Per quanto ancora?

Possibile che ci sia ancora chi scambia, dal punto di vista educativo, la causa con l’effetto? Pare di sì. C’è chi parla della necessità “quote blu” nella scuola. Non importa sapere chi abbia scritto questo articolo, né quanta reale diffusione abbiano idee come quelle espresse qui. Credo sia importante valutarle come sintomi, perché nel distorto uso dei ragionamenti e negli ipocriti luoghi comuni che esprime, l’articolo è un buon esempio di come tanto “senso comune” sulla scuola e sulle questioni di genere sia manipolato e manipolabile in un contesto come quello italiano tanto poco informato su entrambe le cose. Leggiamo.

Occorre maschilinizzare la scuola, ossia garantire nelle aule una maggiore presenza di docenti uomini e di favorire una parità di genere. La presenza maschile nelle classi favorisce un più giusto equilibrio tra insegnamento e apprendimento e la figura dell’uomo è vista dagli occhi dell’alunno con più autorevolezza. Più quote blu nella scuola – ha affermato qualche giorno fa il sociologo Stefano Zecchi. Con ciò non si vuole affermare che la figura femminile deve diventare minoritaria, ma occorre privilegiare un certo equilibrio all’interno delle aule non eccessivamente sbilanciato verso l’uno o l’altro sesso. La donna con la sua personalità materna svolge un ruolo troppo protettivo nei confronti degli alunni e gli stessi sembrano quasi vivere all’interno delle mura scolastiche in maniera ovattata e protetta.

Invece di ricordare che l’eccesso di presenza femminile nei livelli bassi dell’istruzione obbligatoria è dovuto proprio alla scarsa considerazione sociale di questo tipo di lavoro – ragion per cui non è socialmente ambito dagli uomini in quanto non prestigioso e anzi ritenuto prettamente “femminile” perché scambiato per lavoro di cura – viene cavalcato uno stereotipo sessista che vede nella figura maschile più autorevolezza, come se fosse per natura così, e non il risultato di un odioso pregiudizio. Lo Zecchi citato non è un sociologo ma un noto filosofo televisivo, che parla di “genderdittatura” e che colpevolizza le donne.

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Rea confessa

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Il letto volante, Frida Kahlo 1932

Di aborto non si parla quasi mai. Quando succede si abbassa lo sguardo e il tono della voce. A meno che non sia un dibattito pubblico, e allora i toni si infuocano: le donne assassine, lo sterminio degli innocenti, il genocidio legalizzato. Anche chi è a favore della legalità dell’aborto e della possibilità di scelta della donna difficilmente è a proprio agio.

Così esordisce Chiara Lalli nelle prime pagine del suo libro A. La verità, vi prego, sull’aborto. E rileggendo queste poche righe non posso che associarle alle recenti dichiarazioni della performer ed artista Marina Abramovic, la quale ha rotto il silenzio dichiarando pubblicamente di aver abortito. In più di una occasione.

L’artista è stata intervistata dal Tagesspiegel (la cui intervista non esiste per intero in italiano, ad oggi) ma è l’estratto con solo alcune delle sue dichiarazioni ad essere riportato su buona parte dei quotidiani online – compreso l’huffingtonpost italiano – e siti spazzatura che hanno provveduto a commentare le dichiarazioni con i soliti titoloni ad effetto. L’intento? Decontestualizzare le dichiarazioni personali di Abramovic dal resto dell’intervista. Tra l’altro molto interessante. La “sconcertante rivelazione”- udite udite! – è quella di aver ricorso alla pratica dell’aborto per tre volte nella sua vita, al fine di difendere il proprio contributo nel mondo dell’arte ed il diritto di restare all’apice della carriera.

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“Il” morte di Sara: sul femminicidio e il movimento delle donne

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Sara di Petroantonio non è più tornata a casa. Nonostante avesse voluto, come testimonia l’ultimo sms scritto dalla giovane alla madre poche ore prima di essere speronata, uccisa e data alle fiamme dal suo ex. Insieme a lei, pochi giorni dopo, altre donne hanno subìto la medesima sorte per mano di mariti, ex mariti o compagni. Prima di lei molte donne sono morte ammazzate per mano di carnefici che dicevano di amarle.

La morte della ragazza (e di molte altre donne che in questi anni sono state uccise da uomini violenti) è stata annunciata in parte – ancora – da giornali, stampa e tv come un “omicidio” o un “assassinio” qualunque producendo un necrologio senza fine e privo di senso. Il linguaggio usato – maschile neutrale – richiama una totale incapacità di farsi carico delle narrazioni. Nonostante la parola femminicidio sia stata coniata per ribadire la violenza maschile estrema sulle donne, ponendo alla  base il legame relazionale e/o presunto sentimentale che intercorre fra la vittima ed il suo carnefice, si fa ancora molta difficoltà ad utilizzarla appropriatamente nel linguaggio main stream. A ricordarcelo brillantemente e con lucida precisione è Michela Murgia, la quale dalla sua pagina facebook sottolinea per inciso:

La parola “femminicidio” non indica il sesso della morta.
Indica il motivo per cui è stata uccisa.
Una donna uccisa per caso durante una rapina non è un femminicidio.
Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne.
Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto.
Dire femminicidio ci dice anche il perché.

