Sophia si scatena! E voi la seguite?

IAPH

Riceviamo e pubblichiamo con grande gioia, anche se in extremis (a causa mia).
Mi raccomando se sarete a Roma, zona Pigneto e appassionati di Filosofia e dei temi che nutrono in buona parte questo blog, fate un salto! Un ringraziamento speciale alle donne, amiche e compagne, che so, renderanno stupenda questa serata.

Fiammetta

SOFIA SCATENATA
La Filosofia esce dall’Università

IAPh Italia presenta il nuovo sito www.iaphitalia.org

Martedì, 9 Giugno 2015, ore 19.00
Libreria Tuba
via del Pigneto 39/a

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Niente di personale dove tutto è personale

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Se c’è stata una costante durante la mia crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza, è stata la ricerca di uno sguardo di amore ed approvazione che persi piccolissima con la morte di mio nonno paterno amatissimo. Quanta sofferenza sprecata ha portato questa instancabile ricerca e quanto senso di colpa inutile sperare arrivasse dagli altri o dalle altre qualcosa che, in fondo, avrei raggiunto soltanto voltando lo sguardo allo specchio.

Il cammino è stato spinoso; le ferite riportante tante da non riuscire più a tenerne il conto: sono state infinite le delusioni nel ricevere da altri/e giudizi sul mio conto che sentivo estranei al mio vero essere. Eppure volevo piacere ed essere compiaciuta da questo piacere; da una parte divenire oggetto di desiderio e contemporaneamente restare soggetto desideroso di. Ma uno sguardo è pur sempre uno sguardo: difficilmente ci somiglia del tutto, soprattutto quando sono gli altri a rimandarcelo. Questo sguardo non ci combacia mai.

Tenere insieme queste due istanze (l’essere oggetto e insieme soggetto di desiderio) non è stato affatto semplice, anzi. Ho capito presto, una volta alle superiori, quale poteva essere la strada per piacere ed ottenere risultati soddisfacenti. O almeno era quello che credevo.

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Lontananza, vicinanza.

vicinanza

 Non puoi fare a meno di cercare un senso, che forse si nasconde non nei singoli rumori isolati ma in mezzo, nelle pause che li separano.

Italo Calvino
Un re in ascolto, Sotto il sole Giaguaro

Breve storia di una lontananza.

Gli ultimi mesi di vita, fra quotidianità e prassi giornaliere mi hanno portata a non scrivere quasi più, qui. Contingenze ed incontinenze varie hanno fatto sì che mi allontanassi dalla scrittura, dalle parole, dal loro fluire lento ma inesorabile, dalla riflessione, e dai libri.

A volte la vita ci porta dove non sappiamo, o dove non ci piace andare.
O forse, per andare dove dobbiamo andare [cit. da Totò e Peppino] ci è dato di girare un po’ a vuoto, di starcene un po’ lontani dalla “piazza principale”.

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S’i’ fosse uomo, S’i’ fosse donna… nessuna differenza?

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Qualche mese fa, per l’esattezza ad Aprile 2014, mi è stato chiesto di scrivere un pezzo per una famosa rivista femminista quale è  DWF; argomento: le parole del femminismo e le nuove generazioni di adolescenti. Decisi di accettare questa sfida e di provare ad offrire un quadro parziale di ciò cui mi veniva richiesto; provare a narrare il rapporto che esiste oggi fra il mondo del linguaggio giovanile e la costellazione di parole assimilabili ai femminismi dei decenni passati. La scommessa era provare a capire quanto del vocabolario femminista è giunto sino a noi, ma soprattutto ai/alle ragazzi/e.

Così ho tentato di interpretare questa sfida scegliendo fra alcune parole a mio avviso importantissime: desiderio e relazione, richiamando la mia esperienza personale sui banchi di scuola.
Ma non sarà di questo che vi parlerò, qui, oggi.

Vi parlerò di cosa ho costruito attorno a queste parole.

Per comprendere, in parte, la conoscenza e le trasformazioni dei sensi attribuiti a certe parole da parte di ragazzi/e mi è balenata in mente l’idea di creare un questionario da sottoporre loro – in forma anonima –  e da svolgere  nelle terze e quarte superiori grazie alla complicità di alcune donne insegnanti che conosco da tempo. Ho scelto questa fascia d’età perché solitamente sono gli anni in cui si cristallizzano opinioni, pensieri e giudizi (quindi anche pregiudizi), muovendo da ciò che altri/e ci hanno trasmesso. Sono gli anni  in cui avviene il passaggio alla maturità adolescenziale, ma ancora abbastanza lontani dalle prese di posizioni nette o più squisitamente ideologiche e/o politiche. Ovviamente la scommessa non era stata pensata come qualcosa che potesse avere una rilevanza statistica né assomigliarci minimamente, piuttosto il tutto è stato pensato come simile ad una pseudo intervista che potesse restituirmi un piccolo fotogramma  del clima culturale presente in alcune territorialità.

