Come bestie feroci.

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Mettete un articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z.
Mettete il solito connubio oppositivo, per la solita rubrica tipo: “gli adolescenti e i neuroscienziati” e la dicotomia è fatta.

Mettete che si abbracciano, in una stretta mortale, le “nuove generazioni” nome in codice per non si sa bene quali persone, di quale sesso, genere o estrazione sociale, usandole come l’alibi perfetto per smenarla su ciò che meno si conosce e si usa consapevolmente in Italia: la Rete. Quella con la Erre maiuscola.

Mettete che non ha granché importanza chi ha scritto questo articolo X, sul giornale Y, nel giorno Z (non rimandiamo al link appositamente). La mia non è una battaglia personale contro quel giornalista, i giornalisti; quello scrittore, gli scrittori; quell’intellettuale, gli intellettuali. La mia è una sfida culturale. E nei riguardi di un certo uso del linguaggio, una certa narrazione implicitamente normativa e sempre piramidale; ovvero calata dall’alto. Dall’alto di chi sa, ha studiato, ha letto, ha capito e ci spiega come dovremmo usare cosa. Parlando al solito pubblico dotto.

Questa non è perciò una crociata ad personam in quanto con grande fatica, qui, cerchiamo di decostruire e ricostruire altro. In un altro modo.

Qui sfidiamo lo stile narrativo tipico italiano, volto alla demonizzazione di qualcosa attraverso un’operazione che spesso si palesa come ideologica, ma che poi in fondo neppure lo risulta, consegnando al lettore/lettrice la visione di una data categoria (i giovani, in questo caso) condannata a viso aperto, solo per restituirne un’immagine piatta, generalista e deprimente.

In questo articolo quel qualcosa, è la rete e l’uso che ne farebbe una data categoria, i giovani (?). Senza voler anticipare altro, dico chiaramente che non accetto più una definizione a priori che stabilisce che uno strumento o un mezzo di socializzazione come internet, ad esempio, sia innanzitutto un “cattivo maestro” o “compagno”; un po’ come Karl Popper fece con la televisione agli inizi degli anni ’90. Non basta più. Non è sufficiente e oggi risulta totalmente inutile. Specie se ci si rivolge agli adolescenti.

E allora oggi dovrete farvene una ragione; ve tocca legge!

Spero quindi di riuscire nel mio intento: quello di mettere in rilievo pregiudizi linguistici intrinseci, nonché i disastri prodotti da una cultura narrativa pensata – ancor oggi – come neutrale/universale. Buona lettura.

«Le grandi rivo­lu­zioni i ragazzi le stu­diano a scuola. E in genere si rife­ri­scono a eventi di un pas­sato pros­simo o remoto. Ma comun­que pas­sato. Nel caso della net-generation (coloro che sono nati a par­tire dal 1995, i cosid­detti «nativi digi­tali»), invece, pos­siamo par­lare di una gene­ra­zione che si trova a viverla, una grande rivo­lu­zione. [In realtà la net generation è composta da più generazioni non da una soltanto; infatti si parla da tempo di millennials per i nati dopo l’anno 2000. Inoltre tutti e tutte stiamo vivendo quest’epoca di grande rivoluzione digitale e tecnologica massmediatica. Dunque, perché mai questa rivoluzione dovrebbe interessare solo gli adolescenti? Perché lasciar intendere che gli adulti/e di questo paese non abbiamo le medesime enormi difficoltà?]

Il pro­blema, sem­mai, è capire se e quanto ne sono esclu­si­va­mente pro­ta­go­ni­sti auto­nomi e con­sa­pe­voli, o se invece reci­tano il ruolo stru­men­tale di mezzi per fini che sono quelli della tec­nica e dell’economia, le due divi­nità che hanno tra­sva­lu­tato tutti i valori nel pas­sag­gio dalla società indu­striale a quella in rete. [La rivoluzione tecnologica viene presentata come un problema di cui occuparsi. Non come una risorsa di cui poter anche giovare. L’impostazione è duale ed oppositiva; i giovani hanno due scelte: o esserne protagonisti consapevoli (senza dirci come), oppure attori passivi. Anzi strumenti  – non soggetti – asserviti ad interessi superiori connotati come metafisici (le due divinità). Quale ritratto vieni quindi offerto di questi/e adolescenti? E dall’altro canto, quale il ruolo di noi adulti/e in questo senso?].

