Siediti e stai zitta!

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Metti un giorno, uno qualsiasi, esci di casa, sali su un mezzo pubblico per andare dove dovresti andare. E apriti cielo!
Salgo dalle porte anteriori, che niente non mi vengono aperte; il vetro è sporco e dall’altra parte gesti non ben definiti mi fanno capire che devo sbrigarmi se voglio salire, passando da quelle centrali. Non capisco, ma m’affretto e salgo. Timbro il biglietto sussurrando fra me e me: ” non ho davvero più parole” e mi siedo. Nessun cartello, nessuna segnalazione. Ma gesti confusi.

La vettura parte mentre dalla cabina dell’autista, una voce mi dice: “che stai a borbottà; te pensi che siccome hai timbrato er biglietto, c’hai diritto de fa tutta sta scena!”. Eh sì, ce l’ha con me. Ma io non ho fatto nessuna scena; mi sono seduta polemizzando senza disturbare nessuno.

Dice lui, non ho diritto a lamentarmi di fronte a quello che, dal canto mio, sembra uno sfregio bello e buono: non avermi aperto le porte per farmi salire. Allora mi alzo e m’avvicino, rispondendo: “no scusi, ma questa che educazione è?“. La cosa continua su un terreno linguistico – il suo – tra il confidenziale e l’intimidatorio (non avevo capito fossimo pure amici). “Se non apro le porte un motivo ce sta: significa che so’ rotte!”. Gli faccio notare che non c’è nessun cartello ad indicare che la porta è guasta, e che di certo non potevo dedurlo dai suoi gesti. Lui di tutto punto, esclama: “ma perché non te vai a mette a sede e nun te stai zitta!”. 

Non è certo importante conoscere il resto. Non c’è molto altro da aggiungere, a parte il fatto che sull’autobus tutti gli altri passeggeri hanno assistito alla triste scena in silenzio. A quanto pare, nella genealogia delle relazioni fra sessi risulta essere un trend linguistico comune a certi uomini, questo.

Qualche anno fa, frequentavo un ragazzo. Un coetaneo acculturato, laureando e politicamente attivo. Una sera eravamo in macchina, lui mi stava riaccompagnando a casa mentre parlavamo a stento dopo una serata insieme. Arrivati sotto casa cerco di capire di che morte sarebbe dovuta morire quella relazione, finché ad un certo punto interrompendomi dice: “senti io so stanco, non ho dormito gran che stanotte e non c’ho voglia di parlare: adesso scendi e vai!”. Ecco, detto e fatto.  E addio.

L’anno scorso sul social più famoso al mondo, scrivevo sulla bacheca di un amico non ricordo neppure di cosa. So soltanto che fra uno scambio di battute e l’altro interviene un terza persona, un altro “amico”. Ricordo soltanto che finì per scrivermi testuali parole: “in mezzo a tutti quei libri e tutte ste belle parole, fattela ‘na scopata!“.

Perciò, siediti e zitta! così come, scendi e vattene! o fattela ‘na scopata! non sono soltanto parole o insulti. Celano ben altro. Mi verrebbe da dire, un profondissima frattura. Qualcosa che fatichiamo a nominare nel quotidiano, quando avviene, e che non si espleta riducendo il tutto a banale maleducazione, inciviltà, mancanza di rispetto etc. etc.
Sì, pure tutta questa roba qui ma non solo.

Piuttosto queste parole, dal sapore ferocemente intimidatorio e vagamente mafioso, sono il riflesso di una cultura nella quale tutti e tutte viviamo. Una cultura del dominio e della violenza in cui si vuole ridurre l’altro/a (che sia donna o uomo in questo determinato contesto, ricopre un’importanza relativa) ad una cosa. O peggio, ad una non-persona. Quindi, stai zitta!, scendi e vattene!, fatti scopare! è la chiara espressione di chi ti vorrebbe ridotta al silenzio. Non nel senso di assoggettata e basta ad un volere esterno, ma di chi ti intima dell’altro: cioè ti chiede di attraversare il mondo non abitandolo, non disturbando, facendo come se non ci fossi. Come se non esistessi.

