Ricomincio dalle parole. Per quello che vale, non voglio essere salvata.

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Da alcune settimane sul web si è scatenata un’eco di commenti riguardo l’appello di SNOQ contro la pratica della Surrogacy (surrogazione di maternità), a cui oggi si aggiungerà anche il mio. Visto il vespaio di voci e critiche alzatosi sul tema, esortazioni personali sui social a prendere posizione, ritengo giusto che su questo blog (in cui ho già trattato del corpo delle donne e di pratiche mediche sui corpi delle donne) dia la mia lettura.

Dunque, per tentare di fare ordine nella mia mente, mi sento di ri-partire proprio dall’appello divenuto oggetto del “dibattito” online (in realtà si è trattato di numerosi botta e risposta, prese di distanza o di posizione) con un veloce deconstructing cominciando col sottolineare le parole usate nell’appello che si definisce – nel titolo d’apertura – “contro la pratica dell’utero in affitto” per poi esordire:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.

Ora, bisognerebbe mettersi d’accordo con se stesse quanto meno perché parlare di una pratica utilizzando prima le parole “utero in affitto” (definizione della pratica apertamente critica e dispregiativa) e subito dopo il nome tecnico  di “maternità surrogata” denota, a mio parere, una certa ambiguità che non saprei come leggere.

Qual’è la differenza del nominare la gestazione per altri  (GPA) con il termine utero in affitto piuttosto che surrogacy? Possiamo utilizzare i due termini come sinonimi?

Io ripartirei da qui, perché le parole che usiamo significano il mondo e le nostre pratiche.

Questa prima frase, inoltre, porta dentro con sé tutto un significato morale insito nelle motivazioni dell’appello medesimo; per le donne di snoq e per le firmatarie questa pratica è moralmente normata e non fa parte delle libere scelte. Non è amore, non è libertà.
Senza se e senza ma. Ovvero, senza distinguo alcuno.

Quindi la maternità surrogata non è maternità? E non è libertà perché non prevede autodeterminazione?

In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando.

Qui si ricorda correttamente che in Italia la pratica di GPA non è legale, ma in altri paesi sì. In questi paesi, tale pratica è stata regolata da leggi dello Stato per permetterne l’accesso a coppie sia eterosessuali infertili che omosessuali.

Qui si svela il fine dell’appello: l’altrove è qui. Molto semplice. Alcune persone italiane potrebbero accedere a questa pratica pagandosi un viaggio e diventando automaticamente “committenti” in cerca di una donna “portatrice” di un figlio per loro. Per questo si chiede di firmare l’appello? Per limitare l’accesso a questa pratica legale altrove per le/i possibili “committenti” italiani?

Questo è un atto legittimo? Che sta alla dialettica della libertà?
E di chi? Non mi è chiaro.

Ma c’è un punto centrale in questo passaggio che rappresenta un posizionamento etico oltre che morale ed una intrinseca scorrettezza: “solo perché la tecnica lo rende possibile” – ovvero, solo perché la scienza progredisce – non è detto che dobbiamo accettare le possibilità che essa ci apre poiché tali possibilità vengono qui inserite dentro la definizione di “presunti diritti individuali” e di “ritorno per le donne ad oggetto a disposizione”. Innanzitutto, potrebbe risultare scorretto mettere in relazione tecniche e diritti in questo preciso ordine. La scienza e le ricerca di nuove tecniche per la fertilità non vengono finanziate per allargare la base del diritto, appunto, ma delle possibilità umane a poter compiere cose che senza il progresso scientifico non avremo potuto pensare di compiere. Ed è per questo che sono nate le commissioni bioetiche, come luoghi di riflessione specifica, composte da personale specializzato. Per riflettere su come e per chi mettere a disposizione specifiche tecniche.

E’ semmai il diritto che, per non lasciare un vuoto giuridico, dovrebbe occuparsi di includere nel suo campo d’azione le possibilità che la scienza va allargando, e di interessarsi del dibattito bioetico. Indi per cui, non sono direttamente le tecniche a rendere “oggetto” il corpo delle donne, ma la regolamentazione che di certe pratiche si fa o si dovrebbe fare.

Ecco, la distinzione fra tecniche e pratiche l’avrei data per assodata in certi ambienti del femminismo, ma nell’appello mi pare venga un po’ confusa.
Anche qui, non saprei come leggere questa ambiguità.

