Il difetto è (anche) nel manico

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Le parole che seguono sono scritte da un professore di scuola superiore, un professore di Storia, che le scrive sulla sua bacheca Facebook in modalità pubblica. Chi è non ha alcuna importanza.

Sto spiegando le guerre settecentesche in una quarta. Arriva la bidella con una delle numerose circolari da firmare e da leggere ai ragazzi. Firmo e leggo. Sulla circolare vi è scritto che per decisione del governo, approvata dal parlamento, la giornata del 4 ottobre è divenuta “Giornata delle vittime dell’immigrazione” e che si consiglia a tutti i ragazzi la visione su Rai Tre del film “Fuocoammare” che andrà in onda quella sera. Mi sento profondamente umiliato nella mia professionalità. A ragazzi ai quali cerco di sviluppare desiderio di conoscenza e senso critico sto consigliando (seppure solo come lettore di cose scritte da altri) un misero documentario di propaganda, una schifezza pietistica che deve servire a lavare il cervello alla gente, ad accettare come buona l’immigrazione di massa senza regole. Mi sento ridotto a megafono dell’ideologia dominante. Per fortuna mi salva la battuta di un ragazzo: “ieri sera c’era James Bond, ma mica me l’avete detto”. Gli faccio un grande sorriso.

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Per mano di donna

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Sono cresciuta per mano di donna.
Mani forti, ruvide, provate dal lavoro di una vita. Una vita passata fra i campi ed i cantucci di una piccola casa di periferia in cui ci si stava in nove, dieci, undici fra creature che crescevano ed altre che venivano al mondo.

Sono cresciuta per mano di donna.
Mia nonna, mia zia; una madre, una figlia che sembravano sorelle. Donne comuni la cui vita è stata scandita da gesti semplici e dalla fatica di tutti i giorni. Tutt’attorno suoni e rumori dettavano i ritmi del dovere e del fare durante i quali loro si prendevano cura di me.

Ma la mia cultura dice altro.
Nella mia cultura i corpi scompaiono per farsi oggetto; le mani che toccano, manipolano, contaminano vengono trasformate in metafisica per la mente. La vita diventa un susseguirsi di eventi in cui qualcun altro, altrove decide per me. Non ci si chiama per nome, ma si nominano cose. Maschile plurale, è la lingua della mia cultura.

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Messaggio di fine anno da una qualunque irriverente

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Ci pensate? Quasi settant’anni di storia repubblicana e quasi settanta discorsi di fine anno tenuti da uomini sulla settantina. O giù di lì.
Mi è venuto in mente stamattina a colazione, davanti alla mia fetta di panettone. Tutto regolare: questa è La Tradizione!

Uso della parola che neanche la giustificazione a scuola, grazie alla quale ci si smarca da una riflessione presumibilmente problematica.

Cosa vorrei dire? Cosa vorrei dimostrare?
Nulla di nuovo sotto questo cielo. Difatti, anche la voce di Wikipedia mi ricorda quanto sia importante – ma che dico fondamentale – La Tradizione per noi italiani/e. Alla voce Messaggio di fine anno c’è scritto:

discorso con il quale capi di Stato, sovrani e presidenti si rivolgono al proprio popolo fornendo un consuntivo dei traguardi politici, sociali ed economici raggiunti nell’anno solare, terminando in genere coi propositi per l’anno successivo.

Capi, sovrani, presidenti. Maschile plurale.
E che sarà mai! In fondo è giusto che la carica più alta dello Stato (13 sono gli uomini che contiamo dal 1948 ad oggi) faccia il suo monologo a reti unificate in cui ci racconta la sua storia sull’andamento dell’anno appena trascorso, facendoci dono della sua visione delle cose, con il solito linguaggio “truccato”.

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Fenomenologia di una stronza. Quando è una donna a declinare la realtà.

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Judith Leyster (1609 – 1660), pittrice olandese

Quand’è che è cominciato tutto? Il momento preciso in cui se una donna aveva qualcosa da dire sulla realtà ed il mondo che la circondava è stata screditata, congiurata, condannata, giudicata ferocemente pur di farla smettere o tacere?

Come se il suo punto di vista sulle cose non fosse esso stesso la prova di una capacità fenomenologica, analitica, allorché di pensiero.

Come se le sue abilità o capacità non fossero esse stesse la dimostrazione di una concettualizzazione del mondo propria, autonoma, indipendente.

Per secoli, innumerevoli donne hanno posseduto una visione del mondo e delle relazioni che lo muovevano, a volte trovando i mezzi per esprimerla e raccogliendo il coraggio per difenderla e diffonderla pubblicamente. Più spesso, invece, questa medesima visione si è dovuta piegare o adattare a quella che ne fornivano gli uomini. Un atto che per secoli è stato ritenuto legittimo. Non oserei se lo definissi: patriarcale.

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Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

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Cosa una filosofia di genere

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Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

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Lontananza, vicinanza.

