Sulla competenza de* filosof*. Meglio dubitare

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Una settimana fa, il 18 Novembre, Nicla Vassallo pubblica su Doppiozero questo post.

Per quanto mi riguarda, queste sue parole si vanno a inserire in un film già visto, uno schema già noto, una moda consolidata: banalità a scopo narcisistico. “Sono fig* e voglio farlo vedere a tutt*, quindi scrivo un bel post sulle questioni di genere che oggi vanno tanto di moda, così s’imparano”. Questo fenomeno però, per quanto noto e diffuso (qui, qui e qui qualche lista di esempi raccolta dal sottoscritto), in questo caso è più grave del solito, perché Vassallo pensa di poter dire cose pesanti sulla vita di un po’ troppe persone, non avendone la minima competenza. In che senso? Entriamo nel merito.

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Fenomenologia di una stronza. Quando è una donna a declinare la realtà.

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Judith Leyster (1609 – 1660), pittrice olandese

Quand’è che è cominciato tutto? Il momento preciso in cui se una donna aveva qualcosa da dire sulla realtà ed il mondo che la circondava è stata screditata, congiurata, condannata, giudicata ferocemente pur di farla smettere o tacere?

Come se il suo punto di vista sulle cose non fosse esso stesso la prova di una capacità fenomenologica, analitica, allorché di pensiero.

Come se le sue abilità o capacità non fossero esse stesse la dimostrazione di una concettualizzazione del mondo propria, autonoma, indipendente.

Per secoli, innumerevoli donne hanno posseduto una visione del mondo e delle relazioni che lo muovevano, a volte trovando i mezzi per esprimerla e raccogliendo il coraggio per difenderla e diffonderla pubblicamente. Più spesso, invece, questa medesima visione si è dovuta piegare o adattare a quella che ne fornivano gli uomini. Un atto che per secoli è stato ritenuto legittimo. Non oserei se lo definissi: patriarcale.

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Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

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Educare gli educatori

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Malgrado la polemica ignorante e becera si sia scatenata in tutta Italia, ci sono già molti disegni e progetti – non solo di legge – per aggiungere gli argomenti “di genere” agli altri insegnamenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi domando che tipo di efficacia potrebbero avere; certo sono graditi, ma il tempo a disposizione a scuola è quello che è. Ha senso “aggiungere” gli argomenti di genere? Certamente ci sono gli argomenti specifici dei gender studies, ma ci sono anche atteggiamenti e letture di intere discipline che andrebbero cambiati, al di là dei singoli argomenti.

Il grosso del lavoro sarebbe considerare le questioni di genere non tanto come una materia, ma come una disposizione includente verso chi, dagli argomenti delle materie e dagli strumenti usati per insegnarle, è di solito escluso in maniera silenziosa. Si tratterebbe di cambiare i libri, le illustrazioni; inserire storie e personaggi che di solito non ci sono; insegnare che sensibilità diverse percepiscono, comprendono e sentono cose diverse ma che hanno stessi diritti d’esistenza; adottare in ogni argomento o situazione altri punti di vista. Un lavoro enorme, e che richiede anche una condizione preliminare.

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Cosa una filosofia di genere

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Recentemente ci è stato chiesto in cosa consistono i nostri percorsi di genere filosofici. Con questo post provo a rispondere partendo da due quesiti: uno, “perché una filosofia di genere?” e due, “a cosa serve una filosofia di genere?” e proseguirò nel raccontarvi l’esperienza dalla quale sono nati concretamente gli spunti tematici per i nostri laboratori. Spunti che mi riprometto di condividere in conclusione al post.

Innanzitutto bisogna che ci accordiamo sul significato delle parole che costituiscono le nostre proposte laboratoriali per le scuole superiori. La parola filosofia, è una parola comunemente usata nella didattica ordinaria – a mio giudizio –  in modo alquanto ambiguo; l’ora di filosofia alle superiori ci ricordiamo essere pressoché una ricostruzione interamente (o quasi interamente per le/i più fortunate/i) al maschile del pensiero filosofico occidentale e avente origine nella Grecia di Talete, Anassimene e Anassimandro.

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libertà, imprescindibile

Pina Nuzzo: “Fare politica per me ha sempre voluto dire dare forma alla mia indignazione o ad un mio desiderio e farne un fatto politico. Questo si può fare anche a partire dalla rete dove, come nella vita, le donne si parlano, si arrabbiano, mostrano la voglia di voler fare qualcosa. Di fronte a questo bisogno si può mettere a disposizione la propria esperienza per indicare – ma solo indicare – strumenti e iniziative concrete possibili. Iniziative che chiunque può fare proprie e che non domandano una adesione, una appartenenza se non quella di genere. Iniziative che si propagano attraverso i social network e il passaparola sollecitando le donne a governarle, a gestire intrusioni e strumentalizzazioni. Ma niente di più. Non sottovaluto il fatto che in rete, come nella realtà, parlarsi si riduce spesso a brevi commenti, a liste dove si contano i “mi piace non mi piace”. In rete gli immaginari sono in agguato e i prodotti del silenzio generano l’illusione di rispecchiarsi nel pensiero di un’altra; manifestare il proprio pensiero richiede senso di sé e un certa dose coraggio.”