Ed è proprio a partire da simili ambiguità, a mio avviso, che si dovrebbe aprire il luogo per un dibattito dover far confluire pensieri e parole, discutendone insieme; magari non tralasciando le esperienza di chi attraverso la GPA ha avuto un figlio. Senza dimenticarci l’importanza che nel dibattito assumerebbe la regolamentazione di simili pratiche, proprio perché esistono. Invece, si preferisce lo strumento dell’appello scegliendo la forma del divieto assoluto.

Ma andiamo avanti.

Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.

La maternità, è maternità perché incontra la libertà di scelta. Questa libertà di scelta mantiene però un profilo dicotomico: posso scegliere se diventare madre o no. Il come potrei diventare madre non viene menzionato.

Quindi viene ignorato volutamente un principio di realtà per cui oggi non si può soltanto scegliere se diventare madre o meno, ma anche quando e come ed ancora provare a diventare madre, esistendo diverse pratiche di procreazione medicalmente assistita (regolate dalla legge 40/2004; per un approfondimento a riguardo cfr. il cap. 5 di  C. Botti, Prospettive femministe) come FIVET, PMA e GPA appunto? E se sì, a quale scopo?

“Il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria”; questo è il momento dell’articolo che trovo cruciale quanto paternalistico, perché mi pare rappresenti una restaurazione di quella morale esclusivista che giudica il rapporto madre-bambino qualcosa di “straordinario”, cioè unico ed insostituibile.

Conosco donne in grado di testimoniare l’esatto contrario per decine di ragioni legate al proprio vissuto, ma qui si situa per me tutto il portato ridicolo dell’appello: come si faccia a svincolare la maternità dall’esperienza personale e sociale relegandola nella metafisica, cioè ad un concetto di essa.

A proposito di dialettiche patriarcali. Mi verrebbe da dire.

E non era proprio questa la radice del pensiero patriarcale da cui ci si volle liberare negli anni ’70?, quella per cui si rivendicavano autordeterminazione, libera scelta e parità nei posti di lavoro per le donne o nelle mansioni domestiche?

Il tema che viene rilanciato è quello genealogico: i bambini non sono merci, ne doni e dovrebbero stare all’interno di una genealogia biologica riconoscendo il ruolo di chi li ha portati in grembo e alla luce.

Perciò genericamente il processo di surrogacy sarebbe automaticamente privo di questo momento? e cosa lo stabilisce?, la biologia?

Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo.

CI APPELLIAMO ALL’EUROPA

Nessun essere umano può essere ridotto a mezzo. Noi guardiamo al mondo e all’umanità ispirandoci a questo principio fondativo della civiltà europea.
Facciamo appello alle istituzioni europee – Parlamento, Commissione e Consiglio – affinchè la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale.

Favorevoli al riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, ma non a tutti i costi. Il desiderio di un figlio non può essere un diritto.

Ci tengo a ricordare che questa posizione è la stessa che hanno assunto ed assumono molte delle persone che fanno parte dei movimenti PROLIFE, a nei confronti di eterosessuali oltre che omosessuali.

Le parole dell’appello di snoq mi hanno infatti riportato alla mente le parole di Assuntina Morresi (oggi consulente della Ministra Lorenzin su temi di bioetica) una delle più audaci sostenitrici della “famiglia tradizionale” che ha dichiarato in più di un’occasione pubblica, usando esattamente con le stesse parole usate dalle donne di snoq, le medesime posizioni: i figli non sono un diritto, ne per diritto devono essere messi al mondo a partire dalle tecniche sviluppate dalla scienza poiché il rapporto madre-bambino è un rapporto insostituibile che si compie sin dal concepimento. Queste tesi sono a pieno sostegno di una sorta di primato della biologia su tutti gli altri aspetti che concernono l’esperienza e la concettualizzazione della maternità.

A me vengono i brividi.

In un articolo di Lettera 43 del 5 maggio 2014, l’autore dell’articolo ci ricorda chi è Assuntina Morresi, ovvero l’assistente della Ministra Lorenzin, citando fra molte anche questa sua dichiarazione pubblica:

«Nel nostro Paese si affaccia purtroppo una società in cui persino il legame più profondo che gli esseri umani conoscono, quello fra una madre e suo figlio, viene frammentato, sminuzzato nelle sue componenti ‘genetiche’, ‘gestazionali’ e ‘sociali’, e niente lo potrà sostituire nella sua pienezza». (10 aprile 2014).