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 Non puoi fare a meno di cercare un senso, che forse si nasconde non nei singoli rumori isolati ma in mezzo, nelle pause che li separano.

Italo Calvino
Un re in ascolto, Sotto il sole Giaguaro

Breve storia di una lontananza.

Gli ultimi mesi di vita, fra quotidianità e prassi giornaliere mi hanno portata a non scrivere quasi più, qui. Contingenze ed incontinenze varie hanno fatto sì che mi allontanassi dalla scrittura, dalle parole, dal loro fluire lento ma inesorabile, dalla riflessione, e dai libri.

A volte la vita ci porta dove non sappiamo, o dove non ci piace andare.
O forse, per andare dove dobbiamo andare [cit. da Totò e Peppino] ci è dato di girare un po’ a vuoto, di starcene un po’ lontani dalla “piazza principale”.

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“Querelle” di che?

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Ricorderete senz’altro, scavando nella memoria scolastica, di una Querelle des Anciens et des Modernes. E’ riportata ovunque, nei manuali di storia della letteratura, e in quelli di filosofia.

Tanto che la parola querelle definisce quella, per antonomasia. Peccato però che non fosse la prima.

La storia europea è ricca di testimonianze di quanto diversamente possano venir recepiti e interpretati i due sessi, le loro peculiarità e i loro rapporti. Nella querelle des sexes si discusse per secoli, spesso in forma di lamento e di accusa (querelle), su cosa e come siano, debbano e possano essere le donne e gli uomini. Le prese di posizione su questo argomento si moltiplicarono nel primo Rinascimento, soprattutto in Italia, in Francia, in Spagna e ben presto anche negli altri paesi europei. Alla loro diffusione contribuì la crescente importanza della parola scritta e della forma scritta acquisita dalle lingue volgari europee, nonchè la stampa, la riproduzione di immagini e gli innumerevoli fogli volanti. Alla querelle parteciparono sia scrittori che scrittrici: gli autori scrissero sia opere ostili alle donne (invettive contro le donne, disprezzo delle donne, misoginia) sia opere a favore delle donne (difesa delle donne, lode delle donne, filoginia); i testi conservati scritti da donne sono per lo più a loro favore o contro le donne dipendeva di volta in volta dal contesto.
Fra le voci della querelle che sono giunte fino a noi, quelle femminili sono in minoranza, ma costituiscono una notevole percentuale di tutti gli scritti di donne di quell’epoca. La disputa ebbe origine nel Medioevo, si sviluppò nel Rinascimento, sotto l’influsso dell’Umanesimo e della riforma religiosa, e proseguì fino all’Illuminismo. (Gisela Bock)

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Come un racconto. Sulla Filosofia della narrazione.

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«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi», scriveva Karen Blixen.

Mai frase è stata più vera, secondo me. Tutto quel che di più doloroso ha fatto parte del mio vissuto ha trovato ordine ed è stato accuratamente lenito grazie al tempo, ma soprattutto ai buoni racconti e alle buone parole poggiate lì davanti a me come fossero cose. Parole tessute per amiche o amici (persino immaginari) sin da quando ero una bambina, vengono custodite in quei racconti come un filo che tiene insieme le perle di una collana.

Quanto e quale potere assumono sul nostro immaginario, sulla nostra storia – la storia di chi siamo – certe narrazioni? E cosa rappresentano per noi?

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Una storia di donne, Le Preziose.

Francoise de Sévigné

Francoise de Sévigné

Una manualistica molto spesso poco attenta al come porge gli argomenti ha abituato da molti anni a pensare i periodi storici come separati da abissi invalicabili. La realtà dei fatti invece è che quegli abissi, molto spesso, sono solo comode semplificazioni da parte dei divulgatori, o di chi compila e aggiorna manuali scolastici in maniera troppo poco critica.

Attualmente fuori catalogo (l’ultima edizione è del 2001), La civiltà della conversazione di Benedetta Craveri racconta, su un periodo storico del quale sono diffusi parecchi luoghi comuni, tre cose molto interessanti con un linguaggio intrigante e con assoluto rigore documentale:
– che la divisione tra due periodi storici netti e differenti, la separazione tra Seicento e Settecento, andrebbe seriamente criticata per vedere se e quanto corrisponde ai fatti;
– che anche a distanza di secoli, è possibile identificare quel momento nel quale alcune particolari circostanze storiche – la Restaurazione in Francia, la condizione della nobiltà francese eliminata dalla politica di corte e dal potere della Chiesa, l’esigenza di definire un mondo culturale del tutto inesplorato da parte di molte persone – permettono la nascita in senso moderno di un pubblico, di una “pubblica opinione”;
– che sia stato un movimento creato, pensato e portato avanti da donne a rendere possibile, insieme ad altre condizioni, l’Illuminismo così come lo conosciamo e apprezziamo.

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