Il dub­bio, che poi è qual­cosa più di un dub­bio, è che con la società in rete ci si trovi nel bel mezzo di una «gab­bia d’acciaio» la cui razio­na­lità interna con­si­ste, para­dos­sal­mente, in un pro­cesso «miso­lo­gico» volto a pro­durre il con­trollo delle menti, dopo quello dei corpi, di coloro che la abitano. [Il piano narrativo viene qui spostato dai giovani alla rete; cioè dalle persone alla società virtuale senza spiegare perché, visto che il punto di partenza erano i giovani, appunto. La rete viene descritta come una gabbia in cui (non si sa bene chi, e come) opera al controllo delle menti (quali menti?) e dei corpi (quali corpi?). Ma tutti e tutte sappiamo che è la medesima società post-moderna e consumistica ad operare un controllo reale, su corpi reali e sulle nostre “menti”. Attraverso l’orientamento e la selezione culturale (eterodiretta e normodisciplinativa), in primis e poi la costante fabbricazione di nuovi bisogni per cui consumare in continuazione. Perché la società in rete dovrebbe distinguersi dalla società tout court? O esserne un prodotto altro da essa?]

«Miso­lo­gia» (con­tro la ragione), è un ter­mine che non per caso usava Paso­lini [Nome famoso #1] volendo con­no­tare il fon­da­mento onto­lo­gico della tele­vi­sione. Quello stesso intel­let­tuale ita­liano che si era spinto a par­lare di una «muta­zione antro­po­lo­gica» ope­rata dall’economia nel pro­durre indi­vi­dui omo­lo­gati e proni ai dik­tat e ai valori del mercato. [L’accostamento fra televisione e rete è rischioso. Sono due cose diverse seppur entrambi, oggi, si contaminino vicendevolmente. La tv sempre più interattiva, la rete sempre più aperta ai contenuti tv. Nonostante ciò, la tv mantiene un pontenziale di socializzazione altissimo che consta di maggiore passività rispetto a quello offerto dalla rete, e dove i contenuti vengono veicolati dai palinsesti. In rete, invece, si può trovare di tutto e bisogna sapere cosa e dove cercare. La mutazione antropologica è già avvenuta ad opera della tv in questo paese. Quindi di cosa si vuole accusare la rete? Di essere un luogo di perdita della razionalità? E solo in quanto grande supermarket di contenuti svariati? Insomma, la rete non è un’astrazione, né un’entità metafisica o uno “scienziato crudele invisibile” – per usare la metafora di Hilary Putnam – in grado di far sì che le vittime provino qualsiasi situazione o allucinazione. Il problema è semmai quali e quanti strumenti vengono dati alle persone per renderli consapevoli degli usi che della rete è possibile fare].

L’alleanza che oggi­giorno si è veri­fi­cata pro­prio fra l’economia e le nuove tec­no­lo­gie media­ti­che, sem­bra aver sin­te­tiz­zato i due momenti, con­du­cen­doci per­fet­ta­mente den­tro alla rea­liz­za­zione com­piuta della «società dello spet­ta­colo», pro­fe­ti­ca­mente intuita, sol­tanto in parte, da Debord. [Nome famoso #2. Chi è Debord? E cosa dice in proposito? Non si sa. Un altro passaggio pericoloso, di nuovo: economia reale e tecnologia analogamente associate fra loro, come prima tv e rete. Ora viene inserito un altro elemento o fenomeno già presente prima dell’avvento della rete: la società dello spettacolo che storicamente può essere fatta risalire dalla nascita della tv, in Italia. Ma in tutto ciò i/le giovani dove sono andati/e a finire? Sono scomparsi dalla narrazione?]