[fonte  http://www.lettera43.it/politica/assuntina-morresi-chi-e-la-consulente-di-lorenzin_43675128591.htm]

Se bastasse o fosse di alcuno aiuto appellarsi all’Europa o ad un’altra qualsiasi altra istituzione per far sì che certe cattive pratiche cessino di esistere o di costringere le donne alla maternità coatta piuttosto che alla prostituzione, ciò avrebbe un senso. Perciò da dove viene la certezza del fatto che vietando globalmente la maternità surrogata, questa pratica cessi di essere attuata e/o imposta a tutte le donne?

Quello che mi interessa di più è capire quanto sia matura la scelta del posizionamento che tramite il mezzo – l’appello- si è assunta per tentare di aprire un dibattito democratico. Lanciare un appello “contro” non favorisce altro che la radicalizzazione delle posizioni e lo scontro, non mettendo sul piatto – ad esempio – i contenuti etici della questione e continuando a rafforzare, invece, le posizioni di altri soggetti politici come i prolife ad esempio.

Mi domando e vi chiedo: è questa la maturità politica delle donne che hanno lottato negli anni ’70 e che guardano alle altre donne?, e visto il riferimento alla genealogia, qual’è la presa di responsabilità nei confronti delle donne di altre generazioni e di quelle che verranno?

Non scrivo questo in chiave polemica, ne con intenti provocatori.
Non ho niente contro SNOQ. Non mi piace come soggetto politico e basta.
Ma vorrei capire con chi dovrei interloquire sui questi temi.

Da quanto ho letto in questi ultimi giorni, mi sembra ormai chiara la distanza generazionale su tali questioni. Il tema delle scelte che riguardano la carne ed il corpo delle donne si sta radicalizzato all’interno di un mondo in repentino cambiamento, e così le posizioni in merito: aborto, prostituzione, surrogacy; tutti temi in cui entrano in ballo clandestinità, mercificazione, pagamento, baratto sui corpi, con i corpi di donne (e non solo) stanno portando donne di differenti generazioni a ri-negoziare tre importanti concetti quali: autodeterminazione, libera scelta (sul proprio corpo) ed indipendenza economica.

Ad oggi, leggo donne occupanti posizioni sociali autorevoli, nelle università, nei partiti, nelle associazioni femminili, pensionate, lavoratrici a tempo indeterminato, professioniste autonome di classi sociali spesso agiate ad assumere posizioni nette e proibitive. Per altre donne – ed altri corpi – di tutt’altre condizioni sociali ed economiche; precarie, precarie-disoccupate, semi-occupate, casalinghe disoccupate senza reddito, in un mondo dove le dialettiche si sono frammentate ed il patto intergenerazionale saltato.

Queste donne over 65 hanno pensato il loro corpo in tempi e luoghi (sociali e politici) completamente differenti e lontani per esempio dai miei. Ed oggi, in virtù di ieri e di ciò che sono stati i loro corpi in quegli spazi (sociali e politici) e in quei luoghi, di ciò per cui con quei corpi hanno lottato, vogliono avere l’ultima parola. O almeno così pare.

Ma i corpi in questione non sono più i loro corpi. I corpi di cui parlano queste donne e su cui agitano giudizi, sono i corpi di altre donne. Donne che, a differenza loro, sono ancora fertili ma non sempre fertili – una coppia su cinque circa ha problemi di infertilità, in Italia. Bisognerebbe affrontare tale dibattito con questa consapevolezza e con l’umiltà che dovrebbe portarsi dietro, oltre a ricordarci di includervi anche e soprattutto le coppie omosessuali le cui esperienze e i cui corpi ci parlano d’altro.

Mi pare chiaro che guardando ai dati, è proprio l’assunto di base dell’appello per cui oggi una donna sceglie o no di divenire madre, a venir meno. L’istat nel 2014 ha rilevato che sono 502.596 bambini gli iscritti in anagrafe per nascita, quasi 12mila in meno rispetto al 2013, e 74mila in meno sul 2008. La diminuzione delle nascite è dovuta soprattutto alle coppie di genitori entrambi italiani: 398.540, quasi 82mila in meno negli ultimi sei anni. Per motivazioni delle più disparate, fra cui in primis il crescente tasso di infertilità fra le coppie eterosessuali. Una coppia su cinque ha difficoltà a procreare fisiologicamente. Vent’anni fa la percentuale era circa la metà e le percentuali sull’infertilità si attestano al 40% su base femminile e maschile, con un restante 20% di infertilità mista.

Da dove vogliamo partire, dunque, per un dibattito costruttivo?

