La buona non pedagogia te la prescrive il dottore: tutt* pedagogist* quando si tratta di educazione.

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Nel mondo delle contraddizioni ogni eccezione è regola ed ogni contrario verità empirica. Tutte e tutti ricorderete certamente la famosa scena del cartone animato Alice nel paese delle meraviglie firmato Walt Disney,  nella quale la protagonista veniva sbeffeggiata per non sapere cosa fosse un “buon non compleanno” in quel mondo che le era non solo estraneo, ma le appariva ancor più stravagante proprio in virtù delle sue stranezze. I contrari erano norma spingendo i personaggi sull’orlo del ridicolo; l’unica via che pare funzionare per Alice, è assecondare quella ridicolezza partecipandone.

La realtà di oggi – o almeno, una certa declinazione di specifici fenomeni – mi fa sentire pressapoco come Alice a confronto con quegli estranei che le chiedevano di brindare «tutti insieme con un altro po di tè!». Mi riferisco alla qualità con cui sul web si scriva in modo indiscriminato di pedagogia – parola bellissima e antichissima – e dell’uso (ormai socialmente accettato) venga fatto di questa parola.

Leggo molti contenuti sul web e spesso se l’argomento merita, mi interesso. La pedagogia, i suoi metodi ed i suoi fini e/o sperimentazioni sono macrotemi che vengo copiosamente ripresi online; in tutta questa opulenza è spesso molto complesso discriminare quale siano i contenitori validi o quale sia il confine sottile fra una certa narrazione trash-commerciale e quella invece più divulgativo-scientifica. Districarsi è complicato e per ciò è importante ribadire a mio giudizio che quando parliamo di educazione, parliamo di una scienza, non di opinioni.

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Rea confessa

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Il letto volante, Frida Kahlo 1932

Di aborto non si parla quasi mai. Quando succede si abbassa lo sguardo e il tono della voce. A meno che non sia un dibattito pubblico, e allora i toni si infuocano: le donne assassine, lo sterminio degli innocenti, il genocidio legalizzato. Anche chi è a favore della legalità dell’aborto e della possibilità di scelta della donna difficilmente è a proprio agio.

Così esordisce Chiara Lalli nelle prime pagine del suo libro A. La verità, vi prego, sull’aborto. E rileggendo queste poche righe non posso che associarle alle recenti dichiarazioni della performer ed artista Marina Abramovic, la quale ha rotto il silenzio dichiarando pubblicamente di aver abortito. In più di una occasione.

L’artista è stata intervistata dal Tagesspiegel (la cui intervista non esiste per intero in italiano, ad oggi) ma è l’estratto con solo alcune delle sue dichiarazioni ad essere riportato su buona parte dei quotidiani online – compreso l’huffingtonpost italiano – e siti spazzatura che hanno provveduto a commentare le dichiarazioni con i soliti titoloni ad effetto. L’intento? Decontestualizzare le dichiarazioni personali di Abramovic dal resto dell’intervista. Tra l’altro molto interessante. La “sconcertante rivelazione”- udite udite! – è quella di aver ricorso alla pratica dell’aborto per tre volte nella sua vita, al fine di difendere il proprio contributo nel mondo dell’arte ed il diritto di restare all’apice della carriera.

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“Il” morte di Sara: sul femminicidio e il movimento delle donne

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Sara di Petroantonio non è più tornata a casa. Nonostante avesse voluto, come testimonia l’ultimo sms scritto dalla giovane alla madre poche ore prima di essere speronata, uccisa e data alle fiamme dal suo ex. Insieme a lei, pochi giorni dopo, altre donne hanno subìto la medesima sorte per mano di mariti, ex mariti o compagni. Prima di lei molte donne sono morte ammazzate per mano di carnefici che dicevano di amarle.

