Ricomincio dalle parole. Per quello che vale, non voglio essere salvata.

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Da alcune settimane sul web si è scatenata un’eco di commenti riguardo l’appello di SNOQ contro la pratica della Surrogacy (surrogazione di maternità), a cui oggi si aggiungerà anche il mio. Visto il vespaio di voci e critiche alzatosi sul tema, esortazioni personali sui social a prendere posizione, ritengo giusto che su questo blog (in cui ho già trattato del corpo delle donne e di pratiche mediche sui corpi delle donne) dia la mia lettura.

Dunque, per tentare di fare ordine nella mia mente, mi sento di ri-partire proprio dall’appello divenuto oggetto del “dibattito” online (in realtà si è trattato di numerosi botta e risposta, prese di distanza o di posizione) con un veloce deconstructing cominciando col sottolineare le parole usate nell’appello che si definisce – nel titolo d’apertura – “contro la pratica dell’utero in affitto” per poi esordire:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.

Ora, bisognerebbe mettersi d’accordo con se stesse quanto meno perché parlare di una pratica utilizzando prima le parole “utero in affitto” (definizione della pratica apertamente critica e dispregiativa) e subito dopo il nome tecnico  di “maternità surrogata” denota, a mio parere, una certa ambiguità che non saprei come leggere.

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Come bestie feroci.

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Mettete un articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z.
Mettete il solito connubio oppositivo, per la solita rubrica tipo: “gli adolescenti e i neuroscienziati” e la dicotomia è fatta.

Mettete che si abbracciano, in una stretta mortale, le “nuove generazioni” nome in codice per non si sa bene quali persone, di quale sesso, genere o estrazione sociale, usandole come l’alibi perfetto per smenarla su ciò che meno si conosce e si usa consapevolmente in Italia: la Rete. Quella con la Erre maiuscola.

Mettete che non ha granché importanza chi ha scritto questo articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z (non rimandiamo al link appositamente). La mia non è una battaglia personale contro quel giornalista, i giornalisti; quello scrittore, gli scrittori; quell’intellettuale, gli intellettuali. La mia è una sfida culturale. E nei riguardi di un certo uso del linguaggio, una certa narrazione implicitamente normativa e sempre piramidale; ovvero calata dall’alto. Dall’alto di chi sa, ha studiato, ha letto, ha capito e ci spiega come dovremmo usare cosa. Parlando al solito pubblico dotto.

Questa non è perciò una crociata ad personam in quanto con grande fatica, qui, cerchiamo di decostruire e ricostruire altro. In un altro modo.

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