Gradirei di non essere salvata per quello che vale. Gradirei ricucire un terreno in cui si possa riallacciare quel patto intergenerazionale fra donne, per le donne che verranno; senza misconoscimenti reciproci.

Fiammetta.

Alcuni Link utili:

L’articolo di Chiara Lalli: http://www.internazionale.it/opinione/chiara-lalli/2015/12/04/femministe-maternita-surrogata

La divisione fra SNOQ e SNOQ FACTORY: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/12/09/news/cosa-resta-di-se-non-ora-quando-e-perche-le-femministe-si-sono-divise-1.242733

L’articolo di Celeste Costantino: http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/maternita-surrogata-e-don_b_8736782.html

Il post di ingenerehttp://www.ingenere.it/articoli/maternita-surrogata-prima-ce-infertilita-della-crisi

Il post della blogger Lola: http://ritentasaraipiufortunato.blogspot.it/2015/12/pensieri-sparsi-su-surrogacy-moratorie.html

La posizione di Luisa Muraro: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/MERCATO-.aspx

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6 thoughts on “Ricomincio dalle parole. Per quello che vale, non voglio essere salvata.

  1. Pingback: obsoleta | laboratorio donnae

  2. “Il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria”; questo è il momento dell’articolo che trovo cruciale quanto paternalistico, perché mi pare rappresenti una restaurazione di quella morale esclusivista che giudica il rapporto madre-bambino qualcosa di “straordinario”, cioè unico ed insostituibile.

    Io credo si faccia confusione tra il dato biologico – che è certo e inconfutabile: solo una donna può rimanere incinta – e la genitorialità, cioè ciò che tu descrivi come il rapporto genitore-bambino già nato.
    Il percorso di vita che solo una donna e un bambino possono vivere insieme è la gravidanza: quei nove mesi nei quali da un grumo di cellule si forma pian piano un essere umano in grado, alla fine, di respirare da solo.
    Si può diventare genitori in tanti modi, ma si può “fare” un bambino in un modo solo, e cioè per mezzo del corpo di una donna, colei che lo partorisce.
    Perché questo dato biologico è importante?
    Perché questa differenza sessuale fra maschio e femmina ha avuto un peso straordinario nella storia dell’umanità, contribuendo a relegale la donna al ruolo di essere inferiore sottomesso al dominio maschile.
    Non devo raccontare proprio a te in che modo il patriarcato ha deumanizzato la donna descrivendola e trattandola come un mero contenitore da riempire di sperma affinché custodisse i figli del padre per nove mesi, e in che modo l’essere madre o non madre ha determinato il destino delle donne, persino il diritto a vivere o morire, che per certi versi determina ancora: penso alla morte crudele di Savita Halappanavar in Irlanda, o al caso di Marlise Munoz negli Stati Uniti, la donna tenuta in vita nonostante la morte cerebrale perché fungesse da incubatrice di carne e sangue per il feto che portava in grembo.
    Il dato biologico è importante perché ha determinato e determina il ruolo della donna in una società patriarcale.
    Alla luce di questo inconfutabile dato storico, e alla luce del fatto che indubbiamente il patriarcato è vivo e vegeto, io comprendo lo sconforto delle donne che guardano alla surrogacy come ad una sconfitta: decidere autonomamente di farsi contenitore del figlio altrui, ora che ci siamo liberate dell’onere di dare dei figli al padre – almeno sulla carta e anche lì piuttosto di recente, visto che la riforma del diritto di famiglia che conferisce anche alla madre lo status di genitore è del ’75 – appare come un enorme passo indietro.
    Io non sono una over 65, ma lo capisco, quello sconforto.
    Aver tanto lottato per la libertà di scelta, di modo che le donne potessero scegliere di emanciparsi dal controllo altrui sul proprio corpo, e scoprire che quella libertà viene utilizzata per rivendicare il diritto di stipulare un contratto che regoli in che termini il corpo della donna possa essere utilizzato come contenitore di figli.
    Comprendo, parimenti, che le vecchie abitudini sono dure a morire. Ci sembra un passo avanti non dover avere un marito per sopravvivere, ma poter fare quello che facevamo per lui in cambio di una somma di denaro, con la quale vivere libere dal servaggio della dipendenza economica a vita.
    Lo capisco benissimo.
    Come riconosco le similitudini fra la retorica del “dono” utilizzata per mascherare il contratto economico, che è la stessa retorica che da sempre chiama le madri al sacrificio per il bene altrui.
    La surrogacy è un tipo di lavoro non paragonabile a nessun altro lavoro che un essere umano possa fare, per quanto sfruttato, e non per ragioni di tipo biologico, bensì perché da sempre la maternità è uno dei nodi cruciali attrono al quale si svolge l’oppressione della donna.
    Il problema è la storia della donna, non la sua biologia.
    E mi piacerebbe sentir parlare di questa storia, ogni tanto, quando si parla di questi temi, altrimenti è difficile comprendere perché tante donne scuotono la testa e dicono no.

