Una riflessione epistemologica e politica: le resistenze sul Papilloma Virus (HPV)

vaccinazione_hpv

Qualche settimana fa ho diffuso, su questo blog, la campagna d’informazione contraccettiva promossa da MSD Italia: LA PILLOLA SENZA PILLOLA, ricordando e sottolineando come quel che si faccia in materia di prevenzione, sensibilizzazione e consapevolezza sul tema della contraccezione in Italia, venga orientato puntualmente “al rosa”.  Nel senso che si sceglie di rivolgersi – per la stragrande maggioranza dei casi – ad un target di sole donne (più o meno giovani).

Al di là delle sfumature cromatiche (su cui bisognerebbe lavorare a mio avviso: basta rosa!), non è certo mia intenzione negare l’importanza di simili azioni; anzi. Spesso dico che servirebbero interventi più strutturati nel diffondere le campagne sulla contraccezione.  Soprattutto nelle scuole; attraverso lavori di coordinamento delle forze interessate: genitori, insegnanti, consultori pubblici, associazioni di educatori e politica istituzionale capaci di investire e mettere in piedi una serie di iniziative per ragazzi/e circa l’educazione alla sessualità e alla relazionalità. Quindi ben venga l’educazione sessuale, ma penso sia ora di cominciare a rivolgersi ad un pubblico maschile.

In linea di continuum col post precedente, vorrei proporre una riflessione più squisitamente epistemologica (e perciò filosofica oltre che politica) che concerna il corpo delle donne in quanto oggetto di conoscenza oltre che soggetto di conoscenza, in relazione ad un altro grande tema di cui poco si parla: il Papilloma Virus (HPV). Per introdurvi meglio su cosa sia l’epistemologia e di cosa si occupa – prima di entrare nel merito della questione HPV – citerò una delle maggiori studiose italiane in questo ambito filosofico: Nicla Vassallo. La filosofa della conoscenza nel suo percorso di studi ha evoluto la riflessione epistemologica anche in ottica femminista, tanto che nel libro Filosofia delle donne, scrive:

Venendo all’epistemologia, si presenta non solo il problema delle donne come soggetti conoscenti e oggetti conoscenti, ma anche quello di trovare un’armonia tra l’importanza di punti di vista epistemici particolari e la possibilità di una prospettiva oggettiva. Il carattere profondamente sociale dell’esperienza umana, che inspira in forme diverse pensatori come Aristotele, Hegel e Marx, si manifesta nella filosofia delle donne sotto la forma di una rivalutazione della dimensione collettiva interpersonale e sociale sia per l’identità femminile, sia per la conoscenza femminile. (…)

Così come non siamo isole ontologiche, non esistiamo come sé autonomi e completi, non siamo nemmeno isole epistemiche, non esistiamo come soggetti conoscenti autosufficienti e isolati: ciò che accettiamo in quanto vero e affidabile ci viene trasmesso da altri, e possiamo acquisire la nozione di verità e affidabilità solo all’interno della collettività.

Quindi, cosa si intende oggi per epistemologia? Ci dice sempre Vassallo nel Piccolo trattato di epistemologia:

Il termine, che deriva da epistéme (conoscenza o scienza, in quanto contrapposte alla dòxa, alla mera opinione) e lògos (discorso), indica originariamente lo studio della conoscenza o della scienza. Nell’antica Grecia, e per lo meno fino allo sviluppo della scienza moderna, i due vocaboli conoscenza e scienza sono per lo più trattati come sinonimi; la scienza non è considerata altro se non credenza vera e giustificata, vale a dire conoscenza (…) In Italiano, in alcuni ambienti, il termine epistemologia assume oggi il significato ristretto di filosofia delle scienze e si riferisce a quella branca della filosofia che indaga le sole conoscenze scientifiche, intrecciandosi strettamente con altre discipline quali, per esempio, l’ontologia, la semantica e la logica. (…) Contrariamente a quanto accade in Italia e in Francia, nei paesi di lingua inglese il termine epistemology continua a mantenere la sua accezione originale di teoria filosofica della conoscenza in generale.

Questo per dire che quando qui approcciamo a tematiche inerenti la corporeità, la sessualità e quanto ad esse interconnesso, non siamo solo in grado di farlo a partire (e seguendo) una linea di riflessione squisitamente politica o culturale generale, bensì di portare i lettori e le lettrici su un terreno troppo spesso specialistico come quello della filosofia della conoscenza (meglio sarebbe parlare di teorie della conoscenza), ponendoci dubbi ed obiezioni critiche anche in chiave femminista. Proprio il taglio che vorrei provare a dare alla riflessione sull’HPV.

