La buona non pedagogia te la prescrive il dottore: tutt* pedagogist* quando si tratta di educazione.

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Nel mondo delle contraddizioni ogni eccezione è regola ed ogni contrario verità empirica. Tutte e tutti ricorderete certamente la famosa scena del cartone animato Alice nel paese delle meraviglie firmato Walt Disney,  nella quale la protagonista veniva sbeffeggiata per non sapere cosa fosse un “buon non compleanno” in quel mondo che le era non solo estraneo, ma le appariva ancor più stravagante proprio in virtù delle sue stranezze. I contrari erano norma spingendo i personaggi sull’orlo del ridicolo; l’unica via che pare funzionare per Alice, è assecondare quella ridicolezza partecipandone.

La realtà di oggi – o almeno, una certa declinazione di specifici fenomeni – mi fa sentire pressapoco come Alice a confronto con quegli estranei che le chiedevano di brindare «tutti insieme con un altro po di tè!». Mi riferisco alla qualità con cui sul web si scriva in modo indiscriminato di pedagogia – parola bellissima e antichissima – e dell’uso (ormai socialmente accettato) venga fatto di questa parola.

Leggo molti contenuti sul web e spesso se l’argomento merita, mi interesso. La pedagogia, i suoi metodi ed i suoi fini e/o sperimentazioni sono macrotemi che vengo copiosamente ripresi online; in tutta questa opulenza è spesso molto complesso discriminare quale siano i contenitori validi o quale sia il confine sottile fra una certa narrazione trash-commerciale e quella invece più divulgativo-scientifica. Districarsi è complicato e per ciò è importante ribadire a mio giudizio che quando parliamo di educazione, parliamo di una scienza, non di opinioni.

Particolare rimosso di questi tempi da buona parta degli scrittori, dei blogger o presunti esperti professionisti provenienti anche da altri settori scientifici che in rete si arrogano il diritto di parlare con esaltazione o disprezzo – a seconda del momento – di pedagogia, confezionando pillole di “buona genitorialità” per generazioni (diciamolo) di genitori spaesati e a volte confusi.

Dicevamo: c’è un uso disinvolto – tanto per usare un eufemismo – della parola pedagogia, un uso vulgare con cui si richiama a pratiche educative (buone e/o cattive), consigli per il genitore, responsabilità dell’adulto, fare del bambino, metodologie su come crescere persone piccole etc. etc.

Mi chiedo cosa pensi la comunità italiana di pedagogisti e pedagogiste, o come possa sentirsi quando un pediatra scrive su un sito altamente cliccato come uppa.it frasi arroganti a supporto di tematiche anche condivisibili,

“Niente regole, niente limiti e niente imposizioni naturalmente, secondo i canoni della più libertaria delle pedagogie: tutto concordato, vagliato e deciso con loro e a loro subordinato. Tutto finisce così per delinearsi e strutturarsi a stretta, angusta misura di bambino, lontano da ogni matura organizzazione e da ogni prospettiva adulta. Un mondo bambino viziato, carico di individualismo e di rumoroso protagonismo esibito. Un mondo statico, tutto basato sull’oggi, dove all’adulto è concesso solo di fare da spettatore e, naturalmente, da servitore. Facciamola finita con questa improbabile e fallimentare pedagogia delle coccole, giustificativa a oltranza, preservatrice da ogni sforzo, impegno, lotta o frustrazione”.

(citazione qui tratta dal libro di Paolo Sarti, “Facciamola finita!”, Mandragora, 2011)

Bisognerebbe chiedere all’autore, dottore esimio, un ripasso di teoria in quanto sono certa saprà spiegare altrettanto con vigore di penna cosa sia ad esempio il “libertarismo in pedagogia” (suffragando la sua tesi con riferimenti scientifici), o da quale grande pedagogista abbia appreso della “pedagogia delle coccole”.

Chissà cosa direbbe a tal riguardo T.Berry Brazelton, pediatra di fama internazionale che molto si è speso sulla teoria dell’attaccamento e sulle pratiche in erba quali co-sleeping (dormire insieme) e bonding riflettendo sugli importanti risultati ottenuti da John Bowlby.

Ma la spazzatura più grossa è sempre in agguato ed indossa il suo abito più scintillante, specie se si parla di bambino/a, o come anticipavo prima di educazione.

