Another brick in the wall. Sulla filosofia che non sa parlar d’Amore.

I manuali di storia della filosofia nuocciono gravemente al pensiero critico, ma rinforzano le braccia. Per capire a cosa mi sto riferendo, basta aprire un qualsiasi manuale di filosofia. Dove si stenta a capire quale sia l’oggetto reale della narrazione.

Di cosa si parla nei manuali? Cosa ci raccontano, la storia di chi?
Perché di filosofiA, nemmeno l’ombra.

Così due anni fa, mentre buttavo giù la bozza del progetto della “filosofiA maschiA”, mi domandavo che senso avessero tutti questi mattoni; armi proprie di un’educazione normativa e ingessata, priva di ogni fascinazione. Anche erotica.
Soprattutto erotica.

ANOTHER BRICK IN THE WALL!

Dunque, tutte queste pagine di cosa ci parlano?, ma soprattutto, la lingua di chi?
E vediamoli più da vicino questi mattoni.
Manuale 1: si legge, “i Padri greci e la filosofia” – e ancora – “i Padri latini e la filosofia”, “dalla rinascenza carolingia al X secolo”. Manuale 2: si legge, “origini e carattere della filosofia greca”, di seguito, “la scuola ionica”, “la scuola pitagorica”. E poi; Socrate, Platone, Aristotele, lo scetticismo, l’eclettismo, precursori del neo-platonismo, il cristianesimo e la filosofia, la patristica, dialettici e antidialettici etc. etc. Manuale 3: si legge, “Umanesimo e Rinascimento”, “Il pensiero politico”, “Filosofia della natura e nuova scienza”. E ancora; da Copernico a Keplero, Giordano Bruno, Francis Bacon, Thomas Hobbes etc. etc.

Quello che se ne deduce è una sequela di nomi e appellativi descrittivi di una data epoca; nomi di uomini e Padri della storia e del pensiero, come a dire che il mondo è passato solo attraverso le parole, le azioni e i corpi di alcuni. Ma non è stato così. La filosofiA non è questa: per secoli si è occupata di sentimenti, di valori, di politica e relazioni: cioè della vita. Amore, odio, coraggio, paura, male, bene, bellezza ed etica questi sono stati, per secoli, i cardini del pensiero. La storia della filosofia dice per non dire niente; una narrazione autoreferenziale di sé, di come qualcuno la immagina; un luogo non-luogo dove si narra di tutto tenendolo fuori. Il compito della narrazione manualistica è stato quello si cucirsi un abitino carino, da scienza ordinata e conforme ai dettami di una didattica che così viene privata del mondo e della persona.

Se un/a adulto/a fosse messo di fronte ad uno di questi manuali, avrebbe voglia di aprirlo e leggerlo? Capirebbe il senso di quella lettura? Io credo proprio di no.
Allora perché tocca ai/alle nostri/e ragazzi/e misurarsi con tutto questo? Quali menti plasmeranno questi libri? Quali coscienze?

Scriveva Merleau-Ponty nel lontano (ma non troppo) 1960: «È necessario che il pensiero scientifico si ricollochi in un “c’è” preliminare, nel luogo, sul terreno del mondo sensibile e del mondo lavorato così come sono nella nostra vita, per il nostro corpo, non quel corpo possibile che è lecito definire una macchina dell’informazione, ma questo corpo effettuale che chiamo mio, la sentinella che vigila silenziosa sotto le mie parole e le mie azioni. Bisogna che insieme al mio corpo si risveglino i corpi associati, “gli altri”, che non sono semplicemente miei congeneri (…), ma che mi abitano, che io abito, insieme ai quali abito un solo Essere effettuale presente (…). In questa storicità primordiale, il pensiero allegro e improvvisatore della scienza imparerà a ancorarsi alle cose stesse e a sé stesso, ridiventerà filosofia…».

La citazione è tratta dall’opera L’Occhio e lo Spirito e parla con ardore di mondo, di corpi, di visioni, di arte: infiamma e appassiona nel suo racconto, l’autore, alle prese con sé stesso e le sue opere appena un anno prima di morire. Dalla narrazione trasuda la ricerca passionale delle parole dell’inizio, le sue parole, capaci di dire il miracolo che costituisce il corpo umano e il suo inesplicabile prender vita. La stessa cosa  non si può certo dire della manualistica; roba trita e noiosa che parla solo di sé stessa attraverso personaggi scelti dai soliti uomini di cultura. Ma dov’è la cultura, se dal racconto si tira fuori la vita e le cose che abitano il mondo? A quale senso di cultura ci riferiamo? Forse a quel surrogato, cui – da adulti/e – chiediamo di aderire senza doverci spendere troppo a spiegare. Perché in fondo è tutta lì – la cultura ? – in quell’inutile, vecchio mattone che… non sa parlar d’amore.
Che non è filosofiA.