    • Però vorrei fosse chiaro che non ho negato, ne negò l’evidenza fisiologia, ovvero che a portare in grembo un nascituro è solo e soltanto una donna. Ed il potere che da questo ne consegue. Almeno fino a quando la scienza non aprirà una possibilità pure per il corpo maschile o altri corpi.

      Ho imparato però, proprio in virtù del mio ragionare in bioetica, che per mettere al mondo un essere umano è necessaria la disponibilità di una donna; o meglio, che una donna sia disponibile a mettere in gioco il proprio corpo. Del termine “disponibilità” bisognerebbe discuterne i confini.

      • Il potere? Quale potere? Esercitato su chi? Quando? Che genere di potenza la maternità ha conferito alla donna? Se questo fosse vero, non credi che il percorso della donna sarebbe stato diverso?

  3. Il potere di generare, Ricciocorno. Quello che da secoli possiede solo la donna; non è infatti di questo che parliamo con riferimento al patriarcato?, di modalità culturali, sociali, linguistiche, artistiche e tecniche con cui per secoli forme di potere maschili hanno tentato di replicare quel potere, se non di sostituirlo? attribuendogli funzionalità generative “assolute” e sostituendo alla capacità generativa femminile un’altra presunta maschile?

    Ma facciamo un piccolo passo indietro, tu commenti; “Aver tanto lottato per la libertà di scelta, di modo che le donne potessero scegliere di emanciparsi dal controllo altrui sul proprio corpo, e scoprire che quella libertà viene utilizzata per rivendicare il diritto di stipulare un contratto che regoli in che termini il corpo della donna possa essere utilizzato come contenitore di figli”. Innanzitutto la GPA non ha necessariamente natura commerciale, ma anche oblativa.

    Ma qual’è l’attribuzione che possiamo dare al termine “emancipazione”?, in un mondo dove la tecnica sta avanzando?

    Forse, temo e credo, uno dei punti critici è rappresentato proprio dalle pratiche mediche. Perché rientrano all’interno di una concezione occidentale (in realtà più propriamente italiana, in quanto non si è saputo e non si sa legiferare su questi temi, vorrei ricordare in quale “stato” penoso e anticostituzionale giace la legge 40) della medicalizzazione che ho criticato aspramente in un paio d’occasioni qui. In quale modo queste tecniche intervengano, oggi, sul corpo delle donne? è una domanda che non possiamo tralasciare, ma dobbiamo pur sempre sapere di cosa discutiamo.
    Cito C. Botti, da Prospettive femministe: «Dovrebbe risultare evidente (…) come il ricorso a queste pratiche possa rendere necessario uno sforzo di riconcettualizzazione della procreazione e delle figure genitoriali. Pensando ai casi in cui si ricorre alla cosiddetta maternità surrogata (…) ci si può domandare, per esempio, chi sia la madre del/la bambino/a che nasce o se valga la pena di sgranare la nostra concezione di madre in una serie di madri: donatrici, portanti, sociali etc.».
    In questo testo la Botti si pone e pone delle domande che nell’appello di snoq non sono state neanche contemplate perché si è scelto di non occuparsi (per ragioni che non voglio dedurre) nel merito delle tecniche e delle pratiche in cui si situa il dibattito in tutto il mondo occidentale.

    Mi sono chiesta e mi chiedo quale responsabilità politica sottende a questa omissione. MI sono chiesta e mi chiedo se ci si è poste il problema politico di quanto una posizione di cesura forte possa invece rafforzare soggetti politici come i prolife o altri.

    Non sono favorevole in generale alla commercializzazione della GPA, così come non chiederei mai ad una donna dell’estremo oriente indiano di portare avanti per me una gravidanza, o ad una terza donna di fornirmi ovociti. Ma questo vale per me.
    E vale per me anche il fatto che se domani tentassi di avere un figlio e non ci riuscissi, per le ragioni più comuni, probabilmente me ne farei una ragione.

    Non mi permetterei di replicare che l’adozione rappresenti una soluzione alla GPA; anche perché non risolve il problema della compra-vendita. Ma anche questo l’ho già scritto.

