Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

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Devo ammetterlo.
Sono stata e sono una cattiva studentessa. Una di quelle che molti docenti non vorrebbero ritrovarsi fra i banchi di scuola: autonoma, riluttante all’autorità, pragmatica, intraprendente e poco incline al conformismo didattico; una che fa la prima domanda e pure una seconda se non è convinta della risposta ottenuta. Per molti anni ho creduto fosse giusto mettere in pratica quanto mi dicevano da bambina: pensare con la mia testa. Solo una volta arrivata al liceo, ho sperimentato sulla mia pelle e a mie complete spese che quell’inclinazione al pensiero autonomo e critico, alla logica e all’eguaglianza non apparteneva che alle regole, forse, della mia casa. Al liceo vigevano altre norme, altre dinamiche difficili da gestire per un’adolescente in quanto lontane da una razionale comprensione.

Ho sacrificato molto di me nel dovermi conformare almeno un po’ affinché i risultati e le valutazioni che incidevano sul mio percorso scolastico, coincidessero con le mie aspettative. Ma il mio carattere e le mie attitudini non mi hanno allontanata da ciò che sentivo più mio; la storia, la storia della filosofia erano materie che digerivo serenamente. Nonostante il clima di conformismo generale, la passione per queste materie è stata alimentata in parte grazie alla mia insegnante che mi ha permesso di farne un’esperienza positiva, individuale e di gruppo, durante l’ultimo triennio di scuola. Come? Chiedendoci di lavorare in piccoli gruppi su temi che lei considerava cruciali all’interno del programma di studio, non rinunciando mai ad alimentare il dibattito su questioni filosofiche e costruendo prove oggettive scritte per valutare l’apprendimento.

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Potrete immaginare il mio risentimento quando, arrivata all’Università ed iscritta a Filosofia, ho scoperto lentamente che persino lì dove si dovrebbe coltivare libertà di pensiero e d’interpretazione si antepone l’adeguamento. La forma e – a sua volta – il contenuto di tutti i saperi filosofici ripresi, commentati, criticati, citati e messi in discussione per secoli di storia dovevano essere appresi e custoditi come una sorta di pietra filosofare, adamantina ed intoccabile. Mi riferisco soprattutto al valore attribuito alla storia della filosofia e ai manuali su cui si studia, patrimonio indiscusso di una narrazione capace di tramandarsi solo “di padre in figlio”. Un passaggio di testimone tutto al maschile, raccontato come l’unico in grado di aver garantito per secoli il progresso della conoscenza.

Bugie. Bugie e rimozioni che indicano il volere da parte di un’elité intellettuale intenta ad imbracciare un potere narrativo piccolo, piccolo che racconti di una filosofia padroneggiata solo da menti maschili.

Devo ammetterlo.
Sono diventata anche una cattiva filosofa. Una di quelle che pensa di mettere in discussione i capisaldi di una storia fatta di personaggi illustri, di filosofi, condita di argomenti più grandi di lei con la sua flebile vocina solo per ribadire l’assurdità di un’assenza femminile impossibile da giustificare oggi. Sì perché, il patrimonio della conoscenza filosofica e scientifica è passato anche per il pensiero di donne, mai riconosciute pienamente come filosofe. Così mi prendo la libertà di tacciare la storia della filosofia di sessismo e fallocentrismo, oltre che di essere uno sterile racconto di se stessa, ridotta ad un compendio di nomi, date, pensieri e parole che nemmeno le ricette di cucina online.

Si ha il diritto di dirlo se si è aperto, almeno una volta, un manuale di storia della filosofia delle superiori, ad esempio.
Vogliamo davvero che ragazzi/e studino proprio lì, un sapere animato da amori, relazioni, discussioni, diatribe culturali e politiche, oltre che filosofiche? In un testo che racconta di come il pensiero – per millenni – sia stato un club esclusivo per soli maschi?