La morte della ragazza (e di molte altre donne che in questi anni sono state uccise da uomini violenti) è stata annunciata in parte – ancora – da giornali, stampa e tv come un “omicidio” o un “assassinio” qualunque producendo un necrologio senza fine e privo di senso. Il linguaggio usato – maschile neutrale – richiama una totale incapacità di farsi carico delle narrazioni. Nonostante la parola femminicidio sia stata coniata per ribadire la violenza maschile estrema sulle donne, ponendo alla  base il legame relazionale e/o presunto sentimentale che intercorre fra la vittima ed il suo carnefice, si fa ancora molta difficoltà ad utilizzarla appropriatamente nel linguaggio main stream. A ricordarcelo brillantemente e con lucida precisione è Michela Murgia, la quale dalla sua pagina facebook sottolinea per inciso:

La parola “femminicidio” non indica il sesso della morta.
Indica il motivo per cui è stata uccisa.
Una donna uccisa per caso durante una rapina non è un femminicidio.
Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne.
Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto.
Dire femminicidio ci dice anche il perché.

Da anni associazioni di donne (ma anche di uomini vd. Maschile Plurale), femministe, giornaliste e rappresentanti politiche si spendono sul tema più importante e meno accreditato nella cultura opinionista di questo paese: il linguaggio sessista e (a volte) manipolatorio. Quella cosa con cui non solo ci esprimiamo, ma rappresentiamo il mondo in cui viviamo, le relazioni in cui siamo coinvolti/e che simbolizza e dà luogo ad immagini e rappresentazioni nel nostro quotidiano.

Non è una questione da intellettuali o da specialisti.
Non lo può essere quando rappresenta una questione sociale così importante; quando sottende ad una cultura dei rapporti fra sessi così specifica che ci chiama dentro tutti e tutte.

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Per mano di donna

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Sono cresciuta per mano di donna.
Mani forti, ruvide, provate dal lavoro di una vita. Una vita passata fra i campi ed i cantucci di una piccola casa di periferia in cui ci si stava in nove, dieci, undici fra creature che crescevano ed altre che venivano al mondo.

Sono cresciuta per mano di donna.
Mia nonna, mia zia; una madre, una figlia che sembravano sorelle. Donne comuni la cui vita è stata scandita da gesti semplici e dalla fatica di tutti i giorni. Tutt’attorno suoni e rumori dettavano i ritmi del dovere e del fare durante i quali loro si prendevano cura di me.

Ma la mia cultura dice altro.
Nella mia cultura i corpi scompaiono per farsi oggetto; le mani che toccano, manipolano, contaminano vengono trasformate in metafisica per la mente. La vita diventa un susseguirsi di eventi in cui qualcun altro, altrove decide per me. Non ci si chiama per nome, ma si nominano cose. Maschile plurale, è la lingua della mia cultura.

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Messaggio di fine anno da una qualunque irriverente

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Ci pensate? Quasi settant’anni di storia repubblicana e quasi settanta discorsi di fine anno tenuti da uomini sulla settantina. O giù di lì.
Mi è venuto in mente stamattina a colazione, davanti alla mia fetta di panettone. Tutto regolare: questa è La Tradizione!

Uso della parola che neanche la giustificazione a scuola, grazie alla quale ci si smarca da una riflessione presumibilmente problematica.

Cosa vorrei dire? Cosa vorrei dimostrare?
Nulla di nuovo sotto questo cielo. Difatti, anche la voce di Wikipedia mi ricorda quanto sia importante – ma che dico fondamentale – La Tradizione per noi italiani/e. Alla voce Messaggio di fine anno c’è scritto:

discorso con il quale capi di Stato, sovrani e presidenti si rivolgono al proprio popolo fornendo un consuntivo dei traguardi politici, sociali ed economici raggiunti nell’anno solare, terminando in genere coi propositi per l’anno successivo.

Capi, sovrani, presidenti. Maschile plurale.
E che sarà mai! In fondo è giusto che la carica più alta dello Stato (13 sono gli uomini che contiamo dal 1948 ad oggi) faccia il suo monologo a reti unificate in cui ci racconta la sua storia sull’andamento dell’anno appena trascorso, facendoci dono della sua visione delle cose, con il solito linguaggio “truccato”.

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Ricomincio dalle parole. Per quello che vale, non voglio essere salvata.

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Da alcune settimane sul web si è scatenata un’eco di commenti riguardo l’appello di SNOQ contro la pratica della Surrogacy (surrogazione di maternità), a cui oggi si aggiungerà anche il mio. Visto il vespaio di voci e critiche alzatosi sul tema, esortazioni personali sui social a prendere posizione, ritengo giusto che su questo blog (in cui ho già trattato del corpo delle donne e di pratiche mediche sui corpi delle donne) dia la mia lettura.

