Filosofia, o dell’arte di chiudere il becco? Tutto quello che ci stiamo perdendo.

 

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«”Ma dove sono le donne? Dove sono le filosofe?” Alla fine degli anni venti, uno sconosciuto filosofo della tradizione orale si interroga pubblicamente. Jean-Baptiste Botoul resta isolato, è il solo che osa formulare in modo davvero brutale questa domanda. “Dove sono le donne, con le loro idee piene di fascino? Dove sono le donne? Le donne!” Insiste. Perché di filosofe proprio non se ne vedono».

Sì, è proprio questo che Frédéric Pagès lascia dire al suo filosofo immaginario – un uomo vissuto tra la fine dell’XIX e la prima metà del XX secolo – in un libello dall’ironia sprezzante intitolato “La filosofia o l’arte di chiudere il becco alle donne”, che sa far sorridere di gusto. Qualità che la filosofia tout court sembra proprio non aver voluto ereditare in quanto la Filosofia (quella con la effe maiuscola), è una cosa seria e perciò il ludus non ammesso. Il giocare con la parola, nemmeno. La parola è signum, segno significante, pensiero e espressione della razionalità; figurarsi il motto di spirito. Figurarsi le emozioni.
Non si ride, non si piange.
Si pensa!, e basta.

Lo sconosicuto filsofo fa notare, ironicamente, come per secoli la filosofia sia stato un esercizio della mente quanto della lingua, esclusivamente ad appannaggio maschile. Come dargli torto. Ma non sono state solo le donne le reiette della tradizione filosofica.

Scrive ancora, Pagés:

«Siamo agli sgoccioli della vita del filosofo [Socrate], condannato a morte da un tribunale popolare. Gli amici sono al suo fianco, in prigione. Giunta con il bambino tra le braccia, Santippe, sua moglie, vede quegli uomini e comprende che la fine del marito è prossima. “Si mise a gridare e ad emettere dei lamenti così come hanno l’abitudine di fare le donne”, ci racconta Platone nel Fedone. Allora Socrate rivolgendo lo sguardo a Critone, disse: “Critone, che la portino a casa”. (…) Questa scena è così ricorrente nelle descrizioni classiche che non si fa neppure caso a quanto sia crudele. Detto ciò, neanche ad Atene presso il più, macho e incallito dei greci, nessun marito in attesa di esecuzione usava respingere in tal modo la propria moglie. Staper compiersi niente meno che un assassinio.
(…) Dobbiamo aspettare Socrate per veder nascere l’idea che le lacrime, espressione dello sfogo eroico, siano indegne di un filosofo. Da allora le donne sono avvertite: vietato piangere. Argomentare, articolare, questo sì.
(…) Ma in seguito si sono visti piangere i filosofi? No».

e poi continua faceto:

«Affronterò il problema da un particolare punto di vista, quello dell’ugola. Se le donne non hanno avuto voce in capitolo, potrebbe essere un problema di organi, di corde vocali? Cerchiamo di essere materialisti. Indubbiamente, i polmoni femminili sono pieni di risorse, attrici e cantanti lo dimostrano quotidianamente. Non tanto con le corde vocali, ma con la cassa toracica. Ciò che chiamiamo “voce” non è soltanto un’emissione di decibel e frequenze oscillanti su uno schermo. È una maniera di presentarsi, di stare in scena, di offrirsi al pubblico. Ci sono volontari per prendere la parola? Salire sul palco, sulla tribuna, in cattedra o semplicemente alzare la mano e intervenire furono a lungo gesti inconcepibili per la donna di onesti costumi o la ragazza per bene. Le attrici hanno pagato cara l’audacia di esporsi allo sguardo pubblico: donne pubbliche, donne corrotte!».

Per non rischiare di banalizzare la questione nella questione – ovvero, l’assenza di voci di donne e di voci di donne che si occupassero d’altro rispetto al pensiero, seppur con medesima dignità – bisogna fare un passo in avanti. Il tema, infatti, non concerne più solamente l’assenza di una parte del genere umano (le donne, le filosofe) dalla narrazione filosofica, ma sembra risultare un problema di voce, di più voci, o meglio di ugola. Insomma il respiro interiore dell’essere umano, ciò che anima le nostre giornate, ad esempio le sensazioni o gli stati d’animo, pare essere stato giudicato materiale di scarto consegnato alla letteratura. La filosofia s’occupa d’altro!, parrebbe.

