Ma che scuola!, la scuola dei poveri

scuolaMentre in tanti s’affannano a parlare di primarie, decadenze felici, falchi, colombe e voliere, a me preme di nuovo parlare di Scuola Pubblica.

Avrete sicuramente letto o sentito parlare, nei giorni scorsi, dei dati diffusi dall’ultima indagine OCSE-PISA 2012 circa i risultati dei quindicenni italiani in matematica, scienze e lettura. Bé, non ve prendete pena; perché siamo sempre più messi male. Ci spetta perfino il primo posto come “marinatori” della scuola.

In breve: dai dati emerge che la scuola pubblica italiana resta – anche per quest’anno –  il fanalino di coda dell’Europa. Trascinata esclusivamente dal Nord-Est, ultimo baluardo di eccellenza soprattutto in matematica.

Mi piacerebbe approfittare di questa ennesima occasione persa, per capire – ad esempio – come mai all’indomani dell’approvazione dell’ultimo DL Scuola (Settembre 2013) non si siano menzionati questi dati. Si pensò, piuttosto, a sbandierare pallidi investimenti smerciandoli come sostanziale cambio di rotta, rispetto al passato. Nel decreto scuola vengono destinati fondi per il potenziamento della rete wireless; cioè, della serie, “il Titanic sta affondando” – se non è già affondato – ma ci dicono che” l’orchestra suona ancora”. Senti che bella musica!

Mi sono chiesta, dunque; ma perché esistono laboratori multimediali o informatici in tutti gli istituti, tali da necessitare un potenziamento della rete? Esistono corsi curricolari di alfabetizzazione ai media o educazione ai nuovi media per cui occorre una connessione veloce?

In una scuola dove manca di tutto, dalle sedie ai banchi, ai gessetti colorati, ai riscaldamenti, all’acqua potabile, dove spesso l’intonaco cade a pezzi, non vengono rispettate le regole sulla sicurezza nei posti di lavoro/pubblici, si passano ore in edifici pericolanti e/o non a norma antisismica, si parla di potenziamento per qualcosa che dovrebbe esistere, ma non c’è.
Di quello che c’è, invece, non si parla.

Non si parla, per esempio, di didattica. E del fallimento di quest’ultima.
I dati sembrano confermarlo: i nostri giovani non sono all’altezza dei loro colleghi francesi o inglesi. Ma perché? Tutta colpa dei tagli?
Non ne sono così sicura. Il punto è che di ridisegnare una scuola come piace a noi, alunni/e e docenti, non v’è traccia.

Intanto, il tema della scarsa preparazione degli/delle studenti/esse fa parlare di sé. Ha prodotto già un grande vespaio di polemiche sulla preparazione del corpo docenti da un lato, dall’altro sull’efficacia delle prove INVALSI in quanto metodo valutativo del corpo discenti.Per capirne di più ho chiesto al Professor Cristiano Corsini, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Catania, di rispondere ad alcune domande a riguardo:

1. Cosa sono le prove Invalsi, quando nascono e con quale scopo?

Le prove INVALSI sono test standardizzati somministrati con continuità dal 2009. La finalità della misurazione rappresenta uno degli aspetti più controversi, non solo perché solo in alcuni anni (terzo anno della scuola secondaria superiore di primo grado) concorrono al voto di studentesse e studenti. Il punto è che tali prove INVALSI vengono presentate come strumenti finalizzati a “fornire alle scuole indicazioni di dettaglio sui livelli di conoscenza e competenza dei loro studenti a scopo essenzialmente  diagnostico”. Questa però è una finalità che si aggiunge a quella dell’ordinanza ministeriale del 2008 (sempre confermata), che assegna all’INVALSI il compito di  “rilevare gli apprendimenti degli studenti nei momenti di ingresso e di uscita dei diversi livelli di scuole, così da rendere possibile la valutazione del valore aggiunto fornito da ogni scuola in termini di accrescimento dei livelli di apprendimento degli alunni”. Da un lato le prove vengono presentate come strumenti utili per la valutazione diagnostica e formativa, mentre dall’altro viene loro riconosciuto un ruolo di misurazione dell’efficacia di ciascuna scuola. Ma queste due finalità faticano a coesistere: la seconda divora la prima.