Dunque, per tentare di fare ordine nella mia mente, mi sento di ri-partire proprio dall’appello divenuto oggetto del “dibattito” online (in realtà si è trattato di numerosi botta e risposta, prese di distanza o di posizione) con un veloce deconstructing cominciando col sottolineare le parole usate nell’appello che si definisce – nel titolo d’apertura – “contro la pratica dell’utero in affitto” per poi esordire:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.

Ora, bisognerebbe mettersi d’accordo con se stesse quanto meno perché parlare di una pratica utilizzando prima le parole “utero in affitto” (definizione della pratica apertamente critica e dispregiativa) e subito dopo il nome tecnico  di “maternità surrogata” denota, a mio parere, una certa ambiguità che non saprei come leggere.

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Fenomenologia di una stronza. Quando è una donna a declinare la realtà.

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Judith Leyster (1609 – 1660), pittrice olandese

Quand’è che è cominciato tutto? Il momento preciso in cui se una donna aveva qualcosa da dire sulla realtà ed il mondo che la circondava è stata screditata, congiurata, condannata, giudicata ferocemente pur di farla smettere o tacere?

Come se il suo punto di vista sulle cose non fosse esso stesso la prova di una capacità fenomenologica, analitica, allorché di pensiero.

Come se le sue abilità o capacità non fossero esse stesse la dimostrazione di una concettualizzazione del mondo propria, autonoma, indipendente.

Per secoli, innumerevoli donne hanno posseduto una visione del mondo e delle relazioni che lo muovevano, a volte trovando i mezzi per esprimerla e raccogliendo il coraggio per difenderla e diffonderla pubblicamente. Più spesso, invece, questa medesima visione si è dovuta piegare o adattare a quella che ne fornivano gli uomini. Un atto che per secoli è stato ritenuto legittimo. Non oserei se lo definissi: patriarcale.

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Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

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Cosa una filosofia di genere

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Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

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libertà, imprescindibile

Pina Nuzzo: “Fare politica per me ha sempre voluto dire dare forma alla mia indignazione o ad un mio desiderio e farne un fatto politico. Questo si può fare anche a partire dalla rete dove, come nella vita, le donne si parlano, si arrabbiano, mostrano la voglia di voler fare qualcosa. Di fronte a questo bisogno si può mettere a disposizione la propria esperienza per indicare – ma solo indicare – strumenti e iniziative concrete possibili. Iniziative che chiunque può fare proprie e che non domandano una adesione, una appartenenza se non quella di genere. Iniziative che si propagano attraverso i social network e il passaparola sollecitando le donne a governarle, a gestire intrusioni e strumentalizzazioni. Ma niente di più. Non sottovaluto il fatto che in rete, come nella realtà, parlarsi si riduce spesso a brevi commenti, a liste dove si contano i “mi piace non mi piace”. In rete gli immaginari sono in agguato e i prodotti del silenzio generano l’illusione di rispecchiarsi nel pensiero di un’altra; manifestare il proprio pensiero richiede senso di sé e un certa dose coraggio.”

laboratorio donnae

Deborah Klein Sister-ActUn anno fa, io

Un anno fa è nato Laboratorio Donnae, inizialmente su un mio desiderio: mantenere il confronto con alcune donne conosciute in tanti anni di attività politica, senza dover necessariamente fondare un’associazione. Mi soffermo su questo punto perché  mi viene chiesto spesso per quale ragione Laboratorio Donnae non sia un’associazione. Non ho ritenuto opportuno fondarne una per diversi motivi: perché ho già un’esperienza lunga e ininterrotta – quarant’anni – di vita associativa; perché molte delle donne con cui voglio mantenere un rapporto fanno già parte di un’associazione. Moltiplicare le appartenenze non serve.

Inoltre in questa  fase della mia vita –  più che in altre – faccio politica guardando a quelle donne che in  rete e nella vita promuovono azioni “naturalmente” segnate dal femminismo,  eppure non sono riconducibili a nessuna scuola o teoria politica. Questo mi sollecita a ripensarmi a mettermi in gioco – qui e ora – con…

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