Per quanto ancora?

Possibile che ci sia ancora chi scambia, dal punto di vista educativo, la causa con l’effetto? Pare di sì. C’è chi parla della necessità “quote blu” nella scuola. Non importa sapere chi abbia scritto questo articolo, né quanta reale diffusione abbiano idee come quelle espresse qui. Credo sia importante valutarle come sintomi, perché nel distorto uso dei ragionamenti e negli ipocriti luoghi comuni che esprime, l’articolo è un buon esempio di come tanto “senso comune” sulla scuola e sulle questioni di genere sia manipolato e manipolabile in un contesto come quello italiano tanto poco informato su entrambe le cose. Leggiamo.

Occorre maschilinizzare la scuola, ossia garantire nelle aule una maggiore presenza di docenti uomini e di favorire una parità di genere. La presenza maschile nelle classi favorisce un più giusto equilibrio tra insegnamento e apprendimento e la figura dell’uomo è vista dagli occhi dell’alunno con più autorevolezza. Più quote blu nella scuola – ha affermato qualche giorno fa il sociologo Stefano Zecchi. Con ciò non si vuole affermare che la figura femminile deve diventare minoritaria, ma occorre privilegiare un certo equilibrio all’interno delle aule non eccessivamente sbilanciato verso l’uno o l’altro sesso. La donna con la sua personalità materna svolge un ruolo troppo protettivo nei confronti degli alunni e gli stessi sembrano quasi vivere all’interno delle mura scolastiche in maniera ovattata e protetta.

Invece di ricordare che l’eccesso di presenza femminile nei livelli bassi dell’istruzione obbligatoria è dovuto proprio alla scarsa considerazione sociale di questo tipo di lavoro – ragion per cui non è socialmente ambito dagli uomini in quanto non prestigioso e anzi ritenuto prettamente “femminile” perché scambiato per lavoro di cura – viene cavalcato uno stereotipo sessista che vede nella figura maschile più autorevolezza, come se fosse per natura così, e non il risultato di un odioso pregiudizio. Lo Zecchi citato non è un sociologo ma un noto filosofo televisivo, che parla di “genderdittatura” e che colpevolizza le donne.

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Il difetto è (anche) nel manico

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Le parole che seguono sono scritte da un professore di scuola superiore, un professore di Storia, che le scrive sulla sua bacheca Facebook in modalità pubblica. Chi è non ha alcuna importanza.

Sto spiegando le guerre settecentesche in una quarta. Arriva la bidella con una delle numerose circolari da firmare e da leggere ai ragazzi. Firmo e leggo. Sulla circolare vi è scritto che per decisione del governo, approvata dal parlamento, la giornata del 4 ottobre è divenuta “Giornata delle vittime dell’immigrazione” e che si consiglia a tutti i ragazzi la visione su Rai Tre del film “Fuocoammare” che andrà in onda quella sera. Mi sento profondamente umiliato nella mia professionalità. A ragazzi ai quali cerco di sviluppare desiderio di conoscenza e senso critico sto consigliando (seppure solo come lettore di cose scritte da altri) un misero documentario di propaganda, una schifezza pietistica che deve servire a lavare il cervello alla gente, ad accettare come buona l’immigrazione di massa senza regole. Mi sento ridotto a megafono dell’ideologia dominante. Per fortuna mi salva la battuta di un ragazzo: “ieri sera c’era James Bond, ma mica me l’avete detto”. Gli faccio un grande sorriso.

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“Il” morte di Sara: sul femminicidio e il movimento delle donne

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Sara di Petroantonio non è più tornata a casa. Nonostante avesse voluto, come testimonia l’ultimo sms scritto dalla giovane alla madre poche ore prima di essere speronata, uccisa e data alle fiamme dal suo ex. Insieme a lei, pochi giorni dopo, altre donne hanno subìto la medesima sorte per mano di mariti, ex mariti o compagni. Prima di lei molte donne sono morte ammazzate per mano di carnefici che dicevano di amarle.

La morte della ragazza (e di molte altre donne che in questi anni sono state uccise da uomini violenti) è stata annunciata in parte – ancora – da giornali, stampa e tv come un “omicidio” o un “assassinio” qualunque producendo un necrologio senza fine e privo di senso. Il linguaggio usato – maschile neutrale – richiama una totale incapacità di farsi carico delle narrazioni. Nonostante la parola femminicidio sia stata coniata per ribadire la violenza maschile estrema sulle donne, ponendo alla  base il legame relazionale e/o presunto sentimentale che intercorre fra la vittima ed il suo carnefice, si fa ancora molta difficoltà ad utilizzarla appropriatamente nel linguaggio main stream. A ricordarcelo brillantemente e con lucida precisione è Michela Murgia, la quale dalla sua pagina facebook sottolinea per inciso:

La parola “femminicidio” non indica il sesso della morta.
Indica il motivo per cui è stata uccisa.
Una donna uccisa per caso durante una rapina non è un femminicidio.
Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne.
Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto.
Dire femminicidio ci dice anche il perché.

