Ricomincio dalle parole. Per quello che vale, non voglio essere salvata.

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Da alcune settimane sul web si è scatenata un’eco di commenti riguardo l’appello di SNOQ contro la pratica della Surrogacy (surrogazione di maternità), a cui oggi si aggiungerà anche il mio. Visto il vespaio di voci e critiche alzatosi sul tema, esortazioni personali sui social a prendere posizione, ritengo giusto che su questo blog (in cui ho già trattato del corpo delle donne e di pratiche mediche sui corpi delle donne) dia la mia lettura.

Dunque, per tentare di fare ordine nella mia mente, mi sento di ri-partire proprio dall’appello divenuto oggetto del “dibattito” online (in realtà si è trattato di numerosi botta e risposta, prese di distanza o di posizione) con un veloce deconstructing cominciando col sottolineare le parole usate nell’appello che si definisce – nel titolo d’apertura – “contro la pratica dell’utero in affitto” per poi esordire:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.

Ora, bisognerebbe mettersi d’accordo con se stesse quanto meno perché parlare di una pratica utilizzando prima le parole “utero in affitto” (definizione della pratica apertamente critica e dispregiativa) e subito dopo il nome tecnico  di “maternità surrogata” denota, a mio parere, una certa ambiguità che non saprei come leggere.

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Una domenica a Bologna

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Continuo a credere che le cose, lentamente, sottotraccia, ma inesorabilmente, possano cambiare per il meglio. Certo, non da sole.

In Italia non solo molti argomenti non sono minimamente dibattuti né sostenuti da istituzioni, dipartimenti universitari, gruppi di ricerca, ma ancora si possono trovare gabbie intepretative tra femminismi che si fanno una inutile battaglia, mentre il coraggio e gli strumenti per cambiare le cose sono in mano a progetti sostenuti da molti ma quasi senza alcun appoggio istituzionale e dei media. Fa molta più notizia il provvedimento di un preside ignorante e disinvoltamente discriminante invece del continuo lavoro di Scosse, per esempio, che pubblica gratis un libro contenente il report dei corsi di formazione per i docenti contro pregiudizi e stereotipi di genere.

Questo, ricordiamocelo, è un paese sostanzialmente privo di gender studies. Perché? Anche per questo:

Può servire da esempio un articolo scritto quindici anni fa per promuovere i women’s studies e indicare l’opportunità di insegnarli anche in Italia, cfr. Paola Di Cori, Studiando se stesse (titolo redazionale), in «Il Sole 24 ore», 3 marzo 1996. Pochi giorni più tardi fu pubblicata una lunga e polemica risposta di Luisa Muraro — Questione di naso, occhio e orecchio, in «Il Manifesto», 26 marzo 1996 — la quale non vedeva quale beneficio sarebbe potuto derivare con la loro introduzione rispetto a quanto le donne stavano già facendo da anni.
(Paola Di Cori, Sotto mentite spoglie).

Il ’96, quasi vent’anni fa. Non c’entra niente? Non credo. Credo invece che i pregiudizi e i poteri coercitivi siano interallacciati tutti, così come le battaglie civili per i diritti siano tutte intersecanti. Si chiama, in una parola, intersezionalità delle lotte. Credo che esistano, per esempio, piani coesistenti e che si muovono in direzioni opposte tra chi crede che l’educazione e la formazione siano gli strumenti con i quali è possibile intervenire nelle relazioni tra gruppi (anche in conflitto), mettendosi in gioco, e chi crede che siano baluardi da difendere pur di mantenere intatto il proprio potere gestionale. Il tutto sulla pelle di chi va a scuola per lavorare e per formarsi. Non mi pare difficile scegliere da che parte stare.

Questa compresenza di poteri e discriminazioni nella scuola e nell’università è ben sentita da chi li subisce. Questo è quello che ho visto a Bologna, la scorsa domenica, quando invitato da Rete della conoscenza per le loro Scuole di formazione a parlare di Identità di genere, sessualità ed educazione: quali pratiche di soggettivazione nelle relazioni e nel mondo dell’istruzione?: mi sono trovato in mezzo a molti tavoli di lavoro (quasi trecento persone in tutto) dove contemporaneamente su tanti argomenti gli studenti che vogliono cambiare lo stato di cose si (auto)formano, al di fuori di canali istituzionali che evidentemente ignorano le loro richieste, le loro domande. Con me ha accettato l’invito a questo tavolo anche Paola Di Cori, che ho citato sopra.

