Io sono Malala

Non mi fermeranno. Continuerò la mia formazione, che sia in casa, a scuola o in qualunque altro posto

Non mi fermeranno. Continuerò la mia formazione, che sia in casa, a scuola o in qualunque altro posto.

Mi chiedevo da tempo quale fosse il senso assunto, oggi, dalla parola educare; la nuova accezione che di “educere” (letteralmente, condurre fuori), si potesse trovare in questo secolo così confuso.  Sono ancora sufficienti le definizioni comuni date a questa parola?, soprattutto in questo paese?

Da più di un ventennio l’Italia subisce litanie demagogiche e speculative disastrose, attraverso le quali si è de-costruito il senso collettivo dell’educare per, realizzabile solo attraverso l’istruzione e l’alfabetizzazione. Il che significa saper dare strumenti critici alle persone. Se non si opera in questa direzione (l’unica possibile per quanto sperimentato in secoli di storia), le conseguenze rischiano di essere gravissime. E così risulta essere per l’Italia, dove la formazione scolastica è giunta ad essere percepita come un ostacolo, piuttosto che un mezzo per raggiungere una posizione sociale, un posto di lavoro, una retribuzione. Ma può essere ridotta semplicemente a questo, l’educazione di un individuo?, cioè un mero mezzo per raggiungere qualcosa? O potrebbe divenire lo strumento cardine attraverso cui prendiamo e rendiamo dalla/alla collettività, per la collettività?

Mi pare che, oggi, il senso comune – in una buona parte della popolazione italiana – abbia portato la gente a pensare che si possa fare a meno di studiare. Di studiare così tanto, così a lungo. Domandiamoci, dunque, noi adulti/e, sulla base di quali spinte (valori e/o sentimenti) sproniamo i nostri bambini e le nostre bambine, ad andare a scuola ogni giorno. In quale modo rispondiamo al loro: “perché devo andare a scuola?”. Qui soggiace la cultura civica di questo paese.
Ricordo che, quando ero bambina, mi chiedevo spesso perché dovessi andare a scuola quando pioveva. Sapevo solo che avrei preferito restarmene a casa a dormire, sotto le coperte, e ringraziavo l’inventore dell’ombrello il quale, evidentemente, aveva pensato a noi bambini/e mentre creava quell’oggetto; solo per per farci arrivare asciutti/e a scuola. Insomma, per molti bambini/e la scuola è un dovere; quasi mai un diritto essenziale e vitale del nostro essere, in questo mondo. Almeno a me non l’hanno mai raccontata in questi termini.

Per queste ragioni, la settimana scorsa sono entrata in libreria per comprare il testo di Malala Yousafzai, convinta che sarebbe stata una buona lettura, una buona scelta. E che mi avrebbe aiutata a comprendere il nuovo e più ampio significato da conferire alla parola educare. Scopro così che IO SONO MALALA. LA MIA BATTAGLIA PER LA LIBERTÀ E L’ISTRUZIONE DELLE DONNE è un libro rivoluzionario. Di quelli che non puoi non aver letto. Il messaggio veicolato da questa ragazzina dal dolce sorriso, esprime una potenza grandiosa nella sua semplicità: ridisegna i contorni di una parola come educazione che in Italia fa ancora paura. Ci dice che cosa rappresenta l’educazione per una bambina nata e cresciuta in Pakistan. Ci parla di una undicenne che lotta per il suo diritto ad andare a scuola, come è per i suoi coetanei maschi. Cosa c’è di più rivoluzionario di una simile consapevolezza?, di un simile coraggio? La grandezza di Malala sta nelle sue prime parole scritte sul suo blog e rimbalzate in tutto il mondo, grazie alla BBC: “Sedermi a scuola a leggere libri è un mio diritto. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio. Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato. Ma io no”.

Sono molti i passi in cui la giovane pakistana permette di cogliere appieno la sua personalità; di cui il tratto principale resta la sua lucidità – circa la situazione politica e sociale in cui versava la regione nella quale è nata e cresciuta, lo Swat; i pregi e i difetti della sua gente (i pashtu) e i limiti della propria cultura – assieme con la sua determinazione che mi ha lasciata, letteralmente, senza parole.

