Siamo quello che vediamo

Come abbiamo accennato in precedenza, questo blog aspira a divenire uno spazio aperto ai vostri racconti. Ai racconti di chi – come Elena – realizza il sogno di mettersi in gioco con le proprie competenze operando qualcosa in concreto per gli/le altri/e. Una delle prerogative di questo spazio sarà, appunto, dare risonanza a tutte quelle progettualità di genere, portate avanti dalle persone nelle scuole e sui territori. Per questo vi invitiamo a leggere il racconto di Elena Tognoni; 26 anni, una laurea in Scienze Umanistiche per la Comunicazione all’Università Statale di Milano. Successivamente frequenta un master in Gender Studies presso l’ Harcum College di Philadelphia; oggi un lavoro a Milano ed un progetto di “Laboratorio di Genere” per le scuole sulla semiotica delle immagini pubblicitarie. Stando a quanto dice Elena, se siamo quello che vediamo siamo sempre identici a noi stessi: sessisti e ripetitivi. Buona lettura.

elena1  «Non vi è mai capitato, dopo l’acquisto di un reggiseno nuovo – soddisfatte e felici –  di rotolarvi così, addosso allo specchio di camera vostra?»

La risposta di solito è una gran risata, con un po’ di imbarazzo, nei confronti delle altre compagne e soprattutto per la presenza della professoressa. Inizia spesso così, la mia giornata nelle scuole ed è così che entriamo subito nel vivo dell’argomento: la pubblicità non ci rappresenta, ci è lontana, non ci rispetta e propone frequentemente un’immagine di donna volutamente irraggiungibile e irreale.

Era da tanto che volevo farlo e che accumulavo contenuti, condividevo esperienze e pensieri; raccoglievo valutazioni e riflessioni, e non vedevo l’ora di fare attivamente qualcosa. La consapevolezza che l’educazione sia la chiave per tutto c’è sempre stata. La spinta e il desiderio di attivarmi non sono mai mancati, l’unica cosa che mancava era l’idea con cui partire: trovata!

Ritorno dalla mia professoressa di Psicologia del Liceo e le presento il mio progetto di “Educazione di Genere”. Vediamo cosa dice, vediamo se le interessa, se condivide le mie idee. Da quel giorno è stato tutto in discesa (strano?, no a volte non lo è). La mia professoressa accetta entusiasta – ringrazio pubblicamente la professoressa Crosta del Liceo Curie di Tradate –  dopo di lei un’altra, dopo di lei il liceo di un’altra città, e così mi ritrovo impegnata il sabato mattina con la presentazione della mia raccolta di immagini pubblicitarie lesive dell’immagine e della dignità femminili rivolta alle classi seconde, terze e quarte dei licei della mia zona.

«In tutto il mondo, ci sono soltanto uomini e donne di diverse età, razze, culture, appartenenze socio-economiche. Riuscire a trasformare la relazione uomo-donna in dialogo tra soggetti che rispettano le mutue differenze conduce alla convivenza con altre differenze che, invece, ostacolano la costituzione di una comunità universale se la relazione uomo-donna non è vissuta in modo democratico. L’Umanità è Due, universalmente Due. La differenza tra culture comincia con la differenza di identità tra uomo e donna».

Così Luce Irigaray, autrice del libro intitolato In tutto il mondo siamo sempre in due, spiega la base per la costruzione di un’autentica società civile e democratica: niente di più attuale. Viviamo in un Paese che è all’ottantesimo posto della classifica del Global Gender Gap (2012) che ogni anno stila il World Economic Forum. E se è vero che la pubblicità non fa altro che rispecchiare lo stile, la cultura, il rispetto di genere che contraddistinguono ogni nazione, i suoi cittadini e le sue cittadine, cosa emerge da ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno? Quel che mi sono messa in testa di fare, così, è stato analizzare i messaggi e le immagini pubblicitarie con i ragazzi e le ragazze del Liceo, capendo con loro cosa c’è davvero dietro certe scelte definite creative e divertenti.

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Ecco quello che faccio: decostruisco stereotipi partendo dalle immagini con cui veniamo in contatto ogni giorno,  poiché sono assolutamente certa ne valga la pena. Per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che ho incontrato e che ne hanno molto più bisogno di quanto si possa lontanamente immaginare.

Elena Tognoni

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