Lascia che sia l’arte a dirlo

Les ballets de Trockadero de Monte Carlo

Les ballets de Trockadero de Monte Carlo

Ho scritto spesso, qui, di quanto polverosa e noiosa reputi buona parte della manualistica sulla storia della filosofia.
Ricordo – come fosse ieri – che durante la preparazione della tesi, chiesi ad una mia docente: «non c’è davvero nessuno, nessun filosofo o letterato che abbia affrontato, in Italia, il problema della narrazione della filosofia? Di come vengono scritti i manuali?». La risposta fu lapidaria, o quasi: «eh, signorina, ma questa è la tradizione».

Nulla di cui stupirsi, da un punto di vista meramente accademico; in fondo, la storia della filosofia (cioè, in soldoni, la narrazione che della filosofia si è scelto di dare sotto forma di compendio) è nata per raccogliere l’eredità del pensiero filosofico. Negli ambienti accademici – non sempre e non dappertutto – pensare quindi al “target” – cioè a chi sono destinati i manuali – viene considerata pratica futile. Insomma, è un po’ come se il fruitore (lo/a studente/essa) fosse stato volutamente rimosso, seppur ci si muova all’interno di un orizzonte utilitaristico, in nome della Tradizione. Espressione massima, quest’ultima, dell’autoreferenzialismo.
Per fortuna esempi diversi e coraggiosi di sperimentalismo, su questo front,e sono giunti da una giovane ricercatrice dell’Università di Firenze, Irene Biemmi. I suoi lavori coinvolgono i libri delle scuole elementari e parte della narrativa infantile ed indagano la rappresentazione dei generi e gli stereotipi utilizzati per rivolgersi alle bambine piuttosto che ai bambini. Donna coraggiosa, Irene; c’è bisogno di osare e di sperimentare, soprattutto a partire dagli studi di generi.

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La filosofia non è quella dei manuali per i licei

No, la filosofia non è quella roba lì. Quello è un racconto della filosofia, è una delle tante storie possibili di una disciplina che già ha qualche grosso problema nel definirsi, figuriamoci nel raccontarsi.

Per quello che ho imparato e che faccio, filosofia è criticare le esperienze per arrivare alle loro condizioni di possibilità, a ciò che le fa essere così. E allargare questa critica alle esperienze altrui, al modo di comunicarle, a come diventano storia e base per altre esperienze. E’ un’attività di continua interrogazione non tanto per giungere a risposte quanto per mostrare relazioni tra le esperienze e tra i fenomeni. Il tutto comprendendo quella cosa che intendo con “me stesso” come una delle possibili esperienze per l’altro, come uno dei tanti fenomeni.

Non è una definzione. E’, più o meno, una descrizione. Questa è certamente più vaga, ma più utile dell’altra. E sarebbe certamente più utile per pensare di insegnare come ci s’interroga sulle proprie esperienze in tutti gli ordini scolastici. Dovunque, da tempo immemorabile, in tutte le attività umane si sente desiderare “un maggiore spirito critico” – e gli stessi che tanto lo desiderano non sembrano sapere da dove potrebbe venirgli. Appena provi a suggerire che si tratta di filosofia, bene che va ricevi una risata.

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Come Hannah e Pablo

Di recente ho provato a gongolarmi in un esercizio alquanto divertente e piacevole: ripensare i grandi della storia, come a uno/a di noi. Uomini e donne qualsiasi, persone comuni, appassionate, catturate dai propri sogni e dalla loro voglia di cambiare il mondo. Di lottare contro le ingiustizie, di raccontare le cose che accadevano attorno, semplicemente attraverso quello che riusciva loro meglio. Per respirare la loro visione della vita, l’orizzonte verso cui si proiettavano.

È stato così se penso al giovane Pablo Picasso; un’adolescenza trascorsa fra Barcellona e Malaga nell’ansiosa e disperata ricerca di un tratto che lo caratterizzasse, che riuscisse ad esprimere quello che aveva dentro: i luoghi che aveva visitato, i volti che aveva incontrato, la sua passione. Per proiettarsi fuori dagli schemi, dalla tecnica artistica da lui conosciuta alla perfezione già da bambino. Sono gli anni fra il 1900 e il 1902 quelli in cui Pablo organizza le sue prime mostre ed esposizioni. L’anno in cui dipinge il quadro “Madre y niño”, ha soltanto 21 anni. Un ragazzetto caparbio, amante dell’arte, in cerca della sua strada. Pablo Picasso - Madre y niño

Pressappoco la stessa cosa accadeva – qualche anno più in là – ad una giovane donna, Hannah Arendt. Dopo aver trascorso la sua adolescenza a Königsberg, si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università di Marburgo dove conobbe il suo mentore e poi amato Martin Heidegger. I suoi anni di studio passano fra i libri, l’amore e l’analisi interiore su cosa farsene di tutto quel filosofare e quello studio. Questione che Hannah non smetterà mai di porsi per tutta la vita, arrivando a dichiarare di non sentirsi una vera filosofa, ma semplicemente un’osservatrice del mondo che ricercava il perché delle cose attorno. Si laurea nel 1929, a soli 23 anni, con la tesi Il concetto di amore in Sant’Agostino. Una studentessa immersa in un mondo di pensiero maschile, costruito da uomini per soli uomini. Che guardava al nascente studio della fenomenologia con gli occhi di chi non ne sapeva molto. La grinta di una ragazzina che non si è piegata ai dettami dell’accademismo, ma ha lasciato scorrere il mondo nelle proprie vene sapendolo raccogliere per iscritto, con le proprie parole.

Ed eccoci a noi. Poco più di un secolo dopo, tutto un mondo è cambiato. Ma i giovani sempre gli stessi. Ragazzini e ragazzine che guardano alla realtà attorno e agli adulti, mentre cercano il loro posto nel mondo: come Hannah e Pablo, voi.

Se la filosofia vi disgusta, allora siete nel posto giusto. Sappiate che qui ne parleremo male, malissimo. Ma la esalteremo, anche. Raccontando le storie degli uomini, ma soprattutto delle donne della storia, senza volto e senz’anima nei vostri libri di testo. Qui, vi chiederemo cosa ne pensate; costruiremo ponti con gli/le insegnanti. Qui, solleveremo questioni e ce ne faremo carico. Qui, ce la racconteremo. Come piace a noi. Perché è per voi ragazzi/e che è nato ed esiste questo blog, questo progetto. Perché qui la filosofia la faremo assieme, per davvero. Guardando sempre al mondo là fuori: quello delle cose reali, dei fatti, della cultura e della politica, e dicendoci ciò che ci fa più schifo, dando respiro alla nostra rabbia. Il nostro compito sarà ricordare da dove veniamo; grazie alle conquiste e alle rivoluzioni di chi, oggi, siamo qui. Ricostruiremo un nuova memoria collettiva, traghettandoci altrove. E prendendoci sul serio, quel poco che basta. Se siete giunti/e a leggere fin qui, potrete fare lo sforzo di leggere pure chi siamo, cosa vorremo fare nelle scuole; parlare di cosa. Non offriamo strade facili, ma alternative e speriamo divertenti.

La filosofiA è maschiA, noiosa, monotona e rappresenta solo se stessa. Noi no. Aspettiamo solo voi e quello che avete da dire. #Dàje.