Ho incontrato ragazzi e ragazze ben coscienti di tutti questi problemi educativi, e di come la scuola e l’università dovrebbero rispondere loro. Ho visto e sentito una conoscenza e una coscienza della loro importanza come in ben più alte sfere non esiste manco per sbaglio. Inutile dire, per esempio, che di tutto questo insieme di argomenti affrontato nelle parole e nelle slide di quel giorno (qui in PPT, qui in ODP), nei vari documenti de “La buona scuola” renziana non c’è niente. Mi viene risposto: ma “La buona scuola” non si occupa di questo. Appunto.

Per fortuna di tutti, se ne occupano ancora gli studenti, i quali quando ciò che spetta loro di diritto o ciò che vogliono imparare non gli viene dato né gli si concede il modo di chiederlo e di esprimerne l’esigenza, beh: lavorano per costruirselo da soli, per tutti. C’è solo da ringraziarli.

Lorenzo Gasparrini

S’i’ fosse uomo, S’i’ fosse donna… nessuna differenza?

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Qualche mese fa, per l’esattezza ad Aprile 2014, mi è stato chiesto di scrivere un pezzo per una famosa rivista femminista quale è  DWF; argomento: le parole del femminismo e le nuove generazioni di adolescenti. Decisi di accettare questa sfida e di provare ad offrire un quadro parziale di ciò cui mi veniva richiesto; provare a narrare il rapporto che esiste oggi fra il mondo del linguaggio giovanile e la costellazione di parole assimilabili ai femminismi dei decenni passati. La scommessa era provare a capire quanto del vocabolario femminista è giunto sino a noi, ma soprattutto ai/alle ragazzi/e.

Così ho tentato di interpretare questa sfida scegliendo fra alcune parole a mio avviso importantissime: desiderio e relazione, richiamando la mia esperienza personale sui banchi di scuola.
Ma non sarà di questo che vi parlerò, qui, oggi.

Vi parlerò di cosa ho costruito attorno a queste parole.

Per comprendere, in parte, la conoscenza e le trasformazioni dei sensi attribuiti a certe parole da parte di ragazzi/e mi è balenata in mente l’idea di creare un questionario da sottoporre loro – in forma anonima –  e da svolgere  nelle terze e quarte superiori grazie alla complicità di alcune donne insegnanti che conosco da tempo. Ho scelto questa fascia d’età perché solitamente sono gli anni in cui si cristallizzano opinioni, pensieri e giudizi (quindi anche pregiudizi), muovendo da ciò che altri/e ci hanno trasmesso. Sono gli anni  in cui avviene il passaggio alla maturità adolescenziale, ma ancora abbastanza lontani dalle prese di posizioni nette o più squisitamente ideologiche e/o politiche. Ovviamente la scommessa non era stata pensata come qualcosa che potesse avere una rilevanza statistica né assomigliarci minimamente, piuttosto il tutto è stato pensato come simile ad una pseudo intervista che potesse restituirmi un piccolo fotogramma  del clima culturale presente in alcune territorialità.

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Una storia di donne, Le Preziose.

Francoise de Sévigné

Francoise de Sévigné

Una manualistica molto spesso poco attenta al come porge gli argomenti ha abituato da molti anni a pensare i periodi storici come separati da abissi invalicabili. La realtà dei fatti invece è che quegli abissi, molto spesso, sono solo comode semplificazioni da parte dei divulgatori, o di chi compila e aggiorna manuali scolastici in maniera troppo poco critica.

Attualmente fuori catalogo (l’ultima edizione è del 2001), La civiltà della conversazione di Benedetta Craveri racconta, su un periodo storico del quale sono diffusi parecchi luoghi comuni, tre cose molto interessanti con un linguaggio intrigante e con assoluto rigore documentale:
– che la divisione tra due periodi storici netti e differenti, la separazione tra Seicento e Settecento, andrebbe seriamente criticata per vedere se e quanto corrisponde ai fatti;
– che anche a distanza di secoli, è possibile identificare quel momento nel quale alcune particolari circostanze storiche – la Restaurazione in Francia, la condizione della nobiltà francese eliminata dalla politica di corte e dal potere della Chiesa, l’esigenza di definire un mondo culturale del tutto inesplorato da parte di molte persone – permettono la nascita in senso moderno di un pubblico, di una “pubblica opinione”;
– che sia stato un movimento creato, pensato e portato avanti da donne a rendere possibile, insieme ad altre condizioni, l’Illuminismo così come lo conosciamo e apprezziamo.

