Io sputo ancora su Hegel. Di una cattiva inclinazione, un piacere.

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La necessità di questo post non è altro che una mia necessità. Non ci sarà nessun fine altro in questo post se non quello di compiacere me stessa nel vedere quali pensieri e parole nascano in me a partire dai pensieri e dalle parole di altre donne. Anche quando i pensieri e le parole delle altre non mi piacciono, accorgendomi poi di non essere affatto sola.

Anzi, questa è più un’occasione per scrivere, da qui, ciò che da tempo mi frullava in testa in modo disordinato e caotico tanto che ci sono volute le altre per mettere tutto nero su bianco. Quindi vorrete scusarmi se oggi, forse, non avrò poi così tanto da dire. Se non disordinatamente. 🙂

Leggevo “estasiata” – fino a qualche giorno fa – di donne che si autodeterminano e considerano il concetto di autodeterminazione in quanto sovraesposizione dei loro corpi nudi. Indipendentemente dal fine per cui si espone un corpo, quel corpo. Indipendentemente dal senso che si dà all’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendetemente dagli effetti che prudurrà l’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendentemente, appunto.

La riproposizione retorica della parola “Indipendentemente” non è un caso. Innanzitutto per il suo significato semantico; chi muove Indipendentemente da, è colui/lei che si identifica con un Soggetto Autonomo. Tale Soggetto richiama tutto un filone della tradizione di pensiero risalente al mito della caverna di Platone (l’homo ricurvo, vivente nell’ombra della caverna, che trovando l’uscita si erige dritto alla luce del sole) e giunto sino alla modernità con Kant dal cui pensiero e concettualizzazione del Soggetto in quanto Individuo, muoverà tutta l’ontologia individualista posta a grammatica della storia del diritto moderno. Il Diritto, infatti, rappresenta simbolicamente un qualcosa o qualcuno dalla postura diritta, eretta e corretta. Al di fuori o al di là di questa erezione esistono solo inclinazioni: cattive inclinazioni, ci ricorda lo stesso Kant. [vedi Cavarero, per un approfondimento sul tema].

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Siamo ciò che leggiamo?

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La scorsa settimana sono stata ospite in una scuola superiore di Formia.
L’incontro con alunni/e ed insegnanti aveva come oggetto le forme dei linguaggi che ancora oggi adoperiamo nella didattica quotidianamente. Quale forme di racconto utilizziamo, dunque, per coinvolgere le giovani generazioni in classe?

Ho pensato che, per l’occasione, fosse interessante parlare di fronte ai ragazzi e alle ragazze di ciò che più mi appassiona, ovvero di narrazione filosofica. L’obiettivo era quello di provare a tracciare una linea che avesse come oggetto non solo i filosofi e le donne (filosofe), ma anche il contesto culturale. Compreso il tessuto delle relazioni all’interno del quale si stabilivano i rapporti di potere.

Scrive in proposito Adriana Cavarero nel suo libro Nonostante Platone:

«la cultura occidentale è ricca di figure nelle quali l’ordine simbolico, di cui essa è intessuta, si autorappresenta: a cominciare dal materiale mitico per poi proseguire, attraverso i più disparati documenti letterari, sino al moderno. (…) La figura ha appunto il potere di concentrare in sé, in una sorta di allusività narrante ed immediata, di incarnazione paradigmatica e viva, l’ordine simbolico che la informa e che in lei prende un nome (un nome proprio) significante. Certo questo ordine simbolico trova altri linguaggi per dirsi, ad esempio il trattato filosofico o il testo di legge per rimanere nel campo della scrittura ma l’efficacia della figura è incomparabile per la sua forza comunicativa e per il suo effetto di autoriconoscimento evocato»

Per essere più chiara: la figura del filosofo descritta nei testi non rappresenta solo un ruolo sociale, ma incarna in sé un intero ordine simbolico riconoscibile con il maschile e associato a precise qualità e facoltà umane; ad esempio, il Logos tutto ciò che è riconducibile all’attività razionale. La figura è perciò portatrice di una potenza narrativa e immaginativa (la potenza dell’imago) enorme la cui sede di riconoscimento sta proprio all’interno di una cornice sociale ben precisa, in questo caso quella patriarcale.

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Lascia che sia l’arte a dirlo

Les ballets de Trockadero de Monte Carlo

Les ballets de Trockadero de Monte Carlo

Ho scritto spesso, qui, di quanto polverosa e noiosa reputi buona parte della manualistica sulla storia della filosofia.
Ricordo – come fosse ieri – che durante la preparazione della tesi, chiesi ad una mia docente: «non c’è davvero nessuno, nessun filosofo o letterato che abbia affrontato, in Italia, il problema della narrazione della filosofia? Di come vengono scritti i manuali?». La risposta fu lapidaria, o quasi: «eh, signorina, ma questa è la tradizione».

Nulla di cui stupirsi, da un punto di vista meramente accademico; in fondo, la storia della filosofia (cioè, in soldoni, la narrazione che della filosofia si è scelto di dare sotto forma di compendio) è nata per raccogliere l’eredità del pensiero filosofico. Negli ambienti accademici – non sempre e non dappertutto – pensare quindi al “target” – cioè a chi sono destinati i manuali – viene considerata pratica futile. Insomma, è un po’ come se il fruitore (lo/a studente/essa) fosse stato volutamente rimosso, seppur ci si muova all’interno di un orizzonte utilitaristico, in nome della Tradizione. Espressione massima, quest’ultima, dell’autoreferenzialismo.
Per fortuna esempi diversi e coraggiosi di sperimentalismo, su questo front,e sono giunti da una giovane ricercatrice dell’Università di Firenze, Irene Biemmi. I suoi lavori coinvolgono i libri delle scuole elementari e parte della narrativa infantile ed indagano la rappresentazione dei generi e gli stereotipi utilizzati per rivolgersi alle bambine piuttosto che ai bambini. Donna coraggiosa, Irene; c’è bisogno di osare e di sperimentare, soprattutto a partire dagli studi di generi.

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