Da anni associazioni di donne (ma anche di uomini vd. Maschile Plurale), femministe, giornaliste e rappresentanti politiche si spendono sul tema più importante e meno accreditato nella cultura opinionista di questo paese: il linguaggio sessista e (a volte) manipolatorio. Quella cosa con cui non solo ci esprimiamo, ma rappresentiamo il mondo in cui viviamo, le relazioni in cui siamo coinvolti/e che simbolizza e dà luogo ad immagini e rappresentazioni nel nostro quotidiano.

Non è una questione da intellettuali o da specialisti.
Non lo può essere quando rappresenta una questione sociale così importante; quando sottende ad una cultura dei rapporti fra sessi così specifica che ci chiama dentro tutti e tutte.

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Non è affatto inspiegabile, è inaccettabile

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Prima di pochi giorni fa, non sapevo chi fosse Silvana de Mari.

Presentiamola velocemente con qualche link. Questo è un suo terrificante post il cui titolo è tutto un programma: “l’uomo inutilmente maschio: il frutto di una società che ha cancellato la virilità“. Queste parole invece provengono da un suo status pubblico su Facebook, nel quale ripercorre una visione della storia dei femminismi quantomeno singolare:

Le bizzarre rappresentanti del cosiddetto movimento di liberazione femminile hanno creato una società non vitale, dove i vecchi sostituiscono le culle, i morti sono più numerosi dei nati, dove la solitudine e la povertà spaccano il cuore, dove la desolazione regna come norma.

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Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

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Educare gli educatori

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Malgrado la polemica ignorante e becera si sia scatenata in tutta Italia, ci sono già molti disegni e progetti – non solo di legge – per aggiungere gli argomenti “di genere” agli altri insegnamenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi domando che tipo di efficacia potrebbero avere; certo sono graditi, ma il tempo a disposizione a scuola è quello che è. Ha senso “aggiungere” gli argomenti di genere? Certamente ci sono gli argomenti specifici dei gender studies, ma ci sono anche atteggiamenti e letture di intere discipline che andrebbero cambiati, al di là dei singoli argomenti.

Il grosso del lavoro sarebbe considerare le questioni di genere non tanto come una materia, ma come una disposizione includente verso chi, dagli argomenti delle materie e dagli strumenti usati per insegnarle, è di solito escluso in maniera silenziosa. Si tratterebbe di cambiare i libri, le illustrazioni; inserire storie e personaggi che di solito non ci sono; insegnare che sensibilità diverse percepiscono, comprendono e sentono cose diverse ma che hanno stessi diritti d’esistenza; adottare in ogni argomento o situazione altri punti di vista. Un lavoro enorme, e che richiede anche una condizione preliminare.

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Cosa una filosofia di genere

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Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

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Qualcosa si muove

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Per parlare della posizione da cui svolgo il mio lavoro, scelgo il familiare linguaggio della politica, vecchi codici, parole come “lotta, maginalità e resistenza”. Scelgo queste parole ben sapendo che non sono né più popolari né più “giuste” – le conservo insieme all’eredità politica che evocano e rappresentano, pur lavorando per cambiare ciò che affermano e per assegnare loro significati diversi, rinnovati.

Così bell hooks, in Elogio del margine, una quindicina d’anni fa. Lei ed altr*, incessantemente, continuano a muoversi per cambiare quelle parole, i loro usi e significati, ed è ancora difficile seguire le tracce di questo cambiamento, perché avviene a diversi livelli e ancora in mezzo a un patriarcato che sta ben attento a non dare notizia di tutto ciò.

A Helsinki, in Giugno, ci sarà un congresso internazionale, Women in the History of Philosophy: Methodological Reflections on Women´s Contributions and Influence, ultimo di una lunga serie di appuntamenti simili sparsi per il mondo, di cui potete sapere tramite il blog Feminist History of Philosophy. Intanto che accadono cose accademiche e internazionali, da noi ci sono insegnanti che non aspettano riforme o chissà quali provvedimenti accentrati per darsi da fare, e che hanno le idee molto più chiare di tant* politic* di professione, teolog*, dirigenti scolastici e genitori:
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Una domenica a Bologna

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Continuo a credere che le cose, lentamente, sottotraccia, ma inesorabilmente, possano cambiare per il meglio. Certo, non da sole.

In Italia non solo molti argomenti non sono minimamente dibattuti né sostenuti da istituzioni, dipartimenti universitari, gruppi di ricerca, ma ancora si possono trovare gabbie intepretative tra femminismi che si fanno una inutile battaglia, mentre il coraggio e gli strumenti per cambiare le cose sono in mano a progetti sostenuti da molti ma quasi senza alcun appoggio istituzionale e dei media. Fa molta più notizia il provvedimento di un preside ignorante e disinvoltamente discriminante invece del continuo lavoro di Scosse, per esempio, che pubblica gratis un libro contenente il report dei corsi di formazione per i docenti contro pregiudizi e stereotipi di genere.

