Si può fare #5

scuola
Sul sito di S.CO.S.S.E. continuano a essere pubblicati i documenti e il calendario appuntamenti per proseguire il lavoro inizato con l’incontro di Educare alle differenze, il 20 e 21 settembre scorsi.
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“Querelle” di che?

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Ricorderete senz’altro, scavando nella memoria scolastica, di una Querelle des Anciens et des Modernes. E’ riportata ovunque, nei manuali di storia della letteratura, e in quelli di filosofia.

Tanto che la parola querelle definisce quella, per antonomasia. Peccato però che non fosse la prima.

La storia europea è ricca di testimonianze di quanto diversamente possano venir recepiti e interpretati i due sessi, le loro peculiarità e i loro rapporti. Nella querelle des sexes si discusse per secoli, spesso in forma di lamento e di accusa (querelle), su cosa e come siano, debbano e possano essere le donne e gli uomini. Le prese di posizione su questo argomento si moltiplicarono nel primo Rinascimento, soprattutto in Italia, in Francia, in Spagna e ben presto anche negli altri paesi europei. Alla loro diffusione contribuì la crescente importanza della parola scritta e della forma scritta acquisita dalle lingue volgari europee, nonchè la stampa, la riproduzione di immagini e gli innumerevoli fogli volanti. Alla querelle parteciparono sia scrittori che scrittrici: gli autori scrissero sia opere ostili alle donne (invettive contro le donne, disprezzo delle donne, misoginia) sia opere a favore delle donne (difesa delle donne, lode delle donne, filoginia); i testi conservati scritti da donne sono per lo più a loro favore o contro le donne dipendeva di volta in volta dal contesto.
Fra le voci della querelle che sono giunte fino a noi, quelle femminili sono in minoranza, ma costituiscono una notevole percentuale di tutti gli scritti di donne di quell’epoca. La disputa ebbe origine nel Medioevo, si sviluppò nel Rinascimento, sotto l’influsso dell’Umanesimo e della riforma religiosa, e proseguì fino all’Illuminismo. (Gisela Bock)

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S’i’ fosse uomo, S’i’ fosse donna… nessuna differenza?

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Qualche mese fa, per l’esattezza ad Aprile 2014, mi è stato chiesto di scrivere un pezzo per una famosa rivista femminista quale è  DWF; argomento: le parole del femminismo e le nuove generazioni di adolescenti. Decisi di accettare questa sfida e di provare ad offrire un quadro parziale di ciò cui mi veniva richiesto; provare a narrare il rapporto che esiste oggi fra il mondo del linguaggio giovanile e la costellazione di parole assimilabili ai femminismi dei decenni passati. La scommessa era provare a capire quanto del vocabolario femminista è giunto sino a noi, ma soprattutto ai/alle ragazzi/e.

Così ho tentato di interpretare questa sfida scegliendo fra alcune parole a mio avviso importantissime: desiderio e relazione, richiamando la mia esperienza personale sui banchi di scuola.
Ma non sarà di questo che vi parlerò, qui, oggi.

Vi parlerò di cosa ho costruito attorno a queste parole.

Per comprendere, in parte, la conoscenza e le trasformazioni dei sensi attribuiti a certe parole da parte di ragazzi/e mi è balenata in mente l’idea di creare un questionario da sottoporre loro – in forma anonima –  e da svolgere  nelle terze e quarte superiori grazie alla complicità di alcune donne insegnanti che conosco da tempo. Ho scelto questa fascia d’età perché solitamente sono gli anni in cui si cristallizzano opinioni, pensieri e giudizi (quindi anche pregiudizi), muovendo da ciò che altri/e ci hanno trasmesso. Sono gli anni  in cui avviene il passaggio alla maturità adolescenziale, ma ancora abbastanza lontani dalle prese di posizioni nette o più squisitamente ideologiche e/o politiche. Ovviamente la scommessa non era stata pensata come qualcosa che potesse avere una rilevanza statistica né assomigliarci minimamente, piuttosto il tutto è stato pensato come simile ad una pseudo intervista che potesse restituirmi un piccolo fotogramma  del clima culturale presente in alcune territorialità.