In rete, c’è chi sostiene (non suffragrando alcun dato) che in Italia si soffra diffusamente di “bimbofobia”. Eppure io mi sento benissimo, non so voi. Un fenomeno che salta all’occhio ed è preoccupante secondo l’autrice, la quale sostiene con disinvolta normatività,

“Da un po’ di tempo, è aumentata la quantità di offerte alberghiere molto specifiche, in cui si offrono soggiorni “child-free”, cioè senza bambini. Ciò significa che, durante il soggiorno, si ha la certezza che non si incontreranno neonati o altri bambini che potrebbero dare fastidio durante la notte con il proprio pianto o stravolgere la piscina con i propri giochi. Lo stesso accade ormai anche in diversi bar e ristoranti. Si tratta di un’offerta diversa, volta a tutti coloro che vogliono trascorrere un momento di pace lontano da presenze infantili.

Questo tipo di fenomeno sta crescendo moltissimo sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna, il che ci invita a riflettere su una questione più complessa. Abbiamo forse dimenticato cosa significa essere un bambino? Abbiamo davvero così poca empatia da non essere in grado di entrare in contatto con quegli anni meravigliosi, rumorosi e ribelli tipici dell’infanzia?”

Cosa c’è di male ad essere una o un childfree, a esigere ed ottenere sotto pagamento una vacanza in luoghi childfree? Dove sia il problema non si sa. Non tutte/i amano bambini/e e nutrono la pazienza di condividerne spazi o habitat ma di certo questo non dà ad altre/i il diritto di sentenziare a riguardo arrivando a coniarne fobie sociali pret-a-porter. Semmai il discorso risulta un po’ più complesso e profondo: non siamo un paese che rispetta i minori, che li tutela cioè non siamo un paese in grado di pensare nel contesto urbano (non dappertutto sia chiaro) spazi a misura di bambino. E ciò racconta moltissimo della nostra cultura e forma mentis. Ma queste sarebbero ben altre paio di maniche.

E poi ritroviamo – per gli inguaribili disfattisti 2.0 – una tipologia di racconto ever green: gli inguaribili “guardoni dell’estero” infaticabili “boccaloni” che crederebbero a qualsiasi prassi purché esterofila, non sapendo riconoscere le sfumature (soprattutto sessiste) in una narrazione difettosa ed in parte manipolativa magari solo in cerca di lanciare l’ennesimo best seller nella sezione pedagogia.  Così l’articolo di Repubblica.it, pur partendo da premesse corrette inerenti statistiche recenti rilevate dal World Economic Forum

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deraglia verso lidi pericolosi scrivendo di “metodo danese”, quando di metodo (ma soprattutto di danese) ci sia davvero pochissimo. Non è infatti tutto oro quel che luccica.

“Nelle scuole danesi – spiega Jessica Joelle Alexander – si insegna l’empatia fin dai primi mesi di vita. Ma ci sono altri punti importanti in questo tipo di educazione: il gioco libero e cercano di non nascondere nulla ai figli su tutti gli aspetti della vita, cercando di non esagerare con le lodi. L’obiettivo è premiare sempre lo sforzo del bambino, non il risultato. Lo sforzo continuo dei genitori è quello di trovare i dettagli più positivi in una situazione negativa o di formularla in modo diverso”.

cit. da  Repubblica.it

In educazione, infatti, sono almeno trent’anni che a partire dagli studi di Emmi Pikler – austriaca di nascita, pediatra e profonda conoscitrice degli studi scientifici pedagogici e del metodo di Maria Montessori (adottato in tutta Europa a partire già dagli anni ’40) – si applica in quasi la totalità dei servizi educativi italiani e non solo, la buona pratica del libero movimento per una libera crescita del bambino attraverso il suo approccio olistico che prevedeva già dalle prime sperimentazioni grande attenzione per la sfera emotivo-empatica del singolo.

Cosa vogliono venderci queste persone? Pillole di cosa? Di un modello d’ispirazione scientifica italiana che qui, in Italia, per ragioni esclusivamente politiche abbiamo rinunciato a diffondere e divulgare strappando il bambino alla sua dimensione di infante , costruttore libero e creativo del mondo, privando il genitore – non solo la mamma secondo un cliché superato – di quegli strumenti ma soprattutto di quel tempo di cui ha bisogno ogni dannatissima relazione che si abbia la bontà di chiamare tale?