Mentre in Italia, tutti gli storici del pensiero (uomini e donne di ricerca) continuano a dichiarare che non è possibile un’altra storia della filosofia, un’alternativa in grado di indicare un cambiamento – senza banalmente includere le donne –  qualcuno l’ha prodotta. Mi riferisco al grande medievista francese Jacques Le Goff, scomparso recentemente all’età di 90 anni. In una delle sue numerose pubblicazioni – Uomini e Donne del Medioevo –  lo storico cita una serie di donne raccontandone la storia e lo spessore filosofico.

Una fra queste era Dhuoda; dice di lei Jacque Le Goff:

Chi conosceva l’aristocratica Dhuoda alla fine del Medioevo? Nessuno storico o nessun cronista fa menzione di questa nobile carolingia. Per far conoscere questa letterata fu necessario che Mabillon pubblicasse parzialmente la sua opera e che fosse scoperto, nel 1887, un manoscritto della biblioteca di Nimes. Alcuni ricercatori tedeschi hanno studiato i componimenti poetici contenuti nel Liber manualis (il manuale che Dhuoda compose per il figlio). (…)

Ma chi era Dhuoda? Ce lo dice lei stessa nel libro scritto per il figlio Guglielmo, allora sedicenne e appena entrato alla corte di Carlo il Calvo.Nella prefazione Dhuoda riferisce che ha sposato il duca Bernardo di Aquisgrana, il 29 giugno 824, alla presenza dell’Imperatore, suo parente, e dell’imperatrice Giuditta.

Il testo scritto da Dhouda dall’inizio alla fine, può essere suddiviso in dieci parti  ed è un compendio filosofico e pedagogico in cui questa donna dispensa raccomandazioni e consigli su innumerevoli questioni al figlio lontano. Dai capitoli sui doveri di un uomo di corte (fedeltà al re, rapporti e relazioni con vescovi e preti) ai consigli sulla preghiera, passando per le tribolazioni che minacciano gli uomini, la donna si interroga anche su questioni squisitamente filosofiche: le due nascite, carnale e spirituale, e sulle due morti, temporale e eterna. Insomma, temi al pari di quelli trattati da Abelardo nel suo rinomato testo, Insegnamento al Figlio, dedicato al figlio Astrolabio avuto da una relazione segreta con la giovane Eloisa, anch’essa letterata medioevale di enorme spessore, la quale – proponendo una mia versione rovesciata del ménage – ebbe in parte la sfortuna di innamorarsi proprio di Abelardo (1079 – 1142), chierico e filosofo di fama già ai suoi tempi. Le Goff, nel testo sopra citato, ci ricorda con il suo atto che se un tempo non era possibile scrivere di questa donna e filosofa perché non se ne avevano notizie (o più probabilmente perché le opere scritte da donne non godevano di alcuna vita nel medioevo, a meno che non si trattasse di donne ritenute eccezionali per doti e virtù), oggi abbiamo il privilegio di accedere al suo lavoro e comprenderne la portata rivoluzionaria per l’epoca. Siamo nel IX secolo d.C., in piena età carolingia ed una donna arriva a scrivere di Dio per il figlio amato e a disporre del proprio epitaffio con parole scritte di suo pugno. Non so se avete presente la portata del gesto.

Dunque, di Dhuoda conosciamo l’esistenza già dalla fine dell’800; il suo testo è considerato il più antico trattato pedagogico del medioevo in cui si fanno chiari riferimenti a temi trattati da Agostino, Gregorio Magno e San Benedetto. In Italia, la prima pubblicazione del testo dovrebbe risalire al 1982, ma nei manuali? Niente. Dovrei, quindi, essere portata a credere IMG_20150908_083704legittimamente che chi scrive manuali di filosofia per adolescenti, non sia mosso da amore per il sapere, dal rispetto per scoperte come quelle inerenti il manoscritto di Dhuoda, ma da altre logiche? E come mai quest’assenza non viene sentita come necessaria nei riguardi proprio del sapere che si racconta?

Lasciatemi dire: un filosofo o uno storico che abbia perso il valore pedagogico e con esso l’importanza sociale che può assumere il testo su cui lavora, a mio parere non può più essere reputato tale.