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Di epistemologie femministe ci parla appunto Vassallo, nel suo testo Filosofia delle donne, ricordando che:

Il loro obiettivo è quello di fare leva sul genere femminile (ma anche maschile) come la migliore categoria per discutere, criticare, rivedere il quadro con cui in passato si è riflettuto sulle pratiche e sulle norme epistemiche, al fine non solo di mostrare che la tradizione opprime le donne sotto il profilo conoscitivo, ma anche di sviluppare nuovi approcci che enfatizzino competenze e doti conoscitive femminili.

Dal mio punto di vista è importantissimo chiedersi da una parte quanto le donne riescano ad essere soggetti conoscenti del loro corpo prima di tutto, ed eventualmente capire perché vengano ostacolate  nell’acquisire maggiori conoscenze. Dall’altra parte, come le donne – ed in parte i loro corpi – vengono rese invisibili quanto oggetti di conoscenza e questo avviene in molteplici discipline scientifiche. Citando ancora dal testo Filosofia delle donne,

Nonostante le donne consumino più farmaci degli uomini, la farmacologia tara dosi, modi e tempi di somministrazione dei medicinali sui corpi maschili, in particolare su corpi maschili di circa 70 kg, mentre nel testare nuovi prodotti utilizza quasi esclusivamente uomini adulti, con il risultato che le donne possono riscontrare problemi a livello di dosaggi, efficacia ed effetti collaterali. La ricerca medica considera l’osservazione del corpo maschile sufficiente a produrre dati attendibili anche per il corpo femminile; studia alcuni disturbi prevalentemente  su soggetti maschili; è, in generale, maggiormente interessata a trovare cure per le patologie che colpiscono gli uomini; vede la salute delle donne legata indissolubilmente alla riproduzione e difatti si concentra sull’apparato riproduttivo/ginecologico, senza però fare troppo caso al dolore fisico delle donne.

HPVQuando si parla di scienza e, più in generale, di conoscenza fra cui rientra il grande tema della cura e della prevenzione delle malattie (screening) l’approccio è sempre normativo: il corpo delle donne resta un oggetto disincarnato da studiare, controllare, curare attraverso un approccio medicalizzante (occidentale) che spesso significa ignorare volutamente aspetti importanti inerenti la storia dei corpi femminili. Per non essere fraintesa o accusata di metascienza: l’aspetto dell’esperienza femminile, la relazione con il piacere/dolore in accostamento alle tecniche e pratiche di screening o cura utilizzate dalla scienza, è stata quasi totalmente rimossa dal setting scientifico. Soprattutto nello studio di certe nuove malattie l’approccio medicalizzante (che coinvolge quasi la totalità delle scienze dure quali biologia, chimica, sessuologia, ostetrica, ginecologia, virologia etc.) tende ad avere uno riguardo centrale sul corpo delle donne in quanto oggetto di scienza completamente scisso dalla sua natura umana (ontologica), e più che rivelare rischia di oscurare. Come disse il Saggio, ciò che passa dal buio alla troppa luce rischia di non essere più visto, indi di scomparire nella sua “interezza particolare”.

E’ il caso del Papilloma Virus, di cui ancora poco si parla e poco è giunto all’opinione pubblica se non attraverso modalità discutibili. Le immagini scelte per il post non sono scelte a caso; l’unico grande fenomeno di informazione grazie al quale si è cominciato a sentir parlare dell‘HPV ( e dei vari ceppi) sono state le campagne di vaccinazione lanciate per le giovanissime (13-19 anni). Oggi, rilevazioni statistiche evidenziano questo virus come una fra le malattie a trasmissione sessuale in aumento nella popolazione (sia femminile, che maschile). Ma il campione studiato, ovvero il corpo oggetto di tale studi, continua ad essere maggiormente quello femminile per evidenze eziologiche. Nessuna campagna informativa ha ancora coinvolto la popolazione giovanile maschile, in quanto questa risulta essere portatrice sana di tale virus senza alcun rischio per la salute, a differenza della popolazione femminile che vede il Papilloma Virus fra le maggiori cause del tumore alla cervice o collo dell’utero (per un approfondimento, QUI). La questione non è solo politica, ma anche epistemologica; come mai tutte queste resistenze nel parlarne?, nel parlarne rivolgendosi ad un target maschile? Cosa possono fare concretamente gli uomini?

Ed inoltre: come mai sul corpo degli uomini gli studi a riguardo risultano così indietro?, perché ad oggi impossibile avere un test che riscontri l’HPV negli uomini o una cura che lo inibisca? Se prelevare campioni di cellule genitali maschili da studiare è molto complesso, mi domando perché sul corpo maschile non si faccia ricerca seriamente circa il Papilloma.