laboratorio donnae

Deborah Klein Sister-ActUn anno fa, io

Un anno fa è nato Laboratorio Donnae, inizialmente su un mio desiderio: mantenere il confronto con alcune donne conosciute in tanti anni di attività politica, senza dover necessariamente fondare un’associazione. Mi soffermo su questo punto perché  mi viene chiesto spesso per quale ragione Laboratorio Donnae non sia un’associazione. Non ho ritenuto opportuno fondarne una per diversi motivi: perché ho già un’esperienza lunga e ininterrotta – quarant’anni – di vita associativa; perché molte delle donne con cui voglio mantenere un rapporto fanno già parte di un’associazione. Moltiplicare le appartenenze non serve.

Inoltre in questa  fase della mia vita –  più che in altre – faccio politica guardando a quelle donne che in  rete e nella vita promuovono azioni “naturalmente” segnate dal femminismo,  eppure non sono riconducibili a nessuna scuola o teoria politica. Questo mi sollecita a ripensarmi a mettermi in gioco – qui e ora – con…

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Sophia si scatena! E voi la seguite?

IAPH

Riceviamo e pubblichiamo con grande gioia, anche se in extremis (a causa mia).
Mi raccomando se sarete a Roma, zona Pigneto e appassionati di Filosofia e dei temi che nutrono in buona parte questo blog, fate un salto! Un ringraziamento speciale alle donne, amiche e compagne, che so, renderanno stupenda questa serata.

Fiammetta

SOFIA SCATENATA
La Filosofia esce dall’Università

IAPh Italia presenta il nuovo sito www.iaphitalia.org

Martedì, 9 Giugno 2015, ore 19.00
Libreria Tuba
via del Pigneto 39/a

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Dalla parte del carnefice. Oppure no.

Guido Reni - la strage degli innocenti

Guido Reni – la strage degli innocenti

C’è un’immagine ricorrente dal secondo dopoguerra in avanti nell’immaginario collettivo italiano; quell’immagine è presente in buona parte dei manuali di storia delle superiori ed è la foto di Benito Mussolini appeso a testa in giù in Piazzale Loreto, a Milano. Era il 28 aprile del 1945 il giorno in cui quella foto fu scattata per rimanere a memoria futura: finalmente il duce, il carnefice, aveva ricevuto quello che si meritava!

Questa immagine ha contribuito fortemente, secondo me, nel costruire la simbologia che si racchiude nella figura del carnefice per noi italiani/e: quella del centauro un po’ bestia, un po’ uomo. Non solo. Quell’immagine porta dietro con sé anche un contro agito fortissimo che esplicita la cultura dello stivale, dove a pagare per le colpe di uomini carnefici bisogna includere sempre anche il corpo di una donna come mediatore delle vergogne compiute da questo: accanto a Mussolini, infatti, fu appeso per i piedi pure il corpo di Clara Petacci.

A questa figura di stampo mitologico – il centauro – si unisce lo status di straordinarietà che la figura del carnefice ha assunto nella contemporaneità; straordinarietà nel senso proprio di non-ordinarietà, o meglio di a-tipicità appartenente a colui che si manifesta come non-umano. Insomma, si applica a questa figura un processo simile a quello che in psicoanalisi si identifica come pseudo-speciazione cioè l’eccesso di distanziamento e diffidenza nei confronti di persone o gruppi rispetto al sentimento collettivo. Una volta avvenuta l’eliminazione dal sentimento collettivo, queste persone o gruppi cominciano ad essere percepiti non più come appartenenti alla stessa specie o collettività, appunto, ma come qualcosa di altro, di diverso, addirittura come non più umani, bensì cose (per un approfondimento sulla simbologia del centaurismo, rimando a Luigi Zoja, “Centauri. Mito e Violenza Maschile”).

Sarà per questo che la figura del carnefice si identifica sino a sovrapporsi con quella della bestia, del pazzo, del folle, dello squilibrato rafforzata da un agito in grado di perpetuare azioni non riconducibili alla normalità, all’ordinarietà e quindi alla disumanità con l’aggravante odierna di venir declinato erroneamente dai mass media con l’appellativo di raptus.
Chi commette violenze, anche nel tempo, sembra non rispondere all’immagine dell’uomo comune, ordinario per la buona parte degli/delle italiani/e.

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Qualcosa si muove

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Per parlare della posizione da cui svolgo il mio lavoro, scelgo il familiare linguaggio della politica, vecchi codici, parole come “lotta, maginalità e resistenza”. Scelgo queste parole ben sapendo che non sono né più popolari né più “giuste” – le conservo insieme all’eredità politica che evocano e rappresentano, pur lavorando per cambiare ciò che affermano e per assegnare loro significati diversi, rinnovati.