Da anni associazioni di donne (ma anche di uomini vd. Maschile Plurale), femministe, giornaliste e rappresentanti politiche si spendono sul tema più importante e meno accreditato nella cultura opinionista di questo paese: il linguaggio sessista e (a volte) manipolatorio. Quella cosa con cui non solo ci esprimiamo, ma rappresentiamo il mondo in cui viviamo, le relazioni in cui siamo coinvolti/e che simbolizza e dà luogo ad immagini e rappresentazioni nel nostro quotidiano.

Non è una questione da intellettuali o da specialisti.
Non lo può essere quando rappresenta una questione sociale così importante; quando sottende ad una cultura dei rapporti fra sessi così specifica che ci chiama dentro tutti e tutte.

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Messaggio di fine anno da una qualunque irriverente

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Ci pensate? Quasi settant’anni di storia repubblicana e quasi settanta discorsi di fine anno tenuti da uomini sulla settantina. O giù di lì.
Mi è venuto in mente stamattina a colazione, davanti alla mia fetta di panettone. Tutto regolare: questa è La Tradizione!

Uso della parola che neanche la giustificazione a scuola, grazie alla quale ci si smarca da una riflessione presumibilmente problematica.

Cosa vorrei dire? Cosa vorrei dimostrare?
Nulla di nuovo sotto questo cielo. Difatti, anche la voce di Wikipedia mi ricorda quanto sia importante – ma che dico fondamentale – La Tradizione per noi italiani/e. Alla voce Messaggio di fine anno c’è scritto:

discorso con il quale capi di Stato, sovrani e presidenti si rivolgono al proprio popolo fornendo un consuntivo dei traguardi politici, sociali ed economici raggiunti nell’anno solare, terminando in genere coi propositi per l’anno successivo.

Capi, sovrani, presidenti. Maschile plurale.
E che sarà mai! In fondo è giusto che la carica più alta dello Stato (13 sono gli uomini che contiamo dal 1948 ad oggi) faccia il suo monologo a reti unificate in cui ci racconta la sua storia sull’andamento dell’anno appena trascorso, facendoci dono della sua visione delle cose, con il solito linguaggio “truccato”.

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Sulla competenza de* filosof*. Meglio dubitare

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Una settimana fa, il 18 Novembre, Nicla Vassallo pubblica su Doppiozero questo post.

Per quanto mi riguarda, queste sue parole si vanno a inserire in un film già visto, uno schema già noto, una moda consolidata: banalità a scopo narcisistico. “Sono fig* e voglio farlo vedere a tutt*, quindi scrivo un bel post sulle questioni di genere che oggi vanno tanto di moda, così s’imparano”. Questo fenomeno però, per quanto noto e diffuso (qui, qui e qui qualche lista di esempi raccolta dal sottoscritto), in questo caso è più grave del solito, perché Vassallo pensa di poter dire cose pesanti sulla vita di un po’ troppe persone, non avendone la minima competenza. In che senso? Entriamo nel merito.

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Fenomenologia di una stronza. Quando è una donna a declinare la realtà.

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Judith Leyster (1609 – 1660), pittrice olandese

Quand’è che è cominciato tutto? Il momento preciso in cui se una donna aveva qualcosa da dire sulla realtà ed il mondo che la circondava è stata screditata, congiurata, condannata, giudicata ferocemente pur di farla smettere o tacere?

Come se il suo punto di vista sulle cose non fosse esso stesso la prova di una capacità fenomenologica, analitica, allorché di pensiero.

Come se le sue abilità o capacità non fossero esse stesse la dimostrazione di una concettualizzazione del mondo propria, autonoma, indipendente.

Per secoli, innumerevoli donne hanno posseduto una visione del mondo e delle relazioni che lo muovevano, a volte trovando i mezzi per esprimerla e raccogliendo il coraggio per difenderla e diffonderla pubblicamente. Più spesso, invece, questa medesima visione si è dovuta piegare o adattare a quella che ne fornivano gli uomini. Un atto che per secoli è stato ritenuto legittimo. Non oserei se lo definissi: patriarcale.

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A che serve fare qualcosa

 

Da 'Totò a colori' - "La scienza va premiata"

Da ‘Totò a colori’ – “La scienza va premiata”

Ancora in molti ci chiedono perché avviare progetti sulle questioni di genere nelle scuole. Si potrebbe rispondere in tanti modi, uno dei quali è: perché non vogliamo che tanti ragazzi e ragazze crescano nella totale ignoranza dei problemi che li riguardano, e che li riguarderanno quando dalla scuola saranno usciti.