Ad oggi uno studio affidabile e programmatico sul corpo maschile non è stato avviato. Proprio perché questo virus non ha effetti sulla salute maschile potrebbe essere efficace ed indolore studiare lo sviluppo del virus negli uomini, trovando un modo efficace per inibirlo impedendone la diffusione? Probabilmente si sa ancora troppo poco sull’HPV e le sue tipizzazioni. Il tema resta centrale, a mio avviso. Il corpo delle donne è invece sottoposto a tutto un iter ed un controllo incredibile, proprio per le conseguenze che potrebbe avere sulla salute stessa delle donne. Questo è un problema epistemologico enorme, prima che politico.

E a proposito di HPV, continua a pesare tutto questo silenzio come scrive benissimo Pina Nuzzo:

Pesa il silenzio delle figlie, delle nipoti, delle ragazze intorno a noi. Un esempio che è di questo tempo: il silenzio che circonda il papilloma virus. I medici parlano di infezione per non dare lo status di malattia, vista la larga diffusione tra le ragazze. (4 su 10).  Se ne sa poco, ma si sa per certo che se non lo si cura, provoca in età avanzata il tumore al collo dell’utero. Le cure, una volta contratto il virus, risultano spesso invasive e non  comportano l’effettiva guarigione. Il papilloma si trasmette per via sessuale e il preservativo non serve a nulla, i maschi ne sono portatori sani o con conseguenze per loro ridotte. Ebbene, le ragazze che scoprono di avere questa infezione non ne parlano neanche alle madri, le stesse che magari le hanno accompagnate al momento giusto da una ginecologa o al consultorio per avere informazioni sulla contraccezione. Cosa le porta a chiudersi, a non confidarsi neanche con le amiche, non lo sappiamo, ma proprio questo ci chiama in causa. La scarsa informazione non fa capire l’entità di  questo virus e quanto influisca sulla sessualità. Intanto i metodi che vengono adottati per scongiurarlo o per  debellarlo sono tutti a carico delle donne. Ancora una volta la ricerca, a distanza di decenni, così come è stato per gli anticoncezionali, si concentra sul corpo femminile senza prendere in considerazione il corpo maschile.

Allo stesso tempo si spendono parole e si intraprendono iniziative a sostegno della procreazione medicalmente assistita. Tutto legittimo, non sfugge però lo sbilanciamento a favore del desiderio di un circoscritto numero di donne di una certa età. Pesa tanto il silenzio, ma anche la riproposizione di azioni politiche modellate sul passato, con lo sguardo rivolto indietro.

E voi cosa ne pensate?, come vi siete ritrovate/i a saperne qualcosa, a parlarne con figlie o amiche? Il tema è aperto, politico ma non solo. Diteci la vostra.

PS: Si ringrazia Pina Nuzzo per il contributo scritto.

Fiammetta.

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6 thoughts on “Una riflessione epistemologica e politica: le resistenze sul Papilloma Virus (HPV)

  1. la scienza deve trovare il modo di occuparsi tanto della procreazione assistita e delle questioni legate alla gravidanza quanto del papilloma virus.

  2. Pingback: HPV: un problema solo femminile? | Nuvolette di pensieri

  3. Cara Fiammetta, leggendo il tuo interessante articolo mi hai dato da pensare un bel po’! ti dico come la vedo: alla base della cultura macista credo ci sia una paura del corpo maschile da parte dello stesso maschio. Il corpo maschile non si pone come differenza, perchè non solleva domande, a partire dalla sua bologia molto più silenziosa rispetto a quella femminile, che già in tenera età irrompe alla coscienza con il flusso mestruale. L’uomo realizza l’alterità del corpo solo in caso di malattia e questo lo rende estremamente timoroso nei suoi riguardi… motivo per cui la società maschile elabora costantemente strategie per indizzare sulla donna il carico della domanda, essendo il genere molto più forte in materia di pratiche e comprensione dell’investigazione corporea. Ovviamente, sul piano etico, sono pienamente d’accordo con te. Essendo l’espistemologia maschile dedotta a partire da questa cecità strutturale, non può che derivarne una politica altrettanto cieca. Credo sia giunto il momento di indirizzare le ragioni del pensiero criticico femminista anche verso l’educazione del maschio, che altrimenti rischia di autoregimentare il mondo intero a sua immagine e somiglianza… un caro saluto. Michele

    • Caro Michele, a distanza di giorni e giorni ti rispondo anche qui. Il nostro scambio si era sviluppato su fb ed io poi ho dimenticato di risponderti anche da qui. Quello che tu dici è interessantissimo.
      Il fatto che il corpo maschile non si ponga come differenza è qualcosa su cui andrebbe riflettuto e scritto; trovo sia una cornice in cui aprire un dibattito o semplicemente una riflessione fra uomini e donne. Spero di riparlarne. Grazie per averlo scritto, comunque. 😉 Fiamma.

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