Così bell hooks, in Elogio del margine, una quindicina d’anni fa. Lei ed altr*, incessantemente, continuano a muoversi per cambiare quelle parole, i loro usi e significati, ed è ancora difficile seguire le tracce di questo cambiamento, perché avviene a diversi livelli e ancora in mezzo a un patriarcato che sta ben attento a non dare notizia di tutto ciò.

A Helsinki, in Giugno, ci sarà un congresso internazionale, Women in the History of Philosophy: Methodological Reflections on Women´s Contributions and Influence, ultimo di una lunga serie di appuntamenti simili sparsi per il mondo, di cui potete sapere tramite il blog Feminist History of Philosophy. Intanto che accadono cose accademiche e internazionali, da noi ci sono insegnanti che non aspettano riforme o chissà quali provvedimenti accentrati per darsi da fare, e che hanno le idee molto più chiare di tant* politic* di professione, teolog*, dirigenti scolastici e genitori:
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Una domenica a Bologna

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Continuo a credere che le cose, lentamente, sottotraccia, ma inesorabilmente, possano cambiare per il meglio. Certo, non da sole.

In Italia non solo molti argomenti non sono minimamente dibattuti né sostenuti da istituzioni, dipartimenti universitari, gruppi di ricerca, ma ancora si possono trovare gabbie intepretative tra femminismi che si fanno una inutile battaglia, mentre il coraggio e gli strumenti per cambiare le cose sono in mano a progetti sostenuti da molti ma quasi senza alcun appoggio istituzionale e dei media. Fa molta più notizia il provvedimento di un preside ignorante e disinvoltamente discriminante invece del continuo lavoro di Scosse, per esempio, che pubblica gratis un libro contenente il report dei corsi di formazione per i docenti contro pregiudizi e stereotipi di genere.

Questo, ricordiamocelo, è un paese sostanzialmente privo di gender studies. Perché? Anche per questo:

Può servire da esempio un articolo scritto quindici anni fa per promuovere i women’s studies e indicare l’opportunità di insegnarli anche in Italia, cfr. Paola Di Cori, Studiando se stesse (titolo redazionale), in «Il Sole 24 ore», 3 marzo 1996. Pochi giorni più tardi fu pubblicata una lunga e polemica risposta di Luisa Muraro — Questione di naso, occhio e orecchio, in «Il Manifesto», 26 marzo 1996 — la quale non vedeva quale beneficio sarebbe potuto derivare con la loro introduzione rispetto a quanto le donne stavano già facendo da anni.
(Paola Di Cori, Sotto mentite spoglie).

Il ’96, quasi vent’anni fa. Non c’entra niente? Non credo. Credo invece che i pregiudizi e i poteri coercitivi siano interallacciati tutti, così come le battaglie civili per i diritti siano tutte intersecanti. Si chiama, in una parola, intersezionalità delle lotte. Credo che esistano, per esempio, piani coesistenti e che si muovono in direzioni opposte tra chi crede che l’educazione e la formazione siano gli strumenti con i quali è possibile intervenire nelle relazioni tra gruppi (anche in conflitto), mettendosi in gioco, e chi crede che siano baluardi da difendere pur di mantenere intatto il proprio potere gestionale. Il tutto sulla pelle di chi va a scuola per lavorare e per formarsi. Non mi pare difficile scegliere da che parte stare.

Questa compresenza di poteri e discriminazioni nella scuola e nell’università è ben sentita da chi li subisce. Questo è quello che ho visto a Bologna, la scorsa domenica, quando invitato da Rete della conoscenza per le loro Scuole di formazione a parlare di Identità di genere, sessualità ed educazione: quali pratiche di soggettivazione nelle relazioni e nel mondo dell’istruzione?: mi sono trovato in mezzo a molti tavoli di lavoro (quasi trecento persone in tutto) dove contemporaneamente su tanti argomenti gli studenti che vogliono cambiare lo stato di cose si (auto)formano, al di fuori di canali istituzionali che evidentemente ignorano le loro richieste, le loro domande. Con me ha accettato l’invito a questo tavolo anche Paola Di Cori, che ho citato sopra.

Ho incontrato ragazzi e ragazze ben coscienti di tutti questi problemi educativi, e di come la scuola e l’università dovrebbero rispondere loro. Ho visto e sentito una conoscenza e una coscienza della loro importanza come in ben più alte sfere non esiste manco per sbaglio. Inutile dire, per esempio, che di tutto questo insieme di argomenti affrontato nelle parole e nelle slide di quel giorno (qui in PPT, qui in ODP), nei vari documenti de “La buona scuola” renziana non c’è niente. Mi viene risposto: ma “La buona scuola” non si occupa di questo. Appunto.

Per fortuna di tutti, se ne occupano ancora gli studenti, i quali quando ciò che spetta loro di diritto o ciò che vogliono imparare non gli viene dato né gli si concede il modo di chiederlo e di esprimerne l’esigenza, beh: lavorano per costruirselo da soli, per tutti. C’è solo da ringraziarli.

Lorenzo Gasparrini