università della Calabria.

http://www.imille.org/2013/04/gli-studi-di-genere/

Qui un lungo e interessante intervento di Paola Di Cori:

http://www.sguardisulledifferenze.org/?p=1014