Questo, ricordiamocelo, è un paese sostanzialmente privo di gender studies. Perché? Anche per questo:

Può servire da esempio un articolo scritto quindici anni fa per promuovere i women’s studies e indicare l’opportunità di insegnarli anche in Italia, cfr. Paola Di Cori, Studiando se stesse (titolo redazionale), in «Il Sole 24 ore», 3 marzo 1996. Pochi giorni più tardi fu pubblicata una lunga e polemica risposta di Luisa Muraro — Questione di naso, occhio e orecchio, in «Il Manifesto», 26 marzo 1996 — la quale non vedeva quale beneficio sarebbe potuto derivare con la loro introduzione rispetto a quanto le donne stavano già facendo da anni.
(Paola Di Cori, Sotto mentite spoglie).

Il ’96, quasi vent’anni fa. Non c’entra niente? Non credo. Credo invece che i pregiudizi e i poteri coercitivi siano interallacciati tutti, così come le battaglie civili per i diritti siano tutte intersecanti. Si chiama, in una parola, intersezionalità delle lotte. Credo che esistano, per esempio, piani coesistenti e che si muovono in direzioni opposte tra chi crede che l’educazione e la formazione siano gli strumenti con i quali è possibile intervenire nelle relazioni tra gruppi (anche in conflitto), mettendosi in gioco, e chi crede che siano baluardi da difendere pur di mantenere intatto il proprio potere gestionale. Il tutto sulla pelle di chi va a scuola per lavorare e per formarsi. Non mi pare difficile scegliere da che parte stare.

Questa compresenza di poteri e discriminazioni nella scuola e nell’università è ben sentita da chi li subisce. Questo è quello che ho visto a Bologna, la scorsa domenica, quando invitato da Rete della conoscenza per le loro Scuole di formazione a parlare di Identità di genere, sessualità ed educazione: quali pratiche di soggettivazione nelle relazioni e nel mondo dell’istruzione?: mi sono trovato in mezzo a molti tavoli di lavoro (quasi trecento persone in tutto) dove contemporaneamente su tanti argomenti gli studenti che vogliono cambiare lo stato di cose si (auto)formano, al di fuori di canali istituzionali che evidentemente ignorano le loro richieste, le loro domande. Con me ha accettato l’invito a questo tavolo anche Paola Di Cori, che ho citato sopra.

Ho incontrato ragazzi e ragazze ben coscienti di tutti questi problemi educativi, e di come la scuola e l’università dovrebbero rispondere loro. Ho visto e sentito una conoscenza e una coscienza della loro importanza come in ben più alte sfere non esiste manco per sbaglio. Inutile dire, per esempio, che di tutto questo insieme di argomenti affrontato nelle parole e nelle slide di quel giorno (qui in PPT, qui in ODP), nei vari documenti de “La buona scuola” renziana non c’è niente. Mi viene risposto: ma “La buona scuola” non si occupa di questo. Appunto.

Per fortuna di tutti, se ne occupano ancora gli studenti, i quali quando ciò che spetta loro di diritto o ciò che vogliono imparare non gli viene dato né gli si concede il modo di chiederlo e di esprimerne l’esigenza, beh: lavorano per costruirselo da soli, per tutti. C’è solo da ringraziarli.

Lorenzo Gasparrini

Niente di personale dove tutto è personale

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Se c’è stata una costante durante la mia crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza, è stata la ricerca di uno sguardo di amore ed approvazione che persi piccolissima con la morte di mio nonno paterno amatissimo. Quanta sofferenza sprecata ha portato questa instancabile ricerca e quanto senso di colpa inutile sperare arrivasse dagli altri o dalle altre qualcosa che, in fondo, avrei raggiunto soltanto voltando lo sguardo allo specchio.

Il cammino è stato spinoso; le ferite riportante tante da non riuscire più a tenerne il conto: sono state infinite le delusioni nel ricevere da altri/e giudizi sul mio conto che sentivo estranei al mio vero essere. Eppure volevo piacere ed essere compiaciuta da questo piacere; da una parte divenire oggetto di desiderio e contemporaneamente restare soggetto desideroso di. Ma uno sguardo è pur sempre uno sguardo: difficilmente ci somiglia del tutto, soprattutto quando sono gli altri a rimandarcelo. Questo sguardo non ci combacia mai.

Tenere insieme queste due istanze (l’essere oggetto e insieme soggetto di desiderio) non è stato affatto semplice, anzi. Ho capito presto, una volta alle superiori, quale poteva essere la strada per piacere ed ottenere risultati soddisfacenti. O almeno era quello che credevo.

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