Io sputo ancora su Hegel. Di una cattiva inclinazione, un piacere.

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La necessità di questo post non è altro che una mia necessità. Non ci sarà nessun fine altro in questo post se non quello di compiacere me stessa nel vedere quali pensieri e parole nascano in me a partire dai pensieri e dalle parole di altre donne. Anche quando i pensieri e le parole delle altre non mi piacciono, accorgendomi poi di non essere affatto sola.

Anzi, questa è più un’occasione per scrivere, da qui, ciò che da tempo mi frullava in testa in modo disordinato e caotico tanto che ci sono volute le altre per mettere tutto nero su bianco. Quindi vorrete scusarmi se oggi, forse, non avrò poi così tanto da dire. Se non disordinatamente. 🙂

Leggevo “estasiata” – fino a qualche giorno fa – di donne che si autodeterminano e considerano il concetto di autodeterminazione in quanto sovraesposizione dei loro corpi nudi. Indipendentemente dal fine per cui si espone un corpo, quel corpo. Indipendentemente dal senso che si dà all’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendetemente dagli effetti che prudurrà l’esposizione di un corpo, quel corpo. Indipendentemente, appunto.

La riproposizione retorica della parola “Indipendentemente” non è un caso. Innanzitutto per il suo significato semantico; chi muove Indipendentemente da, è colui/lei che si identifica con un Soggetto Autonomo. Tale Soggetto richiama tutto un filone della tradizione di pensiero risalente al mito della caverna di Platone (l’homo ricurvo, vivente nell’ombra della caverna, che trovando l’uscita si erige dritto alla luce del sole) e giunto sino alla modernità con Kant dal cui pensiero e concettualizzazione del Soggetto in quanto Individuo, muoverà tutta l’ontologia individualista posta a grammatica della storia del diritto moderno. Il Diritto, infatti, rappresenta simbolicamente un qualcosa o qualcuno dalla postura diritta, eretta e corretta. Al di fuori o al di là di questa erezione esistono solo inclinazioni: cattive inclinazioni, ci ricorda lo stesso Kant. [vedi Cavarero, per un approfondimento sul tema].

E quella”I” di “Indipendentemente” è pur sempre maiuscola, tesa a rappresentare geometricamente una retta verticale che si drizza sulla pagina come una barra. Come ci ricorda anche Virginia Woolf, questa “I” si alza in piedi sulla pagina proiettando un’ombra su di essa; un’ombra che non lascia mai spazio a nulla. Da questa tradizione di pensiero maschile nasce il concetto di autodeterminazione che attraversando tutto il XX secolo è giunto sino a noi.

L’autodeterminazione così riconosciuta ed interpretata risulta nella pratica del quotidiano, aderente all’autonomia di un IO che riconosce solo sè stesso in quanto individuo nel mondo ma pur sempre isolato. Cioè un IO egoistico, narcisistico, solipsistico, principio di sé stesso nonché solitario perché chiuso in sé ed incapace di inclinazioni, ovvero di relazione. Incapace di esercitare qualsivoglia movimento (simbolico ovviamente) di “Sputare” su chiunque altro.

Questo IO si presta a divenire dunque un continuo IO voglio, IO agisco, IO faccio, ergo IO esisto per me, senza bisogno di altro/i/e [qui un esempio che ha fatto discutere]. Una sorta di imperativo categorico!, il cui esercizio comprende il partire da sè restando in sè, in un agito frutto della propria coscienza; un IO dove tutto inizia ed ha fine.

Scriveva a tal proposito Simone De Beauvoir, al capitolo “La donna narcisista” nel Il Secondo Sesso:

«Un uomo che agisce pone necessariamente dei confronti. Inefficace, isolata, la donna non può né collocarsi, né misurarsi; dà a se stessa un’importanza suprema perché nessun oggetto importante le è accessibile. Se può in tal modo proporre se stessa ai propri desideri, è perché fin dall’infazia si è apparsa come oggetto. L’educazione ricevuta l’ha spinta ad alienarsi completamente nel suo corpo, la pubertà le ha rivelato questo corpo come passivo e desiderabile; è una cosa verso cui volgere le sue mani che fremono al tocco del raso, del velluto, e che può contemplare con uno sguardo da amante. Accade che nel piacere solitario, la donna si sdoppi in un soggetto maschile e un oggetto femminile (…)».

L’oggetto d’importanza suprema risulta necessariamente essere per la donna narcisista il corpo (meglio se nudo di questi tempi), fino ad alienarsi in quella nudità di un corpo esibito. La nudità di un corpo agita solo ed esclusivamente secondo quel: “il corpo è mio e lo gestisco io” e perciò ne faccio l’uso che voglio, restituisce in pratica (parafrasando De Beauvoir) un esercizio nel quale l’autodeterminazione della donna si propugna sdoppiata come quella di Soggetto maschile e un Oggetto femminile. Un Soggetto maschile eretto e veritcale, incapace di inclinarsi e curvarsi, ovvero di vedersi altro oltre a quell’Oggetto femminile e di riconoscersi in qualcun* altr* all’infuori di sé.

