Mai più clandestine. L’appello delle donne.

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Non c’è cosa più bella di una voce che si leva vibrante e vivace, in favore della libera scelta. E che si fa quando le voci diventano tante? Ci si chiama per nome, ci si siede tutte attorno e guardandosi tutte negli occhi si cerca di nominare le cose. E la rabbia, e l’ingiustizia, soprattutto quando sono queste ad avere la meglio sui corpi delle donne.

Marciamo in un’epoca post-umana che sempre più ci spinge verso una condizione extra-corporea, dove quella cosa che è il nostro corpo, registra il suo totale annichilimento; con tutte le conseguenti derive. Siamo oltre l’oggettivazione, probabilmente nell’anticamera della de-umanizzazione.

Siamo al punto che una legge – la legge 194 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia – rischia di non essere più applicabile a causa dell’alta percentuale di obiettori presenti nelle strutture pubbliche, con percentuali che variano di poco su scala nazionale in base alle Regioni. Se è vero quanto scritto da Stefano Rodotà, ovvero «il diritto trova così il suo limite nella volontà politica, dalla quale dipende la possibilità stessa di realizzarsi come diritto», allora dobbiamo constatare quanta poca sia la forza politica in campo oggi, al di là degli schieramenti e dei partiti. Ma soprattutto, quanto poco rispetto questa società nutra nei confronti degli stessi individui che la compongono (la popolazione femminile, in Italia, si attesta quasi attorno al 52%), in barba alla Costituzione e ai diritti inalienabili dell’uomo e della donna, ad essa inscritti.

Perché scrivere questo, qui, oggi? Perché ragionare e parlare di aborto, concederebbe ai ragazzi e alle ragazze uno spazio per parlare di corpi, di sessualità e della concezione culturale in cui questa si esprime in Italia, ma soprattutto offrirebbe uno slancio enorme per fissare il dibattito su questioni squisitamente bioetiche. Cito qui, Carla Lonzi, donna e rivoluzionaria di grande fama: «un colmo, nella colonizzazione, è stato raggiunto quando alla donna, privata della sua propria e autonoma sessualità, si è vietato di ricorrere a soluzioni abortive. Un processo di gestazione non voluto è già di per sé conseguenza di un atto di sopraffazione (…) La negazione del diritto a interrompere questo processo è stato un ulteriore atto di sopraffazione alla cui luce vengono messi in crisi i valori della relazione amorosa con cui la cultura maschile ha coperto la sua imposizione del modello sessuale».

Cosa succederebbe, quindi, se domattina le donne non potessero più abortire?

A quale destino andrebbe incontro una donna senza il diritto di scegliere liberamente come e con chi fare un figlio? Quale tipo di maternità sarebbe possibile per lei? Una regressione nel campo dei diritti inalienabili della persona non porta molto lontano una società; molti dei libri scritti, delle lotte combattute, delle voci coraggiose levatesi a favore dell’emancipazione femminile, risulterebbero vacue. Bisogna perciò dire alle giovani donne (ma anche a tutte le altre) che senza diritto sul proprio corpo, senza diritto all’aborto, le donne sarebbero di fatto riconsegnate – bene che vada – alla gravidanza coatta e confinate di nuovo all’interno della sfera della sessualità riproduttiva. Oltre che alla clandestinità dell’aborto. Appunto: mai più clandestine.

Il mio personale contributo a questa campagna, in cui esplode  tutto il senso di riscatto femminile ad una millenaria cultura della sudditanza conferitole dal patriarcato, sta nelle calde e rivoluzionarie parole di Carla Lonzi, in uno dei suoi scritti più brillanti:

Chiedere all’uomo la libertà di abortire per risolvere il problema delle gestazioni non volute è assurdo come chiedergli un pene robusto, capace di durare a lungo e posizioni varie per portare la donna a raggiungere l’orgasmo.

cit. da La donna clitoridea e la donna vaginale

Emancipatevi, scrisse la donna alle altre congeneri, per le altre congeneri. Così fu scritto e così io replico. Che non c’è cosa più preziosa di autorizzarsi ad essere ciò che esattamente si è. Padrone della vita, padrone del corpo.

Di seguito alcuni dei bellissimi versi di Claudia Bruno, per la campagna:

io illecita, io sola, io vuota a rendere,

io me medesima, io un’altra,

la mia carne mandata al macello

di schermo in schermo dissezionata

di pezzo in pezzo rattoppata intera

che mi allaccio le vene intorno ai polpacci

infilo le calze e poi presiedo custode terrena

libera come, mi chiedo di cielo e d’aria libera

e in queste ossa clandestina più, clandestina mai

così mi chiedo.

#iodecido

Fiammetta

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5 thoughts on “Mai più clandestine. L’appello delle donne.

  1. Bello! Ma non sono d’accordo sul fatto che “Un processo di gestazione non voluto è già di per sé conseguenza di un atto di sopraffazione”:temo che con tale affermazione si tolga alle donne la conoscenza del proprio corpo e la capacità di farne ciò che vogliono (a meno che non si sia subita violenza). Pur essendo vero che il rapporto con la propria fiscità è ancora affetto da molti tabù, penso non si debba levare alle donne la dignità di esseri pensanti.

  2. Trovo assurdo che noi donne , ancora oggi, dobbiamo combattere per avere diritti già ottenuti in passato. Noi donne, tutte, dovremmo essere più dure contro chi non rispetta la nostra vita e il nostro corpo…

  3. @Grazia,
    la frase di Lonzi che citi è una frase inserita in un orizzonte speculativo ben preciso della scrittrice. Lungi da me spiegare Lonzi in questo luogo non-luogo virtuale, temo però di non poterne fare a meno per risponderle.

    Il senso di quella frase si apprende se si guarda a cosa muoveva il lavoro di questa signora. Quelle parole sono il frutto di una denuncia ai limiti intrensici del panorama culturale (quello degli anni ’70, quando Lonzi scriveva) all’interno del quale venivano agitati i tabù sessuali che non permettavano alle donne di esprimersi in quanto soggetti attivi della loro stessa vita (soprattutto sessuale). Ecco perché per Lonzi “un processo di gestazione non voluto” [una gravidanza coatta] risulta “la conseguenza di una sopraffazione” : quella perpetuata dalla società patriarcale che riduce la donna a quel miserabile concetto de “l’altra metà del cielo”, ovvero incapace di essere soggetto, cioè padrona di sé stessa, se non come Altro dall’uomo. Fino ad essere ridotta a generatrice, o corpo riproduttivo di una specie.
    Grazia, quella frase – in tutta la sua potenza – vuole agire proprio in virtù di quello che dice lei: dare alle donne libera scelta responsabile, su come vivere la propria sessualità, oltre la riproduttività; spingere le donne ad una reale conoscenza del proprio corpo.

    Spero di essermi espressa chiaramente. 🙂

    Fiammetta.

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