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A che serve fare qualcosa

 

Da 'Totò a colori' - "La scienza va premiata"

Da ‘Totò a colori’ – “La scienza va premiata”

Ancora in molti ci chiedono perché avviare progetti sulle questioni di genere nelle scuole. Si potrebbe rispondere in tanti modi, uno dei quali è: perché non vogliamo che tanti ragazzi e ragazze crescano nella totale ignoranza dei problemi che li riguardano, e che li riguarderanno quando dalla scuola saranno usciti.

Come facciamo a sapere che questi problemi, inevitabilmente, li riguarderanno? Ecco qui un esempio. Quello che segue è uno dei messaggi che riceviamo da (purtroppo) anonimi commentatori – almeno questo si esprime civilmente.

Purtroppo non posso condividere il vostro punto di vista. Trasudate parzialità già dalla presentazione, Ad esempio, uno su tutti. La scuola italiana sarebbe maschilista? Avete mai guardato una statistica su quanti uomini insegnano nella scuola italiana?

Il femminismo degli ultimi tempi sta portando avanti ideologie umilianti, separatiste, aggressive. Non verrà nulla di buono da questo femminismo volgare. E siamo solo all’inizio.

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Come una filosofia di genere.

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In molti/e ci state chiedendo in questi giorni che precedono le giornate del 20 e 21 Settembre di “EDUCARE ALLE DIFFERENZE”, cosa rappresenti per noi una “filosofia di genere”, se possa davvero esisterne una, ma soprattutto in cosa consisterebbero i nostri percorsi di genere filosofici.

Proverò, quindi, a spiegare la nostra progettualità in concreto cercando di offrire al meglio la nostra visione; le motivazioni che ci hanno portato ad ideare percorsi filosofici di genere per le scuole superiori.

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Sessantacinque anni fa.

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Era l’autunno del ’49, e alla Sorbona un filosofo francese parlava così ai suoi studenti.

Non accorgendosi del suo atteggiamento sdoppiato, rifiutando persino di riconoscere in se stesso l’immagine dei “genitori cattivi”, il bambino “rigido” tenderebbe a proiettare fuori di sé quella sua parte che rifiuta. Egli proietterebbe all’esterno l’aggressività che egli respinge attraverso un processo di esternalizzazione molto evidente in alcuni casi.
Nelle leggende che circolano non soltanto negli Stati Uniti, ma anche nell’Africa francese e in molti altri luoghi sulla sessualità dei negri, si esprime in buona parte, secondo gli osservatori più attendibili, un meccanismo di questo genere; cioè i soggetti proiettano sul negro, considerato come il rappresentante di una sensualità naturale, più violenta e più forte, qualche parte di sé che essi rifiutano.
Lo stesso meccanismo entra in funzione nei riguardi degli ebrei: la costruzione del personaggio dell’ebreo viene attuata spesso attraverso una bipartizione di questo genere. L’antisemita proietta sull’ebreo, come altri sul negro, e ciò vale anche per altre minoranze, una parte di sé stesso che egli rifiuta e di cui si vergogna; questa minoranza appare tanto più detestabile in quanto incarna i comportamenti di cui il soggetto porta in se stesso i germi, che non vuole riconoscere per suoi.
E’ un meccanismo analogo a quello che Simone De Beauvoir ha analizzato nel fenomeno della “lotta dei sessi”. Il fatto si constata all’età di 10 anni nelle classi scolastiche dove i ragazzi e le ragazze vengono educati insieme. Se si interrogano i ragazzi e le ragazze sulle ragioni di questa dicotomizzazione (perché di questo si tratta), si è indotti a ammettere qualcosa di questo genere: ognuno attribuisce all’altro le caratteristiche della sua umanità che rifiuta.

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Una storia di donne, Le Preziose.

Francoise de Sévigné

Francoise de Sévigné

Una manualistica molto spesso poco attenta al come porge gli argomenti ha abituato da molti anni a pensare i periodi storici come separati da abissi invalicabili. La realtà dei fatti invece è che quegli abissi, molto spesso, sono solo comode semplificazioni da parte dei divulgatori, o di chi compila e aggiorna manuali scolastici in maniera troppo poco critica.