Complicato è stato per le donne recuperare questo terreno dal quale esse erano lentamente uscite, a partire dalla seconda metà del XIX secolo; cioè, il terreno dell’oralità, dei pettegolezzi, del costume e delle emozioni in cui per secoli erano state confinate e costrette ad occuparsi pur tentando di conferirgli un certo spessore, una voce dignitosa. Appunto.
Ma per entrare nel mondo della “serietà” degli uomini e della Filosofia, questo era tutto ciò di cui non v’era bisogno. Di cui la Ragione o la Verità non avevano bisogno. Nessuno spazio al riso, al pianto, alla gioia, alla disperazione o all’afflizione, ma solo Io, Soggetto, Individuo, Coscienza, Essere. Universalismo e categorie bastavano a far della Filosofia, la più aulica fra le discipline.

A porsi il problema di quanto selettiva sia stata la narrazione filosofica (in realtà i filosofi) fu già, nel secondo dopoguerra, un brillante intellettuale quale Günther Anders nel suo capolavoro: Amare Ieri. Appunti sulla storia della sensibilità.
Che fine ha fatto, dunque, il mondo delle percezioni?

Scrive il filosofo tedesco:

«Mi ha lanciato uno sguardo intenso. Ce ne stiamo da duemilacinquecento anni a fare della filosofia e della psicologia della “percezione”… ma che cosa significa che una persona “guarda intensamente negli occhi” un’altra, non solo nessuno lo ha mai spiegato, ma nessuno non l’ha mai nemmeno chiesto. (…) Studiosi che riconoscono come “fatto” solo ciò che è improntato al loro concetto scolastico di empiria, e che si ritengono troppo superiori anche solo per invitare a prestare ascolto ad una metafora utilizzata, compresa e verificabile da chiunque, hanno perso ogni contatto con la realtà e ogni fiducia nei loro simili».

Perché dunque le frasi più sincere e comuni, le emozioni, i sentimenti, il vissuto personale sono lentamente finiti sotto traccia, solo per favorire la speculazione del pensiero razionale? Come mai si è deciso di prediligere questa, e soltanto questa narrazione della storia della filosofia? Dove è andato a finire “tutto il resto”?, tutto quello che ci stiamo perdendo? Come mai, ad esempio, della sessualità e della differenza sessuale non vi è traccia nei manuali?

Scrive sempre Anders, alzando ancora di più il tiro:

 «Se né l’Io, né l’Esistenza, né l’Esser-ci mostrano caratteri sessuali, ciò sembra poter significare solamente che ai filosofi la piccola differenza appare accidentale, a posteriori, empirica, insomma metafisicamente impresentabile. Ridicola presunzione se i filosofi, dunque sostanzialmente anche degli uomini, grazie ad alcune fuggevoli impressioni di viaggio, si accomodano e si dividono le cose di questo mondo in due mucchietti: “degno di metafisica” e “indegno di metafisica”, e assegnano alla differenza sessuale al mucchio a posteriori dell’indegno».

Avete capito bene, mucchietti. Dicotomie. Astrazioni. C’è niente di più ridicolo di tutto questo?, quanto di più lontano dalla vita?
Bè, a mio avviso, non è così difficile trovare ancor oggi chi nelle Università fatica a capire che di “mucchietti” ne abbiamo davvero abbastanza, ché, se la memoria non m’inganna, siamo eredi del XX secolo e della fenomenologia prima che della mistica medioevale e del razionalismo illuminista. Credo ci sia bisogno di aprirsi ad altro, a tutto quell’altro che non è stato giudicato come dignitosamente filosofico fino ad ora.

A cominciare dai gender’s studies, per cui la cultura filosofica di questo paese nutre uno scarto di tre decenni rispetto all’Europa.

Credo ci sia bisogno di una sessuologia della conoscenza – per dirla sempre con le parole di Anders – di più voci che con dignità dicano: “okay, la filosofia è anche altro!”. Altro oltre Platone, Aristotele, Kant, Engels, Feuerbach, Hegel e Marx.
Chè in tempi come questi non è banale, né squallido rimettere al centro di interessi e narrazioni (con ironia) emozioni, percezioni, sentimenti, desideri, piacere e sessualità.

Non c’è nulla di male a volere una filosofia che si occupi di vita, oltre che di concetti. Di differenze, oltre che di universalità.
Okay, la filosofia è anche altro!

E questo è solo un piccolo assaggio di tutto quello che ci stiamo perdendo.
In Italia.

 Fiammetta Mariani

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