Il corpo risulta banalmente l’oggetto che la donna è; ciò da cui parte e in cui si autoriconduce necessariamente, alienandosi. Ci ricorda a tal proposito Ida Dominijanni in un articolo uscito ieri:

«In ”Vite precarie”, un libro di ormai dieci anni fa, Judith Butler infranse il principio femminista della assoluta e intangibile sovranità individuale sul proprio corpo – “il corpo è mio e lo gestisco io” – scrivendo che “il corpo è mio e non è mio”, perché se è vero che ognuna ne è titolare e può deciderne, è altrettanto vero che ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere».

E ancora: «Ma si sa che a Butler è toccato lo strano destino di essere sbandierata finché sembrava una paladina dell’onnipotenza individuale e di esserlo molto meno da quando si è capito che non lo è affatto: cose che capitano ai pensieri complessi in tempi di alternative semplici semplici. Tipo quella fra ”femminismo moralista” e ”femminismo libertario” in cui la semplicità dilagante, la chiamo così per essere gentile, ha deciso di gettarci».

Questo autodeterminismo solipsistico rivendica pretenziosamente di essere ciò che non è: una pratica femminile liberatoria, strappando quel famoso slogan: “il corpo è mio e me lo gestisco io” da un contesto storico proprio, e lontano da oggi.
Difficile per me immaginare di poter trovare libertà nell’alienazione, così come difficile sarrebbe pensare di trovare relazione, nella solitudine.

Insomma la linea di pensiero proposta e riproposta resta quella patriarcale e postmoderna, da cui hanno mosso tutte le politiche economiche neoliberiste e a cui il capitalismo dei giorni nostri è debitore. Sembra dunque distante quella forza politica, audace e rivoluzionaria, espressa nel concetto di autodeterminazione promosso da alcune esponenti dei movimenti femministi negli anni ’70, fra cui Carla Lonzi. Per lei, il Soggetto donna si collocava su una posizione «del differente che vuole operare un mutamento globale della civiltà che l’ha reclusa», in linea con quanto già asserito da De Beauvoir e superandola – dal mio punto di vista – asserendo: «abbiamo scoperto non i dati della nostra oppressione, ma l’alienazione che è scaturita nel mondo dall’averci tenute prigioniere. La donna non ha più un appiglio, uno solo, per aderire agli obiettivi dell’uomo». Ponendo un Soggetto donna, ci si rende ben conto di come tale soggettività muova su un piano altro rispetto al soggetto maschile e che non coincide con quello della verticalità pretesa dal Soggetto kantiano. La donna scivola su un piano inclinato (descritto come inclinato è il piano dell’eros o del desiderio, ad es.), ricurva in avanti verso gli altri corpi – di donne. Scrive sempre Lonzi, in Sputiamo su Hegel:

«La donna non è in un rapporto dialettico col mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi, ma un muoversi su un un altro piano. Questo è il punto su cui più difficilmente arriveremo ad essere capite, ma è essenziale che non manchiamo di insistervi».

Le mie esigenze non si modellano su quelle di un presunto pensiero maschile, in cui la mia “volontà in potenza” viene prima ed è dissociata da quella di altri IO. O meglio, prima delle persone con cui sono o mi sento in relazione. Soprattutto se queste persone sono donne.

Il mio corpo quindi è necessariamente un oggetto, nonché oggetto di desiderio, ma non resta indissolubilmente soltanto quello. Il mio corpo è anche il luogo da cui esce la mia voce, che è proprio la mia; in cui maturano i miei desideri e la mia erotizazzione. Non è solo un corpo nudo e basta, ma può mostrarsi nella sua nudità che – tra l’altro – resta una peculiarità tipicamente umana (nel resto del mondo animale, non esiste).

Il movimento erettivo non m’appartiene in quanto non mi rappresenta in quanto donna muovo su un altro piano.
Preferendo fare io, di certe cattive inclinazioni, un piacere. Perché sì, io Sputo ancora su Hegel.

Fiammetta Mariani

PS: si ringrazia Lola per la foto

 

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4 thoughts on “Io sputo ancora su Hegel. Di una cattiva inclinazione, un piacere.

  1. “perché se è vero che ognuna ne è titolare e può deciderne, è altrettanto vero che ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere.”

    già, ciò non di meno, nel bene e nel male alla fine decide la persona sul suo corpo e vale per entrambi i sessi

  2. Fantastico, ma nel post però discuto dei presupposti teorici dal quale certe donne sembrano muovere questo, “io decido”. Se tali presupposti si affidano più a teorie e forme tipicamente maschili o patriarcali, allora mi riserbo di non riconoscere tali gesti come liberatori. Dirò di più: mi riserbo di non riconoscere queste donne come interlocutrici, in quanto hanno scelto di non congedarsi dalla cultura patriarcale.

    • ognuno ha il diritto di scegliersi gi interlocutori che preferisce, è quell’accusare gli avversari (o meglio le avversarie) di aver scelto”teorie e forme tipicamente maschili” che mi lascia perplesso,ma è un problema mio

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