Primavera Queer (Si può fare #4)

Spero di sbagliarmi, ma a memoria non ricordo eventi finanziati da una università italiana che durassero più giorni e che fossero centrati sul pensiero queer o che avessero anche solo “queer” nel nome. All’università di Chieti lo hanno fatto.

Un gruppo autonomo di studenti e studentesse (alcun* dei quali già attivisti nei collettivi Laboratorio Le Antigoni e La Mala Educacion) ha promosso a Chieti la Primavera Queer come momento di autoformazione, incontro e discussione intorno alla teoria queer.

queer

Ho avuto il piacere di essere accolto e ospitato da ottime e simpatiche persone, che hanno anche animato il mio intervento con domande e osservazioni per me molto interessanti. Pubblicheranno tutti i materiali audio e video dell’iniziativa: un ulteriore grande merito che va ascritto a questo “gruppo autonomo”.

Cliccate sul nome o sul banner e andate a vedere che programma e che organizzazione. Visto? Parlare di questioni di genere si può fare anche all’università, se si vuole. Ed è facile avere per una settimana ospiti che ne vengono a parlare, perché c’è un grande desiderio di discutere, di ascoltare e di domandare riguardo tutto questo universo di concetti, di storie e di esperienze.

Lorenzo Gasparrini

P.S. Siccome credo, da buon estetologo, che tutte le esperienze significative siano sinestesiche (=si fanno con tutti i sensi), vi consiglio, se siete o passate da Pescara, questo locale: Profumo di Sole. Fanno delle cose che dire buone è molto riduttivo – il loro catering ha aggiunto qualcosa di speciale alla Primavera Queer. Grazie anche a loro.

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Filosofia, o dell’arte di chiudere il becco? Tutto quello che ci stiamo perdendo.

 

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«”Ma dove sono le donne? Dove sono le filosofe?” Alla fine degli anni venti, uno sconosciuto filosofo della tradizione orale si interroga pubblicamente. Jean-Baptiste Botoul resta isolato, è il solo che osa formulare in modo davvero brutale questa domanda. “Dove sono le donne, con le loro idee piene di fascino? Dove sono le donne? Le donne!” Insiste. Perché di filosofe proprio non se ne vedono».

Sì, è proprio questo che Frédéric Pagès lascia dire al suo filosofo immaginario – un uomo vissuto tra la fine dell’XIX e la prima metà del XX secolo – in un libello dall’ironia sprezzante intitolato “La filosofia o l’arte di chiudere il becco alle donne”, che sa far sorridere di gusto. Qualità che la filosofia tout court sembra proprio non aver voluto ereditare in quanto la Filosofia (quella con la effe maiuscola), è una cosa seria e perciò il ludus non ammesso. Il giocare con la parola, nemmeno. La parola è signum, segno significante, pensiero e espressione della razionalità; figurarsi il motto di spirito. Figurarsi le emozioni.
Non si ride, non si piange.
Si pensa!, e basta.

Lo sconosicuto filsofo fa notare, ironicamente, come per secoli la filosofia sia stato un esercizio della mente quanto della lingua, esclusivamente ad appannaggio maschile. Come dargli torto. Ma non sono state solo le donne le reiette della tradizione filosofica.

Scrive ancora, Pagés:

«Siamo agli sgoccioli della vita del filosofo [Socrate], condannato a morte da un tribunale popolare. Gli amici sono al suo fianco, in prigione. Giunta con il bambino tra le braccia, Santippe, sua moglie, vede quegli uomini e comprende che la fine del marito è prossima. “Si mise a gridare e ad emettere dei lamenti così come hanno l’abitudine di fare le donne”, ci racconta Platone nel Fedone. Allora Socrate rivolgendo lo sguardo a Critone, disse: “Critone, che la portino a casa”. (…) Questa scena è così ricorrente nelle descrizioni classiche che non si fa neppure caso a quanto sia crudele. Detto ciò, neanche ad Atene presso il più, macho e incallito dei greci, nessun marito in attesa di esecuzione usava respingere in tal modo la propria moglie. Staper compiersi niente meno che un assassinio.
(…) Dobbiamo aspettare Socrate per veder nascere l’idea che le lacrime, espressione dello sfogo eroico, siano indegne di un filosofo. Da allora le donne sono avvertite: vietato piangere. Argomentare, articolare, questo sì.
(…) Ma in seguito si sono visti piangere i filosofi? No».

e poi continua faceto:

«Affronterò il problema da un particolare punto di vista, quello dell’ugola. Se le donne non hanno avuto voce in capitolo, potrebbe essere un problema di organi, di corde vocali? Cerchiamo di essere materialisti. Indubbiamente, i polmoni femminili sono pieni di risorse, attrici e cantanti lo dimostrano quotidianamente. Non tanto con le corde vocali, ma con la cassa toracica. Ciò che chiamiamo “voce” non è soltanto un’emissione di decibel e frequenze oscillanti su uno schermo. È una maniera di presentarsi, di stare in scena, di offrirsi al pubblico. Ci sono volontari per prendere la parola? Salire sul palco, sulla tribuna, in cattedra o semplicemente alzare la mano e intervenire furono a lungo gesti inconcepibili per la donna di onesti costumi o la ragazza per bene. Le attrici hanno pagato cara l’audacia di esporsi allo sguardo pubblico: donne pubbliche, donne corrotte!».

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