 2. Secondo la sua opinione, oggi, le prove invalsi – così come concepite – possono essere un buono strumento di valutazione per i metodi di apprendimento e insegnamento?, e sono davvero necessari strumenti di valutazione della didattica?

L’idea di incentrare sui risultati raggiunti da studentesse e studenti la valutazione della qualità del lavoro svolto dagli insegnanti non è validata scientificamente (sono tre decenni che la ricerca affronta il problema), e si sta rivelando fallimentare nei contesti in cui si è fatta strada: soprattutto negli USA. Lì ha, infatti, incentivato una serie di comportamenti altamente lesivi del rapporto tra apprendimento e insegnamento, ben documentati dalla letteratura di ricerca. Molti Stati che avevano entusiasticamente abbracciato la possibilità di misurare oggettivamente la qualità di scuole e insegnanti stanno facendo marcia indietro. Consiglio la lettura di The Death and Life of the Great American School System: How Testing and Choice Are Undermining Education di Diane Ravitch, che riporta con accuratezza decine di casi. C’è, in primo luogo, il “teaching to the test”, l’impoverimento della didattica che viene schiacciata sulle forme e sui contenuti dei test. Studentesse e studenti, nei mesi precedenti alla rilevazione, vengono soprattutto addestrati a rispondere a domande a risposta chiusa. In molti casi c’è, poi, una sorta di selezione dei soggetti a cui somministrare i test quando no all’ inizio dell’anno scolastico (e lo stanno facendo persino alcune scuole superiori da noi). Per non parlare dei fenomeni di “cheating”, ovvero del classico comportamento che porta a imbrogliare. Infine, viste le rilevanti conseguenze per insegnanti e dirigenti, si assiste a manipolazioni dei risultati delle prove dopo la somministrazione. E, siccome negli USA distretti e stati sono tenuti a ottenere determinati risultati, la manipolazione può anche determinare, a livello statale, un abbassamento degli standard, ovvero dei risultati da raggiungere. Si abbassa l’asticella in modo da dare l’impressione che vi sia stato un miglioramento, così da determinare l’illusione di una competenza diffusa. Questa, paradossalmente, indebolisce ulteriormente il sistema educativo: una lacuna certificata come competenza ha meno possibilità di venire recuperata.

Questo però non significa che prove strutturate non vadano utilizzate nella didattica. Possono dare informazioni utili, anche se hanno i loro limiti e certo non possono avere un ruolo esclusivo. È soprattutto importante evitare di legare al loro uso, conseguenze così importanti per dirigenti, docenti, studentesse e studenti.

3. Sulla base del rapporto pubblicato pochi mesi fa dall’Istituto Frascati, si evince che gli studenti meno preparati siano quelli del Sud Italia. Da docente dell’Università di Catania cosa senti di dire in proposito?, cioè quali sono i fattori che operano a determinarne codesto gap, rispetto al resto del paese?

I risultati confermano una cosa che sappiamo da decenni, e lo sappiamo grazie alle indagini internazionali, che fanno ricorso a impianti molto più validi e affidabili di quelli dell’INVALSI. Ma sulla base di ciò possiamo solo dire che, mediamente parlando, la popolazione studentesca al Sud è meno preparata, non siamo certo autorizzati a fare inferenze su docenti e dirigenti. D’altro canto tutte le indagini serie in campo educativo, da oltre mezzo secolo, rilevano una sconfortante correlazione tra rendimento studentesco e variabili socio-economiche. Così il divario non riguarda solo nord e sud, ma anche scuole all’interno delle stesse città. Anche a Roma e Bologna, per citare le ricerche più recenti sul Valore Aggiunto condotte in Italia: scuole di quartieri con opposte caratteristiche dei contesti sociali, economici e culturali ottengono quasi sempre risultati significativamente diversi. È una situazione paradossale: da un lato, credo, sia ingeneroso pretendere dalla scuola la riduzione di un gap che sta fuori dalla scuola, senza darle i mezzi materiali per affrontare la situazione; dall’altra, però, la scuola non può esimersi dal provarci. Anche perché in alcune situazioni, ci riesce!

