Fenomenologia di una stronza. Quando è una donna a declinare la realtà.

judithleyster_pittrice

Judith Leyster (1609 – 1660), pittrice olandese

Quand’è che è cominciato tutto? Il momento preciso in cui se una donna aveva qualcosa da dire sulla realtà ed il mondo che la circondava è stata screditata, congiurata, condannata, giudicata ferocemente pur di farla smettere o tacere?

Come se il suo punto di vista sulle cose non fosse esso stesso la prova di una capacità fenomenologica, analitica, allorché di pensiero.

Come se le sue abilità o capacità non fossero esse stesse la dimostrazione di una concettualizzazione del mondo propria, autonoma, indipendente.

Per secoli, innumerevoli donne hanno posseduto una visione del mondo e delle relazioni che lo muovevano, a volte trovando i mezzi per esprimerla e raccogliendo il coraggio per difenderla e diffonderla pubblicamente. Più spesso, invece, questa medesima visione si è dovuta piegare o adattare a quella che ne fornivano gli uomini. Un atto che per secoli è stato ritenuto legittimo. Non oserei se lo definissi: patriarcale.

E la storia è stata ed è (in molte regioni del mondo odierno, ancora) costellata di esempi di vite di donne il cui punto di vista sul mondo – indipendentemente dall’Arte con cui andava e va esprimendosi – viene messo da parte, screditato, considerato inferiore o di poco conto, oppure giudicato audace, pionieristico, esagerato, per lo più spirituale o trascendentale solo perché “fuori dal coro” delle opinioni gradite a uomini di potere quanto (oggi) al sistema globale dei mass media e dei social.

Ne è un esempio questo articolo il quale ci racconta della vita di Maria Anna Mozart sorella maggiore del celebre e talentuoso compositore W. Amadeus Mozart che si è scoperto essere divenuto un prodigio nella storia della musica classica per lo più solo per aver avuto la fortuna di nascere – nel secolo XIX – del sesso giusto. Quello maschile, ovviamente. Ad Anna invece, anch’essa piena di talento, fu prescritta una vita di ordinarie abitudini in quanto il suo destino rimase innanzitutto quello di trovarsi marito. Oggi sappiamo che il padre dei due prodigiosi talenti, fu incline nel preferire Amadeus come rappresentante del talento famigliare solo per comodità; e perché non si addiceva ad una fanciulla dell’epoca togliere tempo alla ricerca di un buon partito per esibirsi nell’arte della musica.

Medesima sorte toccò qualche secolo prima, nel Seicento, alla pittrice olandese Judith Leyster il cui enorme talento nella pittura di genere e nella ritrattistica sbocciato già in giovane età, a diciotto anni, dovette subire una brusca battuta d’arresto dopo il matrimonio probabilmente per il sovrapporsi dei doveri di cura.

Casa, prole e famiglia restavano il luogo di principale espressione – o reclusione – di buona parte del genere femminile: ricche o povere, talentuose o meno.

Indipendentemente da questi particolari di rilevanza storica, accettiamo di buon grado che sui libri di scuola, quelli su cui abbiamo studiato e studieranno (?) i nostri figli e le nostre figlie ci venga raccontato quanto sia corretto e giusto pensare – e scrivere – di una storia fatta da uno solo dei due sessi; delle loro gesta, conquiste, scoperte, invenzioni, rivoluzioni dando per scontato che l’altro sesso (quello femminile, quel 52% della popolazione mondiale attuale) debba riconoscersi in quella lettura e struttura della storia consegnateci.

Facendo un balzo temporale e di civiltà enorme, mi viene in mente l’esempio di Vandana Shiva. Donna dalle incredibili conoscenze sia scientifiche che umanistiche, attivista per i diritti umani, dona al mondo una visione olistica ed ontologica accurata della vita e dei suoi processi (o fenomeni, restando coerente col linguaggio iniziale). Talmente accurata da meritarsi un Premio Nobel alternativo (Right Livelihood Award).

Qual’è il punto, dunque?

Esattamente lì dove siete in grado di leggerlo. Dove mi situo io, post dopo post.

Quando il mondo non contemplava le donne, non le considerava come esseri pensanti o capaci di raziocinio, di abilità e capacità pari a quelle di un uomo, il mondo ha perso un sapere – orale e scritto – insieme ad una serie di produzioni scientifiche, artistiche, letterarie incommensurabili. Almeno questa è la mia considerazione. Poi, il mondo è cambiato (grazie alle lotte delle donne, ovviamente) e le strutture politiche e sociali con esso. Le donne hanno reclamato e ottenuto, in parte, spazio e possibilità di studiare, scoprire, produrre idee o invenzioni pari (o no?) a quelli degli uomini. Secondo ciò che una certa tradizione storica e filosofica ci rimanda. Eppure oggi la sensibilità collettiva sul contributo delle donne nel mondo non si è così accresciuta dai tempi di Anna e Judith.

Proprio perché non la si conosce a fondo quanto quella che invece nei libri di storia delle scuole viene narrata.

Ma se è una donna a porre questo tema come un problema fenomenologico, di interesse generale allora si tramuta in una stronza. Una che vuole soppiantare un’intera cultura, una sovversiva, un’irriconoscente, una disinformata.

Questione di posizionamenti, mi è stato detto di recente.

Ed io che credevo, fosse solo una questione di scelte e di narrazioni.

Fiammetta

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