Una scuola che divide et impera, non è più scuola.

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Dico spesso che sono tempi caotici. Tempi in cui non si riconosce più bene – se non di rado – il senso di certe parole. Ad esempio, che senso ha la parola “scuola”? E la parola “scelta”?

Si può scegliere quali vestiti o scarpe indossare la mattina prima di andarci a scuola, ma una volta lì fra quelle mure saprai certo di aver accesso (come tutti e tutte) alle medesime opportunità e trattamenti. Saprai di abbandonare lo sguardo e la mano di un genitore per entrare in un posto in cui tu verrai né prima, né dopo altri/e. Insomma, sarai in quel luogo dove si creano relazioni e per cui non conta più da dove vieni, che colore di pelle hai, quale altra lingua parli o quale cibo sei abituato a mangiare a casa.

Proprio su questi aspetti sociali, etnici e culturali si fonda il concetto di scuola pubblica di questo strano paese. Tutti questi aspetti (classe sociale, colore della pelle, lingua, nazionalità e cibo) costituiscono il corollario delle differenze che andrebbero valorizzate e affrontate durante la didattica, ma che durante il gioco o il pranzo conviviale insieme, dovrebbero scomparire per far posto appunto ai svariati modi di costruire lo stare insieme; indifferentemente dal resto. Lì, in quello stare insieme, il bambino apprende la socialità ed è sempre lì che si formano come futuri/e cittadini/e di un paese democratico.

Perciò, per citare un caro amico: “mensa e pasti a scuola assolvono una funzione che non è solo nutrizionale ma è educativa: si apprende a mangiare e a costruire un rapporto col cibo. A tavola si apprendono dunque anche le discriminazioni”. Il momento del pranzo non è un momento qualunque, ma un momento di collettività dalla valenza educativa enorme in cui non si dovrebbe discriminare i bambini sulla base di quale retta si è potuto permettere di pagare un genitore. Almeno, non nella scuola pubblica.

Anteporre le scelte presunte di un gruppo di persone adulte al contesto educativo significa operare una “deviazione” a quel dato contesto, ovviamente a discapito dei bambini che quella situazione la vivranno tutti i giorni.

Lancio da qui il mio hashtag, #SEMPREDALLAPARTEDEIBAMBINI (richiamando il capolavoro di Elena Gianini Belotti  “Dalla parte delle bambine”) affinché la scuola resti il luogo dove si apprende la convivenza e la relazione con chi è altro da te, e che magari ha possibilità economiche diverse dalle tue. Dove ciò resti un dettaglio e non una disparità per cui guardarsi reciprocamente dall’alto in basso. Dove si apprenda la socialità e lo stare insieme a prescindere dalla classe sociale cui appartengono i genitori.

Chi lavora nelle scuola come educatore/trice conosce bene quanto sia importante sottolineare le differenze, ma mai operare preferenze specie se assumono il gusto della discriminazione.

#lafilosofiamaschia  #sempredallapartedeibambini

 

Fiammetta.

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2 thoughts on “Una scuola che divide et impera, non è più scuola.

  1. Pingback: Bambini: non siete tutti uguali | il ricciocorno schiattoso

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