Il domi­nio spet­ta­co­lare, sapien­te­mente diretto dall’economia, può rea­liz­zarsi com­piu­ta­mente attra­verso la con­qui­sta di quel ter­reno ancora par­zial­mente libero che è la mente umana. Ter­reno più age­vol­mente con­qui­sta­bile pro­prio andando a col­pire l’antagonista prin­ci­pale: la scuola. Non sol­tanto tagliando dra­sti­ca­mente i fondi e impo­ve­ren­dola in tutte le sue com­po­nenti, come da poli­ti­che scia­gu­rate di que­sti decenni libe­ri­sti, ma anche creando un «inse­gnante» alter­na­tivo e sua­dente, la Rete, che incanta i gio­vani e gio­va­nis­simi pro­met­ten­do­gli un mondo da favola in cam­bio del loro tor­nare ad essere, o restare, burat­tini (para­dosso di Pinocchio). [Cos’è che si intende per dominio spettacolare? E sapientemente diretto dall’economia? Un’altra astrazione: l’economia. Un mondo che è regolato da leggi e dinamiche complesse, ma universalisticamente proposta qui come un deus ex macchina, ai cui diktat si piegano rete e società dello spettacolo. Ma è così semplice e riduttivo? Ora entra in scena la Scuola, presentata e appellata linguisticamente come ” principale antagonista” di rete, tv ed economia. Quale immagine viene conferita alla scuola all’interno di questo quadro sociale che ci viene disegnato? Perché la Rete (con la erre maiuscola) assume i connotati di una suadente iponotizzatrice di cervelli? E, di nuovo, quale immagine di questi ragazzi/e si consegna al lettore?].

Non si tratta di essere rea­zio­nari, o negare le evi­denti poten­zia­lità di que­sto nuovo e straor­di­na­rio stru­mento, ma di con­cen­trarsi su que­gli aspetti nega­tivi che vanno a col­pire soprat­tutto la popo­la­zione in età sco­lare. Non v’è dub­bio sul fatto che la Rete metta a dispo­si­zione una mole ster­mi­nata di infor­ma­zioni, tanto che gli esperti di nuovi media hanno par­lato di «opu­lenza infor­ma­tiva». Ma cri­teri e moda­lità con cui que­ste infor­ma­zioni ven­gono vei­co­late sono per lo più quelli della «velo­cità», «super­fi­cia­lità» e «estrema sin­tesi» dei con­te­nuti scritti, in un con­te­sto in cui la mente dell’utente non rie­sce a imma­gaz­zi­nare (e quindi ela­bo­rare) l’eccessiva mole di infor­ma­zioni, né ad appro­fon­dire e quindi per­ve­nire a una cogni­zione auto­noma dell’argomento in que­stione. All’opulenza infor­ma­tiva, di fatto, segue un’indigenza cono­sci­tiva tipica di una dimen­sione in cui siamo infor­mati su tutto ma non cono­sciamo vera­mente nulla. Del resto già Platone [Nome famoso #3], nel VII capi­tolo della Repub­blica, ci aveva inse­gnato che le cause che con­du­cono gli occhi a non vedere sono sostan­zial­mente due: il buio, certo, ma anche l’eccesso di luce. [Fin dall’inizio le potenzialità della rete sono state negate e demonizzate più o meno esplicitamente, dando un’immagine di riflesso di ragazzi/e negativa e mistificante. Eh sì, proprio quello che ci vuole per comunicare con i giovani: mettere in luce gli aspetti negativi. Qualsiasi persona sa bene per esperienza diretta o indiretta che demonizzare con ragazzi/e non è mai la strada buona per ottenere consapevolezza. Criteri e modalità di informazione vengono veicolati anche dagli addetti alla cultura, da chi scrive testi e manuali per le scuole; quindi cosa si vuole far credere? Troppe informazioni disinformano, non permettendo di metabolizzare; ebbene perché non viene proposta una soluzione a questo? Perché non si parla di strumenti conoscitivi validi da dare ai/alle ragazzi/e, ma si resta sul piano universale e astratto?]