Come facciamo a sapere che questi problemi, inevitabilmente, li riguarderanno? Ecco qui un esempio. Quello che segue è uno dei messaggi che riceviamo da (purtroppo) anonimi commentatori – almeno questo si esprime civilmente.

Purtroppo non posso condividere il vostro punto di vista. Trasudate parzialità già dalla presentazione, Ad esempio, uno su tutti. La scuola italiana sarebbe maschilista? Avete mai guardato una statistica su quanti uomini insegnano nella scuola italiana?

Il femminismo degli ultimi tempi sta portando avanti ideologie umilianti, separatiste, aggressive. Non verrà nulla di buono da questo femminismo volgare. E siamo solo all’inizio.

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Come un racconto. Sulla Filosofia della narrazione.

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«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi», scriveva Karen Blixen.

Mai frase è stata più vera, secondo me. Tutto quel che di più doloroso ha fatto parte del mio vissuto ha trovato ordine ed è stato accuratamente lenito grazie al tempo, ma soprattutto ai buoni racconti e alle buone parole poggiate lì davanti a me come fossero cose. Parole tessute per amiche o amici (persino immaginari) sin da quando ero una bambina, vengono custodite in quei racconti come un filo che tiene insieme le perle di una collana.

Quanto e quale potere assumono sul nostro immaginario, sulla nostra storia – la storia di chi siamo – certe narrazioni? E cosa rappresentano per noi?

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Una scuola che divide et impera, non è più scuola.

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Dico spesso che sono tempi caotici. Tempi in cui non si riconosce più bene – se non di rado – il senso di certe parole. Ad esempio, che senso ha la parola “scuola”? E la parola “scelta”?

Si può scegliere quali vestiti o scarpe indossare la mattina prima di andarci a scuola, ma una volta lì fra quelle mure saprai certo di aver accesso (come tutti e tutte) alle medesime opportunità e trattamenti. Saprai di abbandonare lo sguardo e la mano di un genitore per entrare in un posto in cui tu verrai né prima, né dopo altri/e. Insomma, sarai in quel luogo dove si creano relazioni e per cui non conta più da dove vieni, che colore di pelle hai, quale altra lingua parli o quale cibo sei abituato a mangiare a casa.

Proprio su questi aspetti sociali, etnici e culturali si fonda il concetto di scuola pubblica di questo strano paese. Tutti questi aspetti (classe sociale, colore della pelle, lingua, nazionalità e cibo) costituiscono il corollario delle differenze che andrebbero valorizzate e affrontate durante la didattica, ma che durante il gioco o il pranzo conviviale insieme, dovrebbero scomparire per far posto appunto ai svariati modi di costruire lo stare insieme; indifferentemente dal resto. Lì, in quello stare insieme, il bambino apprende la socialità ed è sempre lì che si formano come futuri/e cittadini/e di un paese democratico.

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Io sputo ancora su Hegel. Di una cattiva inclinazione, un piacere.

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La necessità di questo post non è altro che una mia necessità. Non ci sarà nessun fine altro in questo post se non quello di compiacere me stessa nel vedere quali pensieri e parole nascano in me a partire dai pensieri e dalle parole di altre donne. Anche quando i pensieri e le parole delle altre non mi piacciono, accorgendomi poi di non essere affatto sola.

Anzi, questa è più un’occasione per scrivere, da qui, ciò che da tempo mi frullava in testa in modo disordinato e caotico tanto che ci sono volute le altre per mettere tutto nero su bianco. Quindi vorrete scusarmi se oggi, forse, non avrò poi così tanto da dire. Se non disordinatamente. 🙂

Leggevo “estasiata” – fino a qualche giorno fa – di donne che si autodeterminano e considerano il concetto di autodeterminazione in quanto sovraesposizione dei loro corpi nudi. Indipendentemente dal fine per cui si espone un corpo, quel corpo. Indipendentemente dal senso che si dà all’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendetemente dagli effetti che prudurrà l’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendentemente, appunto.

La riproposizione retorica della parola “Indipendentemente” non è un caso. Innanzitutto per il suo significato semantico; chi muove Indipendentemente da, è colui/lei che si identifica con un Soggetto Autonomo. Tale Soggetto richiama tutto un filone della tradizione di pensiero risalente al mito della caverna di Platone (l’homo ricurvo, vivente nell’ombra della caverna, che trovando l’uscita si erige dritto alla luce del sole) e giunto sino alla modernità con Kant dal cui pensiero e concettualizzazione del Soggetto in quanto Individuo, muoverà tutta l’ontologia individualista posta a grammatica della storia del diritto moderno. Il Diritto, infatti, rappresenta simbolicamente un qualcosa o qualcuno dalla postura diritta, eretta e corretta. Al di fuori o al di là di questa erezione esistono solo inclinazioni: cattive inclinazioni, ci ricorda lo stesso Kant. [vedi Cavarero, per un approfondimento sul tema].

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