Malala discorso alle Nazioni Unite

Malala discorso alle Nazioni Unite

Si legge nel libro: «io sono orgogliosa che il nostro paese sia stato creato per essere la prima nazione musulmana al mondo, ma penso che ancora non ci siamo messi d’accordo sul significato di tale espressione. Il Corano ci insegna il sabar, cioè la pazienza, ma spesso sembriamo aver dimenticato questa parola e pensiamo che Islam significhi solo che le donne stanno a casa nascoste secondo il purdah o indossano il burqua, mentre gli uomini fanno il jihad. Ma in Pakistan ci sono molte correnti islamiche. (…)» ed inoltre:  «il termine ultimo datoci dai talebano si stava avvicinando: le ragazze dovevano smettere di andare a scuola. Com’era possibile che quella gente, nel XXI secolo, impedisse a più di cinquantamila ragazze di studiare? Io continuavo a sperare che succedesse qualcosa e che le scuole continuassero a funzionare. Ma ben presto il termine ultimo arrivò. (…) Quando qualcuno ti toglie la penna di mano, allora sì che capisci davvero quanto sia importante l’istruzione. Possono impedirci di andare scuola, commentai, ma non possono impedirci di imparare».

Questi sono due esempi di cosa ci si deve aspettare dal libro e dal racconto di Malala; insegna a riconoscere ciò che per tutti e tutte è l’essenziale nell’educazione. L’essenziale, infatti, non è solo saper leggere e scrivere, conoscere la matematica o la storia, una lingua diversa da quella in cui si è cresciuti, ma qualcosa di più profondo: ovvero il MODO in cui decideremo di usare queste facoltà, questi strumenti, queste nozioni, queste competenze. Per noi e per gli altri/e. Così l’educazione viene assimilata alla parola coraggio, determinazione, ma soprattutto diritto. Ecco, bisognerebbe inscrivere nel significato primo della parola educere, quella di diritto inalienabile della persona.

Ma oltre al potente valore pedagogico, il messaggio di Malala assume un’altra straordinaria forma rivoluzionaria: nella prima parte del libro quando la narratrice comincia a descriverci l’escalation di violenza a cui i talebani danno vita, attraverso coercizioni sempre più restrittive, si coglie un aspetto interessante che, ad una prima lettura, potrebbe sfuggire. Ed è il ruolo giocato dai media o, per meglio dire, dalla tv.
Le persone vennero private prima della loro musica, poi della danza, poi dei dvd e cd del Bazar ed infine della tv: si trova scritto nell’incipit d’apertura della seconda parte: “Addio musica! Anche le tue melodie più dolci sono zittite. I talebani ai margini del villaggio hanno messo a tacere tutte le labbra”. Quello che meraviglia è proprio il fatto che il divieto di usare e avere una tv in casa, viene vissuto dalla nostra protagonista (insieme alla privazione della musica e della danza), come un’enorme ingiustizia. Guardare la tv significava per Malala, i suoi fratelli, le sue cugine ed amiche un accesso in più alla conoscenza, oltre ad essere uno dei loro passatempi preferiti. Non vedere i programmi via cavo occidentali, o i film di Bolliwood, o i cartoni animati, significava interrompere la gioia: o almeno una delle sue manifestazioni. Inoltre la potenza dei media permetterà alla stessa Malala e a suo padre, di dar voce nel mondo, delle terribili vicende che colpirono il Pakistan negli anni fra il 2007 e il 2009. La tv divenne, così, un megafono per la rivendicazione delle libertà.
Esattamente ciò per cui in molte/i ci battiamo da anni in Italia (in primis, penso a Lorella Zanardo): ripeterci che spegnere la tv  – qui e ora – sia un atto giusto, rivoluzionario, significa non tenere conto di tutti coloro che alternative alla tv non ne hanno o non sanno procurarsele. Significa pensare in maniera talebana, credendo che quello che può andar bene per me – uomo o donna appartenente ad una data estrazione sociale, culturale e religiosa – possa andar bene a chiunque.

Concludo sottolineando quanto questa lettura sia una messe di spunti di riflessione e di analogie con l’attualità di questo paese. Malala ci traghetta oltre. Nel modo più genuino, come soltanto l’animo fanciullesco riesce a fare. Vi invito, perciò, a leggere questo libro, a leggerlo nelle classi o con i vostri figli/e o nipoti. Vedrete… sarà un’esperienza incredibile; ne sono certa.

Fiammetta.

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