Quando la violenza sulle donne diventa una vetrina

sindaco marino

La foto qui sopra appare sulla pagina ufficiale FB del Sindaco Ignazio Marino venerdì scorso, 10 Gennaio.

Questo il testo che la introduce:

Ho voluto incontrare personalmente Angela Santalucia e Giorgia Lizzi, le due agenti della Polizia Locale di Roma Capitale che ieri sera hanno permesso, con il loro intervento, la cattura di tre uomini autori della violenza sessuale ai danni di una donna nei pressi di via Frattina.

Ho voluto ringraziarle a nome di tutta la città, per il coraggio che hanno dimostrato e la professionalità con cui ogni giorno scendono in strada al servizio di tutti i romani e dei tanti turisti che visitano la nostra Capitale.

Appena leggo il quanto, non credo ai miei occhi; che cos’è questo treatrino? Cosa si vuole comunicare? L’atto in sé  mi lascia senza parole (o quasi), visto che fa seguito ad una vicenda alquanto triste: la molestia sessuale avvenuta ai danni di una ragazza – 24 anni – nel cuore della Capitale, tra via Frattina e via Bocca di Leone, alle otto di sera mentre la giovane stacca dal lavoro, e si avvia verso la metro per tornare a casa (qui la notizia).

Ora, non è mia intenzione soffermarmi sulla notizia, ovvero su come viene narrata dai vari quotidiani online, ma mi sembrano – ad una prima lettura – sempre molto sintomatiche certe narrazioni.  Parole come, “stranieri ubriachi e minacciosi” sono riflesso di una povertà culturale spaventosa; di un’incapacità nel trovare parole altre, nuove per raccontare  questo tipo di accadimenti. Come a dire, l’uomo cattivo, il colpevole schifoso, è sempre il diverso. L’altro.

E non voglio neanche soffermarmi sulle parole delle due vigilesse (consiglio visione dell’intervista 2.0 alle vigilesse “eroine” che hanno soccorso la ragazza in stato di choc), una delle quali in conclusione dichiara con nonchalance, solerte: “lei?, una ragazza acqua e sapone, pulita, che aveva bisogno d’aiuto” e ancora, “poteva essere mia figlia”. Appellativi che lasciano, a mio avviso, molto a desiderare e che raccontano tanto della cultura di questo paese.

Insomma, la cornice della narrazione è puntualmente di stampo retorico-paternalistico. La povera fanciulla indifesa, tutta acqua e sapone, aggredita dai cattivi stranieri di turno, ubriachi e molesti, salvata (si fa per dire) dalle sue congeneri in divisa. E poi?, clic!

La foto è servita. Facce sorridenti e depilate, pronte per l’intervista del momento.
Che si sa; in Italia, chi non appare, non esiste.

Mi chiedo, così, in un conato di rabbia, questa è la professionalità auspicabile? E la formazione adeguata, quando si tratta di intervenire in episodi di violenza sulle donne? Queste le narrazioni che vorremo?

Non è questa la narrazione migliore per dire di una violenza su una donna.
Potevo essere io. Penso nell’immediato secondo successivo la lettura del post, con foto al seguito ripugnante, appunto.
Non mia figlia. Io. Prima persona singolare; io, in quanto donna.

Cosa c’entra l’età, l’esser figlia o madre? Ma soprattutto, cosa c’entrano le foto di rito? Cosa c’è da esibire, o di che congratularsi? Cosa? Non capisco.

Una ragazza è stata accerchiata, intimidita, spintonata all’angolo di una strada centrale della Capitale, in piena sera. Nella noncuranza generale, senza che qualcuno/a alzasse un dito. Il problema è enorme e gravissimo, se una comunità intera non è più capace di farsi carico della violenza, delle intimidazioni, se non riesce a stringersi attorno alla donna, o alla vittima di turno. Dichiara Gianni Battistoni, presidente dell’associazione via Condotti: “è vero, è triste, ma siccome qui si rischia la vita, uno ha paura a mettersi in mezzo” (leggi qui). Paese di pavidi, il nostro. Di pavidi e insolenti, se si dichiara a viso aperto che si rischia la vita nelle sontuose boutique di via Frattina. Se ci si scarica la coscienza, così.

Quanta viltà, ancora, dovremo subire sui nostri corpi di donne? Quanta umiliazione?

Quando si va alla ricerca di un capo espiatorio, di un colpevole da punire e basta, significa che la socialità e la società stessa è in un cortocircuito pericoloso; perché qualsiasi episodio diviene qualcosa che non ci riguarda mai personalmente. In quanto romani – come in questo caso – o in quanto cittadini e cittadine, cioè persone di un paese democratico.

Riguarda sempre altri; probabilmente un altro/a. Questa entità astratta, quasi metafisica. Un altrove che non ci appartiene, sentito come un eterno “bellum omnium contra omnes”; una guerra di tutti contro tutti, dove ognuno pensa alla propria pelle. Sicché non siamo in guerra, sotto i bombardamenti, ma a Roma e in centro.

Allora, quando si parla di violenza di genere, di violenza sulle donne, non si parla di qualcosa di fittizio che fluttua chissà dove. Si parla di tutti e tutte noi. E quando si parla di educazione al rispetto di genere, si parla di responsabilità, di cultura e forma mentis che possa offrire ai più giovani il coraggio che noi adulti/e abbiamo perso, se ragioniamo o ci raccontiamo così, come descritto sopra.

La violenza sulle donne non può divenire una vetrina, per facce sorridenti.
Perché non c’è niente, davvero niente da ridere.

Mi dispiace, inoltre, raccogliere questo enorme silenzio delle associazioni sul territorio.
Scriverò al Sindaco a questo indirizzo: sindaco@comune.roma.it per sottoscrivere la mia indignazione sull’accaduto e chiedere meno esibizionismo e più corsi di genere nelle scuole, sui posti di lavoro. Più corsi di autodifesa, aggiungerei.

Spero che saremo in tanti/e a farlo.

Fiammetta

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