Se si dimenticano i fini per cui abbiamo scelto di essere ricercatori storici o filosofici, è meglio lasciar perdere perché si rischia soltanto di farsi seppellire da tutti quei morti il cui pensiero ci affanniamo a raccontare. E potremmo restare sorpresi dall’evidenza per cui, non sono i morti ad aver così bisogno di noi. Semmai il contrario.

Per questo noi ci battiamo per un fine di eguaglianza e democraticità che sta al lavoro che ci siamo scelti, di traghettare un sapere che sta ad uno strumento come il manuale, oltre. Anche se questo ci costerà l’essere considerati dei pessimi filosofi e dei pessimi divulgatori. Siamo convinti che ricondurre temi, pensieri e parole a persone in carne ed ossa che sono stati/e filosofi/e in un’ottica di eguaglianza tra sessi sia l’altra storia della filosofia per cui battersi.

Fiammetta

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8 thoughts on “Sono una cattiva filosofa perché mi batto per un’altra storia della filosofia

  1. Impossibile decostruire e ricostruire i manuali se prima non si è rovesciata la tavola dei valori comunemente adoperata per giudicare l’importanza di un autore. Arendt dovrebbe “valere” meno di Heidegger, perché? E Hildegarda, Stein, Weil, Zambrano, Spielrein, Klein, Von Salomé, Braidotti, Haraway, Irigaray, Kristeva (e perché no, Rand) e tante altre – che purtroppo non conosco o non ricordo – dove sono finite? E’ mai possibile siano così poco conosciute da professori e studenti? Tutto sommato è ridicolo che nessuno si interessi ad autori e autrici solo perché non stanno sui manuali (Roberto Finelli un giorno se ne uscì con un imbarazzante “chi è Cioran?”). Forse, per valutare la situazione con freddezza, bisognerebbe prendere in considerazione le posizioni ‘anomale’ sostenute da queste autrici e da tanti altri autori, o magari la loro estraneità – parziale o addirittura totale – all’ambito accademico. Vorrei di fatto fare di tutta l’erba un fascio e concludere facendo notare che la mediocrità accademica si sta lasciando alle spalle tanti, troppi pensatori di valore, uomini e donne. Non c’è più alcuna Differenza.

    • Bento, costruire un’altra storia della filosofia non vuol dire giudicare o fare classifiche. Vuol dire, semplicemente, dare voce a chi non l’ha avuta, per farne capire l’importanza. A volte, in alcuni casi, questa importanza è sorprendentemente grande. Se qualcuno si sente da ciò sminuito, o si sente in dovere di “difendere” qualche pensatore che sarebbe messo in cattiva luce, beh… il problema è suo 🙂

    • Certo Jolanda, ma in letteratura italiana si è lavorato di più da questo punto di vista (anche sulla manualistica delle scuole medie e superiori) e per molte ragioni che non approfondirò qui solo per motivi di tempo.

  2. A mio parere dare voce non é sufficiente, mi sembra una modalitá blanda di far emergere, giacché solo di far emergere e procedere per inerzia, voci differenti. Sono auspicabili sia il confronto sia la divulgazione, tuttavia mi pare che senza una critica radicale dei valori sia impossibile ottenere qualcosa. Sará un pensiero forse troppo “fallocentrico” quello dello scontro, eppure i testi “stanno lí” e nessuno li tocca, forse perché c’é un pensiero dominante, prevalentemente maschile, prevalentemente mediocre, che si impone proprio grazie alla carenza di teorie critiche. Aggressivitá tutta mia, caratteriale, ma attiva solo quando si tratta di filosofia, pardon.