E voi, su quale mattone “sputereste” sopra?, quale muro sognate di abbattere?

ANOTHER BRICK IN THE WALL (consigliato ascolto a palla!)

We don’t need no education.
We don’t need no thought control.
No dark sarcasm in the classroom.
Teacher, leave those kids alone.
Hey, Teacher, leave those kids alone!
All in all it’s just another brick in the wall.
All in all you’re just another brick in the wall.
We don’t need no education.
We don’t need no thought control.
No dark sarcasm in the classroom.
Teachers, leave those kids alone.
Hey, Teacher, leave those kids alone!
All in all you’re just another brick in the wall.
All in all you’re just another brick in the wall.

Non abbiamo bisogno di educazione.
Non abbiamo bisogno di essere tenuti sotto controllo.
Né di oscuro sarcasmo in classe.
Professori lasciate in pace i ragazzi!
Hey professore, lascia in pace noi ragazzi!
Tutto sommato, è solo un altro mattone sul muro.
Tutto sommato, siete solo un altro mattone sul muro.
Non abbiamo bisogno di educazione.
Non abbiamo bisogno di essere tenuti sotto controllo.
Né di oscuro sarcasmo in classe.
Professori lasciate in pace i ragazzi!
Hey professore, lascia in pace noi ragazzi!
Tutto sommato, è solo un altro mattone sul muro.
Tutto sommato, siete solo un altro mattone sul muro.

Il brano fa parte dell’album THE WALL, dei Pink Floyd: 1979.

Fiammetta.

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3 thoughts on “Another brick in the wall. Sulla filosofia che non sa parlar d’Amore.

  1. La ragione per la ragione (nel senso di “pensiero astratto”), che velocemente si manifesta in forme di controllo… e il sentimento senza ragioni, che presto si trasforma in superstizione.
    Solo l’arte credo ci possa salvare, ovvero la “ragione con sentimento”.

  2. Più che in superstizione, Cinzia, mi pare di vedere rabbia. Tanta rabbia.Oppure al contrario indifferenza. Sono d’accordo con lei/te sull’Arte. Ne sono convinta che solo l’arte salverà il mondo, questo mondo. Però, per riflettere su cosa ci accade attorno e su cosa sta arrivando alle giovani ragazze (e ragazzi), vorrei condividere qui, quello che sentito ieri sera nello spogliatoio femminile di una piscina.

    Cinque ragazzine delle medie, parlavano delle Prof. a scuola; una di loro dice: “quella de Arte, dice che coloro come una bambina di 5 anni, ma io che ce posso fa? A me de arte non me frega niente. Mo’ ce vole portà a vedere la mostra de Van Gogh, ma a me non me piace; non lo capisco. Ha detto che la materia de Arte vale come Matematica, o Italiano”.
    Tutte e cinque in coro: “Se ciaooooo!”.
    “Pare vero!”: Dice, un’altra ragazza ancora.

    Ecco. 12/13 anni e non conosce il valore dell’arte. Colorare a scuole come bambine dell’asilo. Oppure affidarsi all’ennesimo testo di storia dell’arte. Quanta vuotezza, Cinzia. Io alla loro età, in una scuola media pubblica, modellavo la creta. Usavo le mani. Non i libri. Fiammetta.

  3. Aggiungo una mia considerazione.
    Della frase “Ha detto che la materia de Arte vale come Matematica, o Italiano” mi preoccupa molto il verbo “valere”.
    Chi e cosa hanno insegnato a queste ragazze delle equivalenze tra materie? A cosa si riferisce questo “valore” di cui parlano? Di quale “moneta” stanno parlando?
    Io vedo agire un sistema che, prima ancora dei contenuti, appiattisce le esperienze: parlano di Arte, Matematica e Italiano come astrazioni, scatole di utensili da usare solo nel forzato contesto scolastico. Niente a che fare con l’esperienza. Infatti, e molto giustamente, la ragazza dice di non capire Van Gogh; e ha ragione. Se prima non gli si mostra cosa potrebbe essere per lei l’arte – invece di castrarla con giudizi tipo “colori come una bambina di 5 anni” – sarà ben difficile che ne vorrà mai capire qualcosa.

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