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Come una filosofia di genere.

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In molti/e ci state chiedendo in questi giorni che precedono le giornate del 20 e 21 Settembre di “EDUCARE ALLE DIFFERENZE”, cosa rappresenti per noi una “filosofia di genere”, se possa davvero esisterne una, ma soprattutto in cosa consisterebbero i nostri percorsi di genere filosofici.

Proverò, quindi, a spiegare la nostra progettualità in concreto cercando di offrire al meglio la nostra visione; le motivazioni che ci hanno portato ad ideare percorsi filosofici di genere per le scuole superiori.

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Come un racconto. Sulla Filosofia della narrazione.

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«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi», scriveva Karen Blixen.

Mai frase è stata più vera, secondo me. Tutto quel che di più doloroso ha fatto parte del mio vissuto ha trovato ordine ed è stato accuratamente lenito grazie al tempo, ma soprattutto ai buoni racconti e alle buone parole poggiate lì davanti a me come fossero cose. Parole tessute per amiche o amici (persino immaginari) sin da quando ero una bambina, vengono custodite in quei racconti come un filo che tiene insieme le perle di una collana.

Quanto e quale potere assumono sul nostro immaginario, sulla nostra storia – la storia di chi siamo – certe narrazioni? E cosa rappresentano per noi?

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Una riflessione epistemologica e politica: le resistenze sul Papilloma Virus (HPV)

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Qualche settimana fa ho diffuso, su questo blog, la campagna d’informazione contraccettiva promossa da MSD Italia: LA PILLOLA SENZA PILLOLA, ricordando e sottolineando come quel che si faccia in materia di prevenzione, sensibilizzazione e consapevolezza sul tema della contraccezione in Italia, venga orientato puntualmente “al rosa”.  Nel senso che si sceglie di rivolgersi – per la stragrande maggioranza dei casi – ad un target di sole donne (più o meno giovani).

Al di là delle sfumature cromatiche (su cui bisognerebbe lavorare a mio avviso: basta rosa!), non è certo mia intenzione negare l’importanza di simili azioni; anzi. Spesso dico che servirebbero interventi più strutturati nel diffondere le campagne sulla contraccezione.  Soprattutto nelle scuole; attraverso lavori di coordinamento delle forze interessate: genitori, insegnanti, consultori pubblici, associazioni di educatori e politica istituzionale capaci di investire e mettere in piedi una serie di iniziative per ragazzi/e circa l’educazione alla sessualità e alla relazionalità. Quindi ben venga l’educazione sessuale, ma penso sia ora di cominciare a rivolgersi ad un pubblico maschile.

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Una scuola che divide et impera, non è più scuola.

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Dico spesso che sono tempi caotici. Tempi in cui non si riconosce più bene – se non di rado – il senso di certe parole. Ad esempio, che senso ha la parola “scuola”? E la parola “scelta”?

Si può scegliere quali vestiti o scarpe indossare la mattina prima di andarci a scuola, ma una volta lì fra quelle mure saprai certo di aver accesso (come tutti e tutte) alle medesime opportunità e trattamenti. Saprai di abbandonare lo sguardo e la mano di un genitore per entrare in un posto in cui tu verrai né prima, né dopo altri/e. Insomma, sarai in quel luogo dove si creano relazioni e per cui non conta più da dove vieni, che colore di pelle hai, quale altra lingua parli o quale cibo sei abituato a mangiare a casa.

Proprio su questi aspetti sociali, etnici e culturali si fonda il concetto di scuola pubblica di questo strano paese. Tutti questi aspetti (classe sociale, colore della pelle, lingua, nazionalità e cibo) costituiscono il corollario delle differenze che andrebbero valorizzate e affrontate durante la didattica, ma che durante il gioco o il pranzo conviviale insieme, dovrebbero scomparire per far posto appunto ai svariati modi di costruire lo stare insieme; indifferentemente dal resto. Lì, in quello stare insieme, il bambino apprende la socialità ed è sempre lì che si formano come futuri/e cittadini/e di un paese democratico.

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Io sputo ancora su Hegel. Di una cattiva inclinazione, un piacere.

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La necessità di questo post non è altro che una mia necessità. Non ci sarà nessun fine altro in questo post se non quello di compiacere me stessa nel vedere quali pensieri e parole nascano in me a partire dai pensieri e dalle parole di altre donne. Anche quando i pensieri e le parole delle altre non mi piacciono, accorgendomi poi di non essere affatto sola.

Anzi, questa è più un’occasione per scrivere, da qui, ciò che da tempo mi frullava in testa in modo disordinato e caotico tanto che ci sono volute le altre per mettere tutto nero su bianco. Quindi vorrete scusarmi se oggi, forse, non avrò poi così tanto da dire. Se non disordinatamente. 🙂

Leggevo “estasiata” – fino a qualche giorno fa – di donne che si autodeterminano e considerano il concetto di autodeterminazione in quanto sovraesposizione dei loro corpi nudi. Indipendentemente dal fine per cui si espone un corpo, quel corpo. Indipendentemente dal senso che si dà all’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendetemente dagli effetti che prudurrà l’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendentemente, appunto.