Quanto alla mia attività didattica a Catania, posso dire che non ho osservato differenze significative nella preparazione degli studenti. Ma, insegnando Pedagogia sperimentale al TFA a circa 400 aspiranti docenti siciliani, ho potuto accertare che il loro livello di qualificazione era estremamente elevato. Sto parlando di persone preparatissime, che hanno superato una selezione infernale e con le quali ho avuto un confronto molto stimolante. Alla scuola basterebbe spalancare loro le porte per fare un balzo in avanti significativo, ma purtroppo temo che la maggior parte di loro sia solo all’inizio di un lungo cammino di precariato. Loro sono la vera occasione persa dal nostro sistema educativo.

4. Come potrebbero essere migliorate le prove invalsi e in quale modo utilizzate, per offrire un reale quadro sulla qualità di insegnamento e apprendimento nella Scuola Pubblica italiana?

Le prove invalsi hanno dei difetti strutturali. Siccome vanno somministrate a tutta la popolazione, non prevedono un adeguato numero di risposte “aperte complesse”, la cui valutazione farebbe lievitare ulteriormente i costi della somministrazione, ma che sono proprio quelle che consentono più agevolmente di valutare processi complessi (come nel caso della comprensione della lettura, la capacità di riflettere su un testo e valutarlo). Così, elementi fondamentali delle competenze di studentesse e studenti non vengono valutati e le prove non forniscono proprio quelle indicazioni di dettaglio sulla preparazione di alunne e alunni che sarebbero utili nel processo di valutazione diagnostica e formativa.

Per ottenere un quadro della situazione più ricco, informativo e affidabile, sarebbe sufficiente campionare un numero di scuole e di soggetti e somministrare solo a loro prove contenenti anche domande a risposta aperta complessa (esattamente come avviene con le ricerche internazionali TIMMS, PRILS e PISA). L’aumentato costo legato alla valutazione delle risposte aperte sarebbe coperto dalle ridotte dimensioni del campione (che, paradossalmente, sarebbe comunque più rappresentativo della popolazione attualmente raggiunta, visto che, in un sistema di incentivi e punizioni è dimostrato quanto cheating e teaching to the test minaccino la validità della somministrazione).

Certo, così facendo INVALSI e MIUR rinuncerebbero a stimare l’efficacia di ciascun istituto col Valore Aggiunto, ma non sarebbe un male a patto che, poi però, le scuole si impegnino a somministrare seriamente le prove in maniera autonoma e rigorosa, per agganciare finalmente l’autovalutazione alla valutazione esterna. Si tratterebbe di scrivere un patto tra Scuole e INVALSI. L’INVALSI darebbe finalmente all’opinione pubblica delle indicazioni di dettaglio sul livello delle prestazioni di sistema e alle scuole dei rigorosi parametri di riferimento. In tal modo le prove non sarebbero più, come sono ora, a norma (insegnanti e dirigenti possono sapere come le loro scuole e le loro classi sono andate rispetto al paese o la regione, ma solo in termini di percentuali di risposte esatte), ma a criterio (insegnanti e docenti sarebbero in grado di conoscere se scuole e classi raggiungono determinati livelli di padronanza in italiano e matematica, livelli che esplicitano quello che ciascun soggetto sa e sa fare).

So che molti trovano ingenua questa impostazione, ma la cultura della valutazione non si impone dall’esterno, si costruisce col confronto. Un po’ come la democrazia. Non ci sono alternative.

Fiammetta.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...