L’altro quindi dovrebbe smettere di essere l’altro; colui o colei che è altro da noi e che ci sta di fronte, ci ricorda automaticamente cosa siamo (umani e vivi), ma un elemento invisibile, alienato, non disturbante, ovvero quello specchio che invece di rifletterci e svelare, nasconde.

Si trova scritto in 1984 di Orwell, «Winston avvertì una stretta al diaframma. Non riusciva a guardare la faccia di Goldstein senza provare un miscuglio di emozioni che gli dava sofferenza. Goldstein aveva uno scarno volto da ebreo (…), un volto intelligente e però in qualche modo spregevole (…)». Non riusciamo più a guardarci in faccia, dunque? cioè a riconoscerci reciprocamente? Non riusciamo più a sopportare la frattura a cui l’altro ci espone?, perché questo rappresenterebbe la morte dell’esistenza umana. Non siamo davvero più in grado di farci carico della spaccatura del mondo e a tollerare la diversità cui l’altro – proprio perché è altro da me – mi obbliga a riconoscere?, e a sostenere in virtù del fatto appunto che esiste?

Certo possiamo liquidare la questione parlando semplicemente di hate speech – che non viaggia solo in rete, non nasce lì, semmai vi si estende – dei suoi meccanismi e delle sue sfumature più o meno sessiste, ma che rischiano di farci allontanare dal fulcro del problema: i rapporti di potere. Il linguaggio dell’odio è dunque vecchio quanto il mondo e resiste ancora oggi nonostante la presunta civilizzazione poiché frutto di una società del controllo, dove i rapporti di forza si dispiegano sempre e a partire dalle relazioni tra una parte che si vuole sottomessa, ad un’altra che sottomette.

Quelle ripetute sopra non sono solo le forme linguistiche sessiste di chi ti vuole assoggettare – cioè ridurre a mero oggetto – ma  fanno parte di  quella più ampia analisi dei meccanismi sociali tra individui che Foucault definiva un «ciclo che va dal soggetto al soggetto, mostrando in che modo un soggetto – inteso come individuo dotato naturalmente (o per natura) di diritti, capacità ecc. – possa e debba diventare soggetto come elemento assoggettato all’interno di un rapporto di potere», come privato di soggettività e perciò di umanità.

Tanto basta a far risuonare parole come RESTIAMO UMANI un’utopia realizzabile solo se la smettiamo di vederci come cose da annientare e sopraffare ad ogni misera occasione.

Fiammetta.

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4 thoughts on “Siediti e stai zitta!

  1. Cara Fiammetta, avrei dovuto esserci io sull’autobus con te, perché su certe cose non mi tiro mai indietro.
    Al tuo bell’articolo faccio un’appunto (ironico): hai mancato “mestruata”. Sullo stesso social network di cui presumo parli tu, tempo fa espressi disappunto su una nota presentatrice italiana che non riusciva a fare un discorso senza incorrere in una papera ogni 3 parole. Niente di grave, nessun attacco da parte mia sul suo aspetto ma su ciò che dovrebbe essere prerogativa di chi fa il suo mestiere, la padronanza della lingua. Mi ritrovai in tutta risposta una definizione medica sulla sindrome pre mestruale. E’ come dici tu, che siano sessisti o maleducati, certi modi servono solo a delegittimare l’altro, a non guardarlo.

  2. un incomprensione… gli autisti degli autobus, sono tutto il giorno in mezzo al traffico, un po’ di stress è comprensibile; e se la porta si fosse rotta durante il tragitto, non è che c’è tempo di stampare un cartello con su scritto “porta non funzionante”. L’autista in questione avrebbe potuto avere la stessa reazione con un uomo, se ho capito il tipo; e sarebbe stato solo un comportamento maleducato… andare a tirare fuori le relazioni tra i sessi, mi sembra un po’ stiracchiata

  3. @stefano ho scritto nel post: “che sia donna o uomo in questo determinato contesto, ricopre un’importanza relativa”. Il tema è il linguaggio e i suoi usi, non il linguaggio dell’autista. Infatti riportavo altri esempi di altri contesti.

    Massimo rispetto per chi fa questo mestiere e per tutti quelli a strettissimo rapporto con il pubblico. Però non cadiamo nel giustificatorio, per favore. Assumiamoci le responsabilità di quello che gridiamo in faccia alle persone e della spaccatura che ciò provoca se ne siamo capaci.

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