La riproposizione retorica della parola “Indipendentemente” non è un caso. Innanzitutto per il suo significato semantico; chi muove Indipendentemente da, è colui/lei che si identifica con un Soggetto Autonomo. Tale Soggetto richiama tutto un filone della tradizione di pensiero risalente al mito della caverna di Platone (l’homo ricurvo, vivente nell’ombra della caverna, che trovando l’uscita si erige dritto alla luce del sole) e giunto sino alla modernità con Kant dal cui pensiero e concettualizzazione del Soggetto in quanto Individuo, muoverà tutta l’ontologia individualista posta a grammatica della storia del diritto moderno. Il Diritto, infatti, rappresenta simbolicamente un qualcosa o qualcuno dalla postura diritta, eretta e corretta. Al di fuori o al di là di questa erezione esistono solo inclinazioni: cattive inclinazioni, ci ricorda lo stesso Kant. [vedi Cavarero, per un approfondimento sul tema].

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Filosofia, o dell’arte di chiudere il becco? Tutto quello che ci stiamo perdendo.

 

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«”Ma dove sono le donne? Dove sono le filosofe?” Alla fine degli anni venti, uno sconosciuto filosofo della tradizione orale si interroga pubblicamente. Jean-Baptiste Botoul resta isolato, è il solo che osa formulare in modo davvero brutale questa domanda. “Dove sono le donne, con le loro idee piene di fascino? Dove sono le donne? Le donne!” Insiste. Perché di filosofe proprio non se ne vedono».

Sì, è proprio questo che Frédéric Pagès lascia dire al suo filosofo immaginario – un uomo vissuto tra la fine dell’XIX e la prima metà del XX secolo – in un libello dall’ironia sprezzante intitolato “La filosofia o l’arte di chiudere il becco alle donne”, che sa far sorridere di gusto. Qualità che la filosofia tout court sembra proprio non aver voluto ereditare in quanto la Filosofia (quella con la effe maiuscola), è una cosa seria e perciò il ludus non ammesso. Il giocare con la parola, nemmeno. La parola è signum, segno significante, pensiero e espressione della razionalità; figurarsi il motto di spirito. Figurarsi le emozioni.
Non si ride, non si piange.
Si pensa!, e basta.

Lo sconosicuto filsofo fa notare, ironicamente, come per secoli la filosofia sia stato un esercizio della mente quanto della lingua, esclusivamente ad appannaggio maschile. Come dargli torto. Ma non sono state solo le donne le reiette della tradizione filosofica.

Scrive ancora, Pagés:

«Siamo agli sgoccioli della vita del filosofo [Socrate], condannato a morte da un tribunale popolare. Gli amici sono al suo fianco, in prigione. Giunta con il bambino tra le braccia, Santippe, sua moglie, vede quegli uomini e comprende che la fine del marito è prossima. “Si mise a gridare e ad emettere dei lamenti così come hanno l’abitudine di fare le donne”, ci racconta Platone nel Fedone. Allora Socrate rivolgendo lo sguardo a Critone, disse: “Critone, che la portino a casa”. (…) Questa scena è così ricorrente nelle descrizioni classiche che non si fa neppure caso a quanto sia crudele. Detto ciò, neanche ad Atene presso il più, macho e incallito dei greci, nessun marito in attesa di esecuzione usava respingere in tal modo la propria moglie. Staper compiersi niente meno che un assassinio.
(…) Dobbiamo aspettare Socrate per veder nascere l’idea che le lacrime, espressione dello sfogo eroico, siano indegne di un filosofo. Da allora le donne sono avvertite: vietato piangere. Argomentare, articolare, questo sì.
(…) Ma in seguito si sono visti piangere i filosofi? No».

e poi continua faceto:

«Affronterò il problema da un particolare punto di vista, quello dell’ugola. Se le donne non hanno avuto voce in capitolo, potrebbe essere un problema di organi, di corde vocali? Cerchiamo di essere materialisti. Indubbiamente, i polmoni femminili sono pieni di risorse, attrici e cantanti lo dimostrano quotidianamente. Non tanto con le corde vocali, ma con la cassa toracica. Ciò che chiamiamo “voce” non è soltanto un’emissione di decibel e frequenze oscillanti su uno schermo. È una maniera di presentarsi, di stare in scena, di offrirsi al pubblico. Ci sono volontari per prendere la parola? Salire sul palco, sulla tribuna, in cattedra o semplicemente alzare la mano e intervenire furono a lungo gesti inconcepibili per la donna di onesti costumi o la ragazza per bene. Le attrici hanno pagato cara l’audacia di esporsi allo sguardo pubblico: donne pubbliche, donne corrotte!».

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