    Ho paura che qui non si voglia ri-negoziare – a partire dal principio di realtà – molte delle parole che hanno fatto la storia dei femminismi.

  4. La donna non ha il potere di generare, non da sola. La donna da sola non genera proprio nulla, senza l’apporto dello sperma del maschio. E di questo gli uomini sono ben consapevoli, molto più delle donne, a quanto pare.
    Ci sono poche cose vulnerabili come una donna incinta, e anche di questo gli uomini sono consapevoli, come dimostrano le statistiche che ci dicono che nel 30% dei casi la violenza domestica ha inizio proprio con la gravidanza, e in un percentuale ancora maggiore le violenze già presenti con la gravidanza aumentano.
    Una donna incinta è ingombrata nei movimenti, è affaticata dalle energie che la gravidanza consuma, è psicologicamente più fragile perché avverte la responsabilità della creatura che le si sta sviluppando nel grembo, questo gli uomini lo sanno e ne hanno sempre approfittato. L’uomo sa benissimo che il figlio che ha contribuito ha creare è tanto suo quanto della donna che lo porta in grembo, e sfruttando l’inferiorità fisica della donna ha stabilito nel tempo il suo dominio sulla donna e sulla prole.
    Che genere di potere è quello che ha reso la donna una proprietà dell’uomo per secoli? Quell’uomo che ha riservato per sé tutti i diritti negandole lo status di genitore alla pari con lui?
    Io sono molto interessata a cosa intendi con “potere”. Se il potere è la possibilità di far valere la propria volontà, l’essere colei che partorisce con dolore non ha conferito alla donna nessun genere di potere nella società patriarcale, nessun potere sulla sua vita né tantomeno su quella dei figli che ha generato.
    E’ occorso molto tempo e molto lavoro da parte delle donne per emanciparsi dall’impossibilità di avere voce in capitolo sulla propria vita, e a nulla le è servito l’essere madre in questa lotta, anzi.
    Ecco, questa mistica della maternità – che rende un fatto biologico capace di conferire un magico potere alle donne, e dico magico perché francamente mi sfugge in che modo la donna lo abbia esercitato su questa terra, quindi evidentemente deve avere i suoi effetti in una qualche dimensione invisibile ai miei occhi – è della stessa matrice di quella che rimproveri a Snoq.
    Non c’è niente di “potente” in una donna gravida. E una donna incinta non può vantare una posizione di privilegio rispetto alle donne sterili, ma patisce il patriarcato tanto quanto loro, in forme diverse. Che poi il patriarcato sia stato abbastanza furbo da circondare la maternità di un’ipocrita patina di rispetto, beh questo sacro rispetto per la maternità non ha mai impedito a nessuno dei suoi cantori di trattare le donne reali come carne da macello, che fossero madri o non madri.
    Il comunicato di Snoq non piace neanche a me. Ma non mi piacciono neanche le critiche che ha ricevuto.
    Sono d’accordo che la discussione dovrebbe svolgersi in altro modo, ma soprattutto dovrebbe partire da dati reali e concreti.
    Perché nei paesi ove si è cercato di limitare la surrogacy a quella che tu chiami oblativa (per quanto io non concordi del tutto sull’associazione della surrogacy al “dono”, in quanto i doni non si chiedono, non nascono da un’esigenza del ricevente, ma nascono spontaneamente dal desiderio di chi dona e hanno la funzione di rafforzare la coesione sociale) le leggi hanno fallito favorendo la nascita di un mercato che maschera il pagamento da rimborsi spese e regali di vario genere? Che cosa ci dice quel dato statistico che vede i genitori committenti scegliere prevalentemente quei paesi dove la surrogacy costa meno piuttosto che quei paesi dove vi sono maggiori tutele giuridiche e maggiore attenzione per la salute della madre surrogata?
    Anche di queste cose occorrerebbe parlare, senza fermarsi a parlare del desiderio di essere genitori; bisogna anche vedere – perché la surrogacy esiste, è un fenomeno in costante aumento – che forme ha assunto quel desiderio, in che modo questo ha creato un mercato e le conseguenze dell’instaurarsi di quel mercato
    E quando si parla di tutto questo, non bisogna mai dimenticare che si sta parlando di donne, che sebbene siano le uniche a poter portare in grembo un figlio, debbono essere consapevoli che questo non conferisce loro automaticamente alcun potere contrattuale. La storia ci insegna che non lo ha mai fatto.

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