Stefano Rodotà omaggia Hannah Arendt

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Forse una piccola rivoluzione si sta compiendo e si compierà.

Mi riferisco all’attitudine – tipicamente patriarcale – secondo cui uomini (e donne?) intellettuali sarebbero incapaci di riconoscere il contributo delle donne dato al pensiero, e non solo.  Reputo, perciò, quasi rivoluzionario che un uomo del calibro e dello spessore di Stefano Rodotà esordisca al Salone dell’Editoria Sociale (dove ha presentato il suo nuovo libro, Il diritto di avere diritti  – editori Laterza), dicendo: «il concetto espresso dal titolo del mio libro, è un concetto che appartiene alle donne; in primis ad Hannah Arendt ».

Se si apre il libro, poi, non si resta affatto traditi dalle aspettative; la citazione d’apertura riporta le parole: “il diritto di avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa” estratte dall’opera, Le origini del totalitarismo  di Hannah Arendt.  C’è da sottolineare, a mio avviso, che questo “dire” sia quanto meno un passo in avanti vista la situazione in cui – per esempio – verte tutta la didattica italiana nelle scuole superiori. Penso alla storia della filosofia, dove le filosofe sono assenti dai manuali e, quando possibile, narrate solo a discrezione della o del docente. Penso alla politica istituzionale: quante volte avete sentito rendere omaggio in circostanze ufficiali, al contributo o alle scoperte delle donne?

E ciò è un passo in avanti non perché sia un uomo a dire e ricordare una donna; ma bensì perché rimette al centro del dibattito pubblico (portandolo fra la gente comune), il messaggio detto, pensato e scritto, più di mezzo secolo fa, da una donna e così tremendamente attuale. Citando il pensiero della Arendt, Rodotà ci rende, per di più, testimoni del fallimento di un diritto concepito come modello ideale, in cui il soggetto – neutro, maschile – viene descritto come un concetto puro, astratto; non come persona reale o in quanto soggetto incarnato, legato al suo corpo. Ci narra, quindi, della fine dell’universalmente uguali. Uguali a chi, o a cosa, poi?

Una promessa è stata tradita, un patto venuto meno. Quello per cui il raggiungimento dell’uguaglianza ha contribuito – insieme ad altri fattori determinanti – allo svuotamento dei diritti e alla impossibilità pratica all’autodeterminazione della persona, soprattutto all’interno del processo sociale. Questa uguaglianza si è resa ostacolo fra gli individui, impedendo il riconoscimento reciproco con l’altro/a e causando spesso il rifiuto delle alterità.

Dunque, ci siamo? Un uomo può, finalmente, dire pubblicamente di riconoscersi nel pensiero di una donna?
Può, un uomo, sentirsi libero di mutuare dal pensiero di una donna, senza il bisogno di riconoscersi in alcun “padre”?

Trovo ci sia qualcosa di straordinariamente poco ordinario in questo.
Benvenuto anche a Rodotà!

Fiammetta.

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