  3. Si tolga il dubbio, perché é del tutto ovvio che sarebbe considerata una pessima filosofa che fa una pessima opera scientifica. L’atmosfera culturale dei nostri tempi afferma che le donne valgono (più degli uomini?). E allora via tutte a spasso nella storia, a caccia di filosofe sconosciute che non hanno mai ricevuto il giusto riconoscimento.
    Una pessima operazione scientifica, dicevamo, perché la storia della filosofia non è pura o astratta, come avrebbe detto Hegel (un uomo? O una persona amante del sapere? Voce maschile su cui sputare o indicatore di profonde verità a cui anche le donne potrebbero abbeverarsi?), ma si incarna sempre. E così accade che nei manuali di filosofia ci entrano coloro che hanno avuto una certa influenza sullo sviluppo del pensiero, a loro contemporaneo ma anche al pensiero successivo.
    L’idea di rifare questi manuali, cercando obtorto collo di inserire pensieri sconosciuti e del tutto ininfluenti solo perché partoriti da una donna, non é una operazione filosofica. Al massimo sarebbe revisionismo storico dettato da un’agenda politica. Siamo lontanissimi dalla ricerca disinteressata del sapere, ovvero siamo lontani, ancora una volta, dalla filosofia.
    Con questo, notare bene, non si sta affermando che una donna non possa essere una valida filosofa, ma che nel passato (per ragioni di discrimazione certamente) le filosofe sono state poche e non hanno contato praticamente nulla. Salvo casi particolari che di fatto confermano con la loro singolarità la più totale e profonda mancanza di una tradizione o di una scuola o di una via femminile alla filosofia.
    In futuro staremo a vedere, potrebbe anche lei dare il suo alto contributo, se ne é capace. Ma che nessuno tocchi la storia della filosofia per ragioni che sono extra filosofiche. In genere, e io a questo punto mi farei un paio di domande se fossi una femminista, sono stati solo i regimi più beceri che si sono preoccupati di cambiare ex post la storia.
    A proposito. Dhuoda, chi era costei?

    • Non sono solita rispondere ai detrattori, ma quando qualcuno si prende la briga di perdere il proprio tempo a scrivere un ricco e fecondo insieme di barbare idiozie, allora non posso esimermi dal rispondere. Se in più tanto phatos è condito di apologia della filosofia (con quella punta di misoginia che basta a far scrivere le parole Hegel e femminista nel seguente ordine), bè per me il divertimento è servito. Dunque, non argomenterò qui per il detrattore dallo pseudonimo cavalleresco, bensì per tutti/e coloro che ci leggono da un po’ o di tanto in tanto, e continuano ad avere la pazienza ed il rispetto di leggere fino in fondo i nostri post. Ovviamente chi ha letto il post si è fatto un’idea del valore culturale di Dhuoda e di chi ne ha scritto (a dispetto del commentatore “esperto” di filosofia in senso aulico): no, perché Le Goff è quello scemo di uno storico francese di fama internazionale che soleva pubblicare testi al fine di “una ricerca disinteressata del sapere, ovvero della filosofia”.

      Chiunque si occupi di ricerca in campo storico, filosofico, antropologico o pedagogico o di ricerca in educazione conosce bene l’insensatezza nel sostenere una banalità antiscientifica enorme quando si dice – ad es. – che la ricerca non deve avere fini tanto più politici o peggio, che il sapere è “disinteressato”. Che orrore!, per usare un eufemismo.

      Chiunque si occupi di metodologia della ricerca sa perfettamente quanto è strumentale e vigliacco parlare di “atmosfera dei nostri tempi” o ancora peggio di “operazione scientifica”; cosa significherebbe? Qui non si promuove nessuna “operazione” non definibile né come scientifica, né come filosofica. Non siamo chirurghi. Siamo ricercatori che adottano l’unico metodo scientifico possibile che si inspira e segue la definizione che di esso ha dato John Dewey (L’unità della scienza come problema sociale, 1938-1939).

      Il resto è fuffa e menzogne antiscientifiche. Il nostro fine è educativo e perciò politico nel rispetto dei generi e delle differenze, della verità scientifica, filosofica e storica. Ci difendiamo dalle insolenze qualunquiste, “sputando su Hegel” come ci ha testimoniato Carla Lonzi – le cui parole, ebbene sì, noi abbiamo letto e compreso nel loro senso umano, in quanto politico.

      Fiammetta.

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