Non accetto categoricamente una lettura anti-pedagogica per cui la responsabilità genitoriale dalla cura alla crescita relazionale empatica divenga una domanda a senso unico colpevolista nei confronti delle donne e madri italiane come riportata in calce all’articolo:

A questo punto bisogna chiederselo. In che cosa sbaglia la mamma italiana?

E chi sarebbe La Mamma Italiana?
Altro che propaganda: c’è di che vergognarsi. Ma tanto.

Sicché dall’uso improprio della parola pedagogia, passando per millantare fantomatiche forme puerofobiche si passi alla pratica patriarcale di colpevolizzazione per cui il male del mondo risalirebbe a quel “prototipo” (o stereotipo?) di mamma italiana massaia sì ma anche no, eterna indecisa fra lavoro fuori o dentro casa, destabilizzatrice dell’ordine cosmico della cura degli infanti nonché crudele accentratrice, capace solo di produrre brocchi mammoni privi di autonomia come tristemente troviamo scritto qui,

Gli italiani sono tra i più mammoni d’Europa. Oltre due terzi dei “giovani adulti”, ovvero coloro che hanno tra i 18 e i 34 anni, in Italia vive a casa con i genitori, una percentuale (67,3%) che nel 2015 cresce rispetto al 2014 e si conferma al top nell’Unione europea (dietro solo alla Slovacchia) con quasi 20 punti di differenza rispetto al 47,9% medio europeo. Lo rileva Eurostatsecondo cui il divario cresce ancora nella fascia tra i 25 e i 34 anni.

(…)

Sono mammoni soprattutto i maschi con il 73,6% del totale tra i 18 e i 34 anni (quasi 3 su 4), in crescita dal 71,8% del 2014. La percentuale di quelli tra i 25 e i 34 anni cresce dal 56,8% al 59,3% con oltre 24 punti in più rispetto alla media europea. Le donne in questa fascia di età restano a casa nel 41,7% dei casi. Ma non tutti quelli che restano a casa con i genitori lo fanno in assenza di un’occupazione (…)

(…)

L’Italia è al top in Europa anche per parti di mamme ultracinquantenni. (…) I bambini nati da mamme tra i 20 e i 24 anni in Italia nello stesso periodo sono stati 46.029 (in calo dagli oltre 52.000 del 2007)

vd. articolo su Il Fatto

Una parte del problema è dato dal fenomeno chiamato educazione sessista, contro cui si battono associazioni, comitati per le pari opportunità, gruppi di insegnanti di ogni ordine e grado per sovvertire tale tendenza – questa sì, tutta italiana e retrograda.

Chissà dove sono stati i giornalisti del fattoquotidiano in questi ultimi 6/7 anni?

L’altra faccia della medaglia invece si chiama disparità di genere (salariale e mansionale) che consegna all’Italia – sempre secondo il World Economic Forum – il 50° posto nel gender gap per il 2016.

Parliamone. O meglio, se ne parla e se ne continua a scrivere da anni ignorando (?) il fatto che questo enorme divario non sia solo l’ostacolo per un cambio di passo in una cultura profondamente misogina come la nostra. Difficile pensare di poter integrare una pedagogia ed un approccio in educazione orientato alla libertà di movimento, all’attenzione per le potenzialità emotive e creative del singolo, al benessere psicofisico senza un cambio radicale di cultura a partire dalla nostra sintassi relazionale di stampo paternalistica chiusa e stigmatizzata negli stereotipi di genere.

Pedagogiste/i italiane/i ci vengono invidiate da mezza Europa e non solo; da Montessori a Malaguzzi, da Ciari a Visalberghi ciascuna/o di esse/i ha saputo creare un modello in educazione fondato su valori inestimabili e diritti inalienabili del bambino come persona dal potenziale illimitato. Ma il contributo più significativo è arrivato negli ultimi decenni dalle scienze psicologiche dell’evoluzione il cui oggetto di studio si è spostato dal soggetto (bambino=persona) alle relazioni diadiche (madre-bambino/ padre-bambino) e triadiche (genitore-bambino-genitore).

Questi metodi su cui migliaia di docenti e maestri stranieri si sono formati (spesso in Italia), hanno dato vita a decine di sperimentazioni diverse perfezionate in contesto sulla base di valori politici condivisi da un popolo piuttosto che un altro e con investimenti in welfare da farci impallidire.

Di cosa vogliamo parlare, dunque?

No perché da donna italiana e futura pedagogista  mi sento di rivendicare fortissimamente il posto che meritiamo, lì dove ci spetta.

Fiammetta

 

Link utili:

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