Educare gli educatori

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Malgrado la polemica ignorante e becera si sia scatenata in tutta Italia, ci sono già molti disegni e progetti – non solo di legge – per aggiungere gli argomenti “di genere” agli altri insegnamenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi domando che tipo di efficacia potrebbero avere; certo sono graditi, ma il tempo a disposizione a scuola è quello che è. Ha senso “aggiungere” gli argomenti di genere? Certamente ci sono gli argomenti specifici dei gender studies, ma ci sono anche atteggiamenti e letture di intere discipline che andrebbero cambiati, al di là dei singoli argomenti.

Il grosso del lavoro sarebbe considerare le questioni di genere non tanto come una materia, ma come una disposizione includente verso chi, dagli argomenti delle materie e dagli strumenti usati per insegnarle, è di solito escluso in maniera silenziosa. Si tratterebbe di cambiare i libri, le illustrazioni; inserire storie e personaggi che di solito non ci sono; insegnare che sensibilità diverse percepiscono, comprendono e sentono cose diverse ma che hanno stessi diritti d’esistenza; adottare in ogni argomento o situazione altri punti di vista. Un lavoro enorme, e che richiede anche una condizione preliminare.

“Prima” – ma anche contemporaneamente, perché c’è poco da aspettare – andrebbero educati gli educatori, perché molto probabilmente anche loro avranno pregiudizi e obiezioni sia come persone che come educatori. Poi ci sarebbe da allargare il discorso formativo a categorie professionali che non sono propriamente educatori in senso stretto, ma il cui lavoro spesso nei suoi risvolti pubblici e relazionali svolgono una funzione educativa: psicologi e terapisti, magistrati e forze dell’ordine, giornalisti, allenatori… quella che si chiama una operazione culturale.

I pregiudizi e le paure sociali agiscono ogni giorno in ogni momento della nostra esistenza, non sono materie o argomenti o competenze da usare o attivare in occasioni particolari. Se non ce ne rendiamo conto e lavoriamo costantemente (cosa che potrebbe significare anche per tutta la vita) per sottoporli a critica, saremo responsabili o compartecipi di una qualche forma di violenza, di una ingiusta sottrazione di diritti fondamentali a qualcuno ogni giorno, tutti i giorni.

Questa operazione culturale può anche procedere per una strada che parte dal basso, che coltiva, appaga e rende più matura quella domanda che sorge da chi spontaneamente s’interroga su questioni di genere, potere politico, diritti, e vuole risposte: ragazzi e ragazze nelle scuole, per esempio. Ma anche in questo caso, chi lo fa? Altri educatori.

Ho volutamente escluso i politici, da tutto ciò. E anche questo è un pregiudizio, da parte mia, anche se alimentato da un benaltrismo scoraggiante e da continui esempi di comunicazione sessista o poco consapevole da parte di esponenti politici di ogni schieramento – fatte salve note e conclamate eccezioni. Sarei ben disposto a sbarazzarmene, il giorno in cui vedrò anche la maggior parte dei politici di professione lavorare per colmare questa loro lacuna educativa – e quindi, di conseguenza, politica – senza aspettare le prossime generazioni. Ma temo che ci sarà molto da aspettare, e rimango diffidente.

Anche quest’anno c’è una rete di autoformazione libera, “Educare alle differenze 2”. Quello che manca – intanto che qualcuno decida se conviene o no – si lavora per crearlo insieme.

scosse

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2 thoughts on “Educare gli educatori

  1. Pingback: Educare gli educatori | Elena

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