Attualmente fuori catalogo (l’ultima edizione è del 2001), La civiltà della conversazione di Benedetta Craveri racconta, su un periodo storico del quale sono diffusi parecchi luoghi comuni, tre cose molto interessanti con un linguaggio intrigante e con assoluto rigore documentale:
– che la divisione tra due periodi storici netti e differenti, la separazione tra Seicento e Settecento, andrebbe seriamente criticata per vedere se e quanto corrisponde ai fatti;
– che anche a distanza di secoli, è possibile identificare quel momento nel quale alcune particolari circostanze storiche – la Restaurazione in Francia, la condizione della nobiltà francese eliminata dalla politica di corte e dal potere della Chiesa, l’esigenza di definire un mondo culturale del tutto inesplorato da parte di molte persone – permettono la nascita in senso moderno di un pubblico, di una “pubblica opinione”;
– che sia stato un movimento creato, pensato e portato avanti da donne a rendere possibile, insieme ad altre condizioni, l’Illuminismo così come lo conosciamo e apprezziamo.

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Una riflessione epistemologica e politica: le resistenze sul Papilloma Virus (HPV)

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Qualche settimana fa ho diffuso, su questo blog, la campagna d’informazione contraccettiva promossa da MSD Italia: LA PILLOLA SENZA PILLOLA, ricordando e sottolineando come quel che si faccia in materia di prevenzione, sensibilizzazione e consapevolezza sul tema della contraccezione in Italia, venga orientato puntualmente “al rosa”.  Nel senso che si sceglie di rivolgersi – per la stragrande maggioranza dei casi – ad un target di sole donne (più o meno giovani).

Al di là delle sfumature cromatiche (su cui bisognerebbe lavorare a mio avviso: basta rosa!), non è certo mia intenzione negare l’importanza di simili azioni; anzi. Spesso dico che servirebbero interventi più strutturati nel diffondere le campagne sulla contraccezione.  Soprattutto nelle scuole; attraverso lavori di coordinamento delle forze interessate: genitori, insegnanti, consultori pubblici, associazioni di educatori e politica istituzionale capaci di investire e mettere in piedi una serie di iniziative per ragazzi/e circa l’educazione alla sessualità e alla relazionalità. Quindi ben venga l’educazione sessuale, ma penso sia ora di cominciare a rivolgersi ad un pubblico maschile.

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La storia di Elisabetta e Renato

xelisabettaC’era una volta una principessa molto sfortunata. Suo padre era il re di Boemia, ma perse una guerra e fu costretto ad abbandonare il suo regno, vivendo altrove e facendo crescere i suoi figli lontano dalla famiglia e dalla patria natale. Quando Elisabetta – si chiamava così – crebbe, la sua famiglia ancora esule le propose un matrimonio vantaggioso, ma ella rifiutò. Sempre più sconsolata, ma molto talentuosa negli studi classici e filosofici, rivolse i suoi interrogativi angosciosi a quello che allora era un noto studioso ed erudito: Renato Cartesio. Continua a leggere

Una scuola che divide et impera, non è più scuola.

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Dico spesso che sono tempi caotici. Tempi in cui non si riconosce più bene – se non di rado – il senso di certe parole. Ad esempio, che senso ha la parola “scuola”? E la parola “scelta”?

Si può scegliere quali vestiti o scarpe indossare la mattina prima di andarci a scuola, ma una volta lì fra quelle mure saprai certo di aver accesso (come tutti e tutte) alle medesime opportunità e trattamenti. Saprai di abbandonare lo sguardo e la mano di un genitore per entrare in un posto in cui tu verrai né prima, né dopo altri/e. Insomma, sarai in quel luogo dove si creano relazioni e per cui non conta più da dove vieni, che colore di pelle hai, quale altra lingua parli o quale cibo sei abituato a mangiare a casa.

Proprio su questi aspetti sociali, etnici e culturali si fonda il concetto di scuola pubblica di questo strano paese. Tutti questi aspetti (classe sociale, colore della pelle, lingua, nazionalità e cibo) costituiscono il corollario delle differenze che andrebbero valorizzate e affrontate durante la didattica, ma che durante il gioco o il pranzo conviviale insieme, dovrebbero scomparire per far posto appunto ai svariati modi di costruire lo stare insieme; indifferentemente dal resto. Lì, in quello stare insieme, il bambino apprende la socialità ed è sempre lì che si formano come futuri/e cittadini/e di un paese democratico.

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