Storie malEdette e 1. Confessioni poco pericolose.

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Si apre oggi la nostra rubrica Storie malEdette rivolta a ragazzi/e, ma non solo.
Un modo alternativo per rispondere al vergognoso e turpe articolo di Beatrice Borromeo pubblicato sul FattoQuotidiano.it, lo scorso 6 Marzo.

Se volete far conoscere le vostre storie, frequentazioni, incontri sessuali, amori e relazioni raccontandoci le vostre esperienze malEdette e mai dette vissute durante l’adolescenza, scriveteci a:  lafilosofiamaschia@gmail.com. Pubblicheremo i vostri racconti con il rispetto per l’anonimato, in modo da lasciare a voi lettrici e lettori la possibilità di declinare la sessualità nell’adolescenza.

Rispondiamo al sessismo giornalistico, moralista con i racconti di vissuto reali.

Fiammetta

Non ci credo. È di nuovo la sveglia che non ho sentito! E niente, di corsa pure stamattina.
Cazzo!, in prima ora c’è la Pieri: oggi ha detto che spiegava storia. Se quella sa che abito dietro scuola mi uccide e mi gioco per sempre la reputazione.

Okay, devo pensare. Pensare!
Cosa mi metto?, mi trucco?, oddio che capelli di merda. Ma dove vado conciata così? No, ce la devo fare: ho venti minuti e ce la posso fare; ce la faccio sicuro. L’ho fatto in molto meno. Sì, i jeans sopra la sedia.
Poi, il lupetto nero attillato; sì, questo mi sta bene. Niente panico. Mutande, reggiseno, fondotinta, mascara, lucidalabbra: ce l’ho! Me lo porto, però. Quasi, quasi metto su il maglioncino con la zip; lo so, fa schifo ma c’ho solo questo! Lo metto, fa freddo oggi.

Lo zaino è a posto. Esco. Corro? No, se sudo sembro ancora più cesso.
Ho cinque minuti scarsi. Ma a scuola c’arrivo in meno a passo svelto. Ce la faccio.
Oddio, speriamo non me so scordata niente. Ansia.

Giro l’angolo, vedo il cancello; ci sono! Sono arrivata. Anzi, sto arrivando. Ma in classe non lo sanno.
Varco il cancello, m’affretto. La prima campanella è già suonata; porca vacca è già trentadue! Le otto e trentadue. È tardissimo.
Pure oggi bella figura; entro di nuovo durante l’appello. Brava, Fiamma. Brava.

Poi c’è lui. Santiddio. C’ho una fitta allo stomaco. Non ci devo pensare; se ci penso svengo e muoio. Ora, qui.
Lo ignoro e mi siedo, ed è tutto ok. In fondo devo solo sedermi. Salutare e sedermi.
Salgo le scale a due a due; ma quante so? Che fatica!
C’ho il fiatone.

Madonna mia, sarò paonazza. Che vergogna!
Se potessi, striscerei di nuovo fino al letto, fin dentro le coperte e ciao. Chi s’è visto, s’è visto!

No, però c’è lui. Entro solo perché c’è lui; voglio vederlo. Solo per vedere i suoi occhi, il suo sguardo. L’effetto che fa su di me.
Madonna che cozza! Figurarsi se mi guarda stamattina. Me lo vedo già, lui. Primo banco, maglietta mezze maniche, felpa intonsa e pulita. Capello spettinato, eppure perfetto. Diritto davanti la cattedra. Il quaderno, il libro, l’astuccio.
Avrà già letto il paragrafo che oggi la prof. spiega. Figurarsi. Sto secchione.
Ma quanto è bello. Troppo.

Busso. «Avanti!»

«Buongiorno, mi scusi». La prof è serena: meno male. Ho rischiato pure stavolta.
Lo guardo, lui mi guarda. Cristo santo è bellissimo. Mi sta ancora guardando. Accenna un sorriso, arrossisce quasi.
Voglio sprofondare. Eh sì, è troppo bello. Troppo intelligente, troppo bravo. Troppo.

Tu guarda che banco di merda m’hanno dato proprio quest’anno. Quest’anno che mi piace lui.
Da qui dovrei fare una torsione col collo di quasi novanta gradi per guardarlo. Sempre se Fabrizio sta fermo e non si accascia sulla cartella, sopra il banco. Ecco, grazie. Appunto.

Ho sistemato le cose. Lo zaino, in basso, di lato a sinistra. Sento la voce di sottofondo della prof mkentre agita le mani; fanno rumore nell’aria pure quelle. Sta tentando di ricordarsi di cosa ha parlato l’ultima volta. Io invece avrei solo voglia di guardarlo, senza che lui se ne accorga. Anzi. Avrei voglia di dirgli che a me, oggi, di storia non me ne frega niente. Che se non gli dà fastidio mi vorrei sedere affianco a lui – o dietro di lui – in silenzio e seguire la lezione sentendo di striscio il suo profumo.

Bugiarda!!!

Ho paura a guardarlo, mi sembra di rovinarlo; ho la sensazione che se lo sfioro lo rompo.
In realtà, se avessi il coraggio, vorrei dirgli che il suo sguardo mi spezza il fiato e m’attorciglia le budella. In un attimo esisto e non esisto più.
Alla fine dell’ora mi alzo, gli vado vicino e gli sussurro nell’orecchio qualcosa. Per esempio che me ne andrei da qui, con lui, adesso per andare a fare l’amore tutto il giorno. Dove gli pare a lui. Potrei baciarlo tutto il giorno, tutti i giorni. Con la lingua e senza.

Certo, Luca m’ha mollata come una stronza neanche due mesi fa. Mi darebbero subito della troia assatanata.
Se mi azzardo a dargliela, in classe scoppia il putiferio. Ma chissene frega, poi; se potessi gli direi tutte le parole più belle che conosco.
Non sono molte, ma sarebbe un inizio.
Gli direi dell’effetto che mi fa quando mi siede vicino; come quel giorno sull’autobus. Lo ascoltavo parlare di politica e scuola, mi interessava quello che aveva da dire. Mi piaceva il suono delle sue parole anche se la sua voce era grave e profonda.
Io così bene quelle cose, non le sapevo dire.

Posso dirgli del suo sorriso. Così non sembro sfacciata, spudorata e smaliziata.
Il sorriso più bello del mondo. Non l’ho mai visto uno col sorriso come il suo. Mi ricorda Matt Damon.
Sì, a fine lezione mi alzo e glielo dico. Anzi glielo scrivo, fa più figo. E poi lo guardo: sì, lo guardo pure se mi sento morire.
Lo guardo come se lo potessi toccare. Che poi se lo toccassi…

Basta restare concentrata; appena suona la campana qualcosa faccio. Mi sono rotta di fare la brava ragazza.
Ma chissene frega di quei quattro deficienti di amici suoi.  E suona!!!
C’ho già le vampate. Devo respirare, lentamente e mantenere il controllo. Sono brava a mantenere il controllo.

Oh, è suonata. Sono serena sento un fuoco che mi avvolge il collo.
Mi alzo. Faccio il giro da destra che è più lungo, così arrivo con calma mentre continuo a respirare lentamente.
Lui pure si è alzato e viene verso la porta, viene verso di me.
Stai calma, Fiamma! Qualcuno gli parla. Proprio adesso? Lui è quasi di spalle, m’avvicino, lo tocco quasi.
Adesso gli tocco la spalla destra e glielo dico, sì gli dico:

«Scusa Flavio, non è che mi passeresti quegli appunti su Leopardi che mi dicevi l’altra volta?»

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3 thoughts on “Storie malEdette e 1. Confessioni poco pericolose.

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