Il difetto è (anche) nel manico

cattedra

Le parole che seguono sono scritte da un professore di scuola superiore, un professore di Storia, che le scrive sulla sua bacheca Facebook in modalità pubblica. Chi è non ha alcuna importanza.

Sto spiegando le guerre settecentesche in una quarta. Arriva la bidella con una delle numerose circolari da firmare e da leggere ai ragazzi. Firmo e leggo. Sulla circolare vi è scritto che per decisione del governo, approvata dal parlamento, la giornata del 4 ottobre è divenuta “Giornata delle vittime dell’immigrazione” e che si consiglia a tutti i ragazzi la visione su Rai Tre del film “Fuocoammare” che andrà in onda quella sera. Mi sento profondamente umiliato nella mia professionalità. A ragazzi ai quali cerco di sviluppare desiderio di conoscenza e senso critico sto consigliando (seppure solo come lettore di cose scritte da altri) un misero documentario di propaganda, una schifezza pietistica che deve servire a lavare il cervello alla gente, ad accettare come buona l’immigrazione di massa senza regole. Mi sento ridotto a megafono dell’ideologia dominante. Per fortuna mi salva la battuta di un ragazzo: “ieri sera c’era James Bond, ma mica me l’avete detto”. Gli faccio un grande sorriso.

Se non bastasse questo totale spregio dei drammi storici altrui, condito con una bella dose di ignoranza, poco dopo c’è un’aggiunta.

Le vittime dell’immigrazione di massa siamo anche noi.

Potrebbe bastare questa visione razzista della storia contemporanea per completare il quadretto, ma ovviamente il nostro non si limita a queste opinioni, ne ha anche qualcuna sulle questioni di genere.

Ebbene sì, sono COLPEVOLE. Non una soltanto, ma TRE VOLTE almeno. TRE VOLTE COLPEVOLE. Mea culpa. Mea culpa. Mea maxima culpa. Sono colpevole in quanto MASCHIO (quindi potenzialmente misogino, anzi “sessista”). Sono colpevole in quanto NORMALE (si può ancora dire?), cioè mi piacciono le donne (quindi potenzialmente “omofobo”). Sono colpevole in quanto BIANCO (quindi potenzialmente “razzista”). Sono tre volte colpevole. Maschio, bianco, eterosessuale. Un tipaccio, insomma. Mea culpa. Mea culpa. Mea maxima culpa.

Alla fine ci viene regalata anche una summa del suo pensiero:

Direi che intanto dovremmo salvaguardare: famiglia, comunità locali, piccole imprese. E mirare a risuscitare nei limiti del possibile il senso religioso, il senso identitario, la tradizione, il legame sociale. E difenderci dall’invasione extracomunitaria.

Perché tanto interesse per le parole di un qualsiasi razzista e sessista, che evidentemente non ha capito nulla neanche delle parole che usa? Perché questo, di razzista e di sessista, insegna. E se raccoglie settemila e più like con uno di questi testi osceni, è perché non solo rispecchia una mentalità diffusa – e fino a qui niente di nuovo – ma anche perché la trasmette. Tra i tanti che plaudono a queste sue frasi ci sono anche i suoi studenti, ovviamente, e tanti di quegli ignoranti che hanno ben impresso il luogo comune dei “tre mesi di ferie l’anno” di maestri, maestre, professori e professoresse; i quali sono parassiti e si danno alla bella vita finché non esprimono idee qualunquiste e populiste che fanno tanto comodo.

La formazione degli insegnanti è il primo necessario passo affinché le questioni di genere entrino nella scuola. Gli studenti già si muovono da soli per cercare informazioni, fonti, risposte, come sempre accade alla loro età. Se però non trovano in classe interlocutori preparati, la loro ricerca solitaria – che rischia di fermarsi a fonti quantomeno discutibili – sarà arrestata fin dall’inizio da una persona che se va bene è impreparata, se va male è proprio razzista, maschilista, bigotta. E stiamo parlando, in questo esempio, di un docente di Storia, uno che gli strumenti per evitare di dire cose a metà tra la semplice cretinata e la violenza verbale dovrebbe averli.

Per sommare cretinata a cretinata, c’è chi replica a chi fa notare la violenza di queste parole brandendo “la libertà di opinione”. Per fortuna ho sempre con me la vignetta di Dilbert:

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Quando si dice che il problema sociale del genere è un problema culturale, non vuol dire che è di competenza di chi ha studiato certe cose, né che essendo culturale allora non è economico, scientifico, “pratico”, politico… vuol dire tutto questo e anche di più. Significa che quel problema è nella testa di ciascuno, professore o no; nei suoi gesti, nelle sue parole, fa parte della sua preparazione e della sua esperienza, ne sostiene i ragionamenti e ne guida gli istinti – perché questo problema era lì da prima della nascita di ciascuno e continuerà a trasformarsi di generazione in generazione se non verrà riconosciuto come tale prima che diventi convinzioni, abitudini, visioni, ragionamenti, sistema, gerarchie, investimenti – e status su facebook.

E, a proposito di “manici”: chi investe in formazione, da queste parti? Chi si adopera a far sì che il lavoro di insegnamento, a tutti i livelli, sia prestigioso, altamente selettivo e ben remunerato, come tutti i lavori considerati fondamentali in una società? Cui prodest che a contatto con persone nell’età dello sviluppo ci siano soggetti come chi esprime quelle idee?

Lorenzo Gasparrini

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