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Come bestie feroci.

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Mettete un articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z.
Mettete il solito connubio oppositivo, per la solita rubrica tipo: “gli adolescenti e i neuroscienziati” e la dicotomia è fatta.

Mettete che si abbracciano, in una stretta mortale, le “nuove generazioni” nome in codice per non si sa bene quali persone, di quale sesso, genere o estrazione sociale, usandole come l’alibi perfetto per smenarla su ciò che meno si conosce e si usa consapevolmente in Italia: la Rete. Quella con la Erre maiuscola.

Mettete che non ha granché importanza chi ha scritto questo articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z (non rimandiamo al link appositamente). La mia non è una battaglia personale contro quel giornalista, i giornalisti; quello scrittore, gli scrittori; quell’intellettuale, gli intellettuali. La mia è una sfida culturale. E nei riguardi di un certo uso del linguaggio, una certa narrazione implicitamente normativa e sempre piramidale; ovvero calata dall’alto. Dall’alto di chi sa, ha studiato, ha letto, ha capito e ci spiega come dovremmo usare cosa. Parlando al solito pubblico dotto.

Questa non è perciò una crociata ad personam in quanto con grande fatica, qui, cerchiamo di decostruire e ricostruire altro. In un altro modo.

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Siamo ciò che leggiamo?

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La scorsa settimana sono stata ospite in una scuola superiore di Formia.
L’incontro con alunni/e ed insegnanti aveva come oggetto le forme dei linguaggi che ancora oggi adoperiamo nella didattica quotidianamente. Quale forme di racconto utilizziamo, dunque, per coinvolgere le giovani generazioni in classe?

Ho pensato che, per l’occasione, fosse interessante parlare di fronte ai ragazzi e alle ragazze di ciò che più mi appassiona, ovvero di narrazione filosofica. L’obiettivo era quello di provare a tracciare una linea che avesse come oggetto non solo i filosofi e le donne (filosofe), ma anche il contesto culturale. Compreso il tessuto delle relazioni all’interno del quale si stabilivano i rapporti di potere.

Scrive in proposito Adriana Cavarero nel suo libro Nonostante Platone:

«la cultura occidentale è ricca di figure nelle quali l’ordine simbolico, di cui essa è intessuta, si autorappresenta: a cominciare dal materiale mitico per poi proseguire, attraverso i più disparati documenti letterari, sino al moderno. (…) La figura ha appunto il potere di concentrare in sé, in una sorta di allusività narrante ed immediata, di incarnazione paradigmatica e viva, l’ordine simbolico che la informa e che in lei prende un nome (un nome proprio) significante. Certo questo ordine simbolico trova altri linguaggi per dirsi, ad esempio il trattato filosofico o il testo di legge per rimanere nel campo della scrittura ma l’efficacia della figura è incomparabile per la sua forza comunicativa e per il suo effetto di autoriconoscimento evocato»

Per essere più chiara: la figura del filosofo descritta nei testi non rappresenta solo un ruolo sociale, ma incarna in sé un intero ordine simbolico riconoscibile con il maschile e associato a precise qualità e facoltà umane; ad esempio, il Logos tutto ciò che è riconducibile all’attività razionale. La figura è perciò portatrice di una potenza narrativa e immaginativa (la potenza dell’imago) enorme la cui sede di riconoscimento sta proprio all’interno di una cornice sociale ben precisa, in questo caso quella patriarcale.

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Siediti e stai zitta!

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Metti un giorno, uno qualsiasi, esci di casa, sali su un mezzo pubblico per andare dove dovresti andare. E apriti cielo!
Salgo dalle porte anteriori, che niente non mi vengono aperte; il vetro è sporco e dall’altra parte gesti non ben definiti mi fanno capire che devo sbrigarmi se voglio salire, passando da quelle centrali. Non capisco, ma m’affretto e salgo. Timbro il biglietto sussurrando fra me e me: ” non ho davvero più parole” e mi siedo. Nessun cartello, nessuna segnalazione. Ma gesti confusi.

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