Si tratta, in fondo, di quel «metodo odierno» del potere già intuito da Gun­ther Anders [Nome famoso #4], che impe­di­sce la com­pren­sione non più cen­su­rando le noti­zie ai cit­ta­dini, ma for­nen­do­gliene una quan­tità infi­nita, sapendo bene che il tutto è pau­ro­sa­mente con­fi­nante con il nulla. Noti­zie infi­nite, velo­cis­sime, super­fi­ciali e sem­pre più sin­te­ti­che ci met­tono nella con­di­zione per cui «veniamo sopraf­fatti da una tale abbon­danza di alberi affin­ché ci venga impe­dito di vedere la fore­sta», pri­van­doci della pos­si­bi­lità di con­se­guire quella visione d’insieme che già per Hegel [Nome famoso #5] rap­pre­sen­tava una dote neces­sa­ria nel cam­mino della coscienza. [Ad onor del vero, in rete ci sono anche contenuti interessanti, dispiegativi e che si adoperano per fare contenuti, contro informazione critica. Noi, qui, ne siamo un esempio fra i tanti. Forse chi scrive non conosce poi così tanto la rete come vuol far credere?]

Signi­fi­ca­ti­va­mente, è stato un allievo di McLu­han, De Ker­chove, [Nome famoso #6 e #7] a spie­gare come i nuovi media siano in grado di inci­dere sulle capa­cità cogni­tive, pro­du­cendo nell’uomo un «brain­frame tele­vi­sivo e ciber­ne­tico» carat­te­riz­zato dalla capa­cità di «intuire» le infor­ma­zioni attra­verso delle imma­gini che scor­rono sullo schermo con grande velo­cità, ma ridu­cendo ai minimi ter­mini la pos­si­bi­lità di riflet­tere e rie­la­bo­rare le sin­gole parti del con­te­nuto. Il brain­frame ciber­ne­tico, in par­ti­co­lare, spo­sta il fuoco dell’attenzione sul solo pre­sente (un eterno pre­sente), lasciando sullo sfondo pas­sato e futuro e, in gene­rale, impe­dendo quella visione e com­pren­sione pro­spet­tica delle cose e degli eventi che, pri­vati dei nessi cau­sali, risul­tano aset­tici e impos­si­bili da inter­pre­tare. [Di nuovo, perché non viene proposta un’idea per aiutare i/le giovani ad essere più consapevoli?, non è di loro e a loro che ci si stava rivolgendo? Qui un approfondimento sul brainframe e De Kerckhove].

Le neu­ro­scienze hanno con­fer­mato que­ste teo­rie, spin­gen­dosi a par­lare di «enorme ricon­fi­gu­ra­zione» del cer­vello da parte delle nuove tec­no­lo­gie (il neu­ro­scien­ziato ame­ri­cano Michael Mer­ze­nich [Nome famoso #8]), non­ché di «alte­ra­zione rapida e pro­fonda delle nostre menti» (lo psi­chia­tra Gary Small [Nome famoso #9]). È per­sino super­fluo dedurre che tali effetti pos­sono col­pire mag­gior­mente pro­prio la net-generation, sem­pre più abi­tuata all’impoverimento les­si­cale e gram­ma­ti­cale del lin­guag­gio in Rete («ridu­zio­ni­smo ste­no­gra­fico»), ma anche a non «dige­rire» con­te­nuti scritti che supe­rino un certo numero di righe (assai poche). [Siamo tutti/e spacciati quindi?, o è semplicemente come la storia ci ha insegnato nei secoli dove in tutte le epoche di grandi cambiamenti, cambiando un paradigma, di conseguenza cambiano i rapporti, le modalità di relazione, le capacità cognitive e di plasticità della mente? Perchè si continua a mettere in rilievo solo gli aspetti negativi o preoccupanti di questa rivoluzione tecnologica? La possibilità che ad essere maggiormente colpita da questa “riconfigurazione del cervello” siano le generazioni giovanili è del tutto falsa ed infondata. Le statistiche ed i dati sull’analfabetismo funzionale in Italia (c.a. 50% e più della popolazione italiana secondo Tullio de Mauro, che parla non a caso di “istruzione per adulti/e”) attesta che quasi 7 italiani su 10 si trovano al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Di nuovo, quale immagine si restituisce dei/delle giovani? E perché ci si scaglia verso di loro in tal modo?, come animali feroci?].

Se a tutto ciò aggiun­giamo il dato secondo cui il cer­vello umano è pla­stico ma non ela­stico, ossia che esso si lascia modi­fi­care dai pro­cessi abi­tu­di­nari secondo cui agi­sce, ma senza la pos­si­bi­lità di ritor­nare alle capa­cità pro­prie della dota­zione ori­gi­na­ria, pos­siamo cogliere il senso pro­fondo di una muta­zione antro­po­lo­gica che, in quanto tale, non può giu­sti­fi­care giu­dizi netti ma nep­pure con­sen­tire una lati­tanza dell’analisi cri­tica. [Mutazione antropologica da cui è affetta buona parte della popolazione italiana; non solo i/le giovani].

C’è da chie­dersi, piut­to­sto, quanto tutto ciò, in un’epoca in cui l’economia domina sulla poli­tica e in genere sul mondo umano, possa essere gover­nato da un potere mai così per­va­sivo che, con­tem­po­ra­nea­mente, ama nascon­dersi. È gra­zie alla straor­di­na­ria evo­lu­zione delle tec­no­lo­gie media­ti­che che que­sto potere è dete­nuto da chi «cono­sce le inten­zioni altrui ma non lascia cono­scere le pro­prie», alla stre­gua di un dio «che è onni­po­tente pro­prio per­ché è l’onniveggente invi­si­bile», per richia­mare le rifles­sioni di Elias Canetti. [Nome famoso #10. Di nuovo, la metafora del dio e della divinità per descrivere la rete; di nuovo, l’astrazione. Ma questa narrazione a chi è utile?, a chi parla? A quale pubblico ci si sta rivolgendo e con quale titolo di studio o cultura?]

Se demo­cra­zia è quella dimen­sione in cui cit­ta­dini infor­mati, cri­tici e impe­gnati nel sociale, svol­gono una fun­zione di con­trollo e messa in discus­sione dell’operato dei gover­nanti, è oppor­tuno chie­dersi quanto un dio così sua­dente e «diver­tente», ma al tempo stesso disim­pe­gnante, bana­liz­zante e super­fi­ciale come quello della società dello spet­ta­colo com­piuta, possa irre­tire soprat­tutto gio­vani e gio­va­nis­simi. A difesa dei quali è rima­sta solo una scuola sem­pre più mar­to­riata che, per esem­pio, a fronte di un calo signi­fi­ca­tivo degli abban­doni sco­la­stici, si trova a fare i conti nel nostro paese con un incre­mento quanto mai pre­oc­cu­pante di alunni con scarsa capa­cità di let­tura Il timore è che la fab­brica dei burat­tini stia lavo­rando a pieno ritmo».

Insomma avete capito perché insistiamo, qui, sui linguaggi ed il modo di raccontare le cose. Perché questo tipo di narrazione è fuori dal tempo e fuori tempo massimo. L’Italia muore analfabeta e sui quotidiani ci si sfida a chi esibisce più citazioni erudite (dieci nomi citati come se tutti li conoscessero bene). Si dipingono i ragazzi e le ragazze in maniera mistificante, generalista e semplificativa, accusando poi la rete di commettere atto impuro per compiere la medesima semplificazione.

Diamo strumenti di educazione ai nuovi media alle persone, soprattutto guardando ai/alle giovani, spiegando come vogliamo fare. Per decostruire stereotipi e per un uso consapevole della rete e dell’uso delle nuove tecnologie. Senza demonizzare.

Mi risuonano così in testa le parole di Lorella Zanardo con cui vi lascio: «abbiamo lavorato come bestie per creare corsi di educazione all’uso consapevole di internet e delle immagini. Lo abbiamo portato ovunque, tutti gli insegnanti lo vogliono. Lo abbiamo presentato alla Carrozza e al MINISTERO: a dicembre grandi complimenti e poi NIENTE. Non ci sono solo i nostri corsi, altre stanno proponendo formazione utile mentre chi governa taglia i fondi alla scuola. (…) E lo Stato che non c è!, che abbandona le fasce deboli, che non ha parole se non quelle aride di un linguaggio che non sa parlare al cuore, che non ha passione, né può più